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Quei disabili ancora senza nome

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Michele Pacciano

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L'handicap è un dramma. Ma può anche diventare uno stimolo e una possibilità, uno sguardo diverso sul mondo. Proviamo ad andare oltre la rabbia e il piagnisteo. Capovolgiamo la prospettiva, guardiamo i problemi dall'interno, cerchiamo insieme le soluzioni.

Quei disabili ancora senza nome

Avevo deciso di prendermi una pausa. Di  non scrivere quasi più nulla. Di affidare al silenzio le storie dei disabili che si guadagnano ogni giorno una propria normalità, sempre difficile  e sempre diversa. Quasi da equilibrista, che quando viene alla luce. ammantata di retorica. buonista, serve nella maggior parte dei casi ad acquietare la nostra   cattiva coscienza, mentre guardiamo, per un attimo, come estasiati e commossi spettatori al circo, le evoluzioni degli acrobati di turno.

 Non me la sentivo più,di fare il megafono sordo per chi non vuol capire, che la disabilità non è una categoria dell’anima,  ma soltanto una condizione del corpo. in cui tutti,da un momento all'altro possiamo scivolare.

Poi ho incontrato queste due storie, che hanno sgretolato  ogni mia certezza, su conquiste che ritenevo acquisite, facendomi ripiombare nel baratro dei dubbi,  il cui rifugio è soltanto la scrittura e la condivisione.

 Ero invitato  ad uno dei tanti saggi di fine d'anno  che l'associazione Anffas, impegnata nelle politiche di integrazione delle persone con disabilità , organizza un po' dappertutto in Puglia.

 È un momento  di festa, di condivisione dei risultati raggiunti. Mi sentivo ben felice, di contribuire alla gioia di questi uomini e donne con diverse abilità, dovevo scrivere un articolo. Mi sembrava un modo carino per ringraziarli di quello che fanno e di quello che sono. 

Dopo i saluti di rito, avremmo dovuto fare le foto. Ma qualcuno si è rifiutato di inserire il proprio congiunto in fotografie destinate alla pubblicazione. 

Non ne conosco i motivi, non mi permetto di giudicare, o di sindacare. 

Nondimeno mi dispiace che questo possa essere la spia di una difficilissima accettazione, di una condizione drammatica, non ancora del tutto metabolizzata. 

In una coppia, più ancora che in una famiglia, l'arrivo di un figlio con disabilità è una deflagrazione termonucleare mondiale. C'è sempre un prima e un dopo. 

Tutti siamo e ci sentiamo, un po' dei sopravvissuti. Ma sta a noi decidere, come e perché continuare a vivere. Dobbiamo ogni giorno cercare un motivo e uno stimolo per non abbatterci e per andare avanti.

 I genitori, a volte, sono le prime vittime e vanno aiutati in questo difficile percorso. Questo dovrebbe essere un compito basilare delle associazioni che si occupano di persone con disabilità. 

Non è sempre facile, ma è possibile. 


La seconda storia riguarda un gruppo di persone, che stentiamo ad annoverare nella categoria dei disabili, ma che spesso sono i più deboli e i più indifesi. 

Sto parlando delle persone sieropositive, che ancora vivono nel silenzio più assordante, la solitudine del dramma legato al virus DELL'HIV. 


Non sono ancora del tutto chiari i termini della vicenda, ma pare, secondo quanto riportato dal Forum del terzo settore Puglia che alcuni ospiti della casa alloggio 'Raggio di sole", di Bitonto, si siano visti rifiutare un bagno a mare, perché sieropositivi. 

Sembra impossibile, ma storie come questa, accadono in Puglia nell'estate 2019.

Anche per questo, dal mio osservatorio privilegiato, a bordo di una carrozzina, ho deciso di continuare a scrivere e a lottare. 

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