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BARI - Michele Giuliani, direttore generale e vicepresidente del consiglio d'amministrazione della Fondazione Casa Sollievo della Sofferenza, ha cominciato a  trattenere il fiato la sera del  primo marzo 2020. «Due pazienti positivi al Covid, proprio quella sera, quando di questo nemico sconosciuto nessuno sapeva ancora nulla». Nel febbraio del 2020 l'ospedale Casa Sollievo era una macchina lanciata a tutta velocità: circa 60mila degenze al mese, 3000  dipendenti, un'utenza  giornaliera di oltre 5000 persone, tra pazienti, familiari e operatori sanitari. Dal primo marzo, necessariamente, la macchina comincia a frenare.
Dottor Giuliani, da quella sera è calata la penombra.
«Sì, questi due casi gettarono nel panico  l'intera organizzazione. All'improvviso avevamo una montagna da scalare».

Facciamo un esempio.
«Il primo che mi sovviene: Casa Sollievo ha edifici vecchi 65 anni, abbiamo dovuto in pochissimo tempo creare percorsi separati, tra le corsie, tra gli operatori, gli ingressi, uscita, Grandissimo sforzo. In pochi giorni, sebbene ospedale no Covid, abbiamo messo su un protocollo per la gestione dell’emergenza».

I suoi ricordi ci riportano indietro di un anno, alle scene iniziali di questo delirio.
«Nessuno era pronto a una pandemia di questa portata e di questa durata»

Ha avuto paura?
«Si, non certo per la mia vita. Abbiamo dovuto imparare sulla nostra pelle come riformulare  i percorsi diagnostico-terapeutici e le terapie. La preoccupazione principale era stare il più possibile  accanto al personale. Trovo ingiusto che chi ha  ruoli di responsabilità  non si debba all’occorrenza mettere in trincea. È quello che abbiamo fatto, cercando di dare serenità totale agli operatori. Sa qual è la cosa che mi turbò particolarmente?».

Quale?
«Tre o quattro settimane dopo l'esplosione della pandemia scoprii che molti dipendenti non rientravano a casa, per paura di portare il virus tra i propri cari, oppure chi rientrava dormiva in garage o in macchina. Anche qui abbiamo fatto tutto in fretta e col cuore: in 48 ore abbiamo allestito una struttura vicina a Casa Sollievo, abbiamo creato “una casa nella Casa” che abbiamo chiuso qualche giorno fa, il primo giugno».

Un bel simbolo, vuol dire che siamo fuori dalla penombra?
«Lo speriamo tutti ma restano le cicatrici e ci sono problemi enormi che ancora non trovano soluzione».

Quali?
«Dopo un anno i conti non tornano. Tutti i grandi ospedali nazionali aspettano aiuti dal Governo. Aiuti ampiamente annunciati, ma rimasti, appunto, un annuncio».

Perché questo affanno economico?
«Perché siamo passati da 60mila degenze ad appena la metà, perché i ricoveri ordinari sono stati sospesi, rianimatori ed anestesisti sono tutti dedicati al Covid».

Per questo avete bisogno di aiuti?
«Vorrei anche ricordare che mentre tutte le realtà produttive hanno tratto sollievo dalla cig per il personale dipendente, noi non abbiamo potuto mettere in cig nessuno, perché tutto il personale è stato prezioso in questo anno»

Parlava di cicatrici.
«Siamo diversi dall'anno scorso».

Migliori?
«Forse, ma non tutti, C’è anche chi ha approfittato dell’emergenza, chi ha speculato. Per non parlare della sottile retorica sugli operatori sanitari. Eroi? Eroi che hanno dovuto lavorare e basta, senza poter usufruire degli ammortizzatori toccati a tutte le altre categorie di lavoratori».

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