Taranto ha vissuto ieri sera, sabato 7 febbraio, uno di quei concerti capaci di trasformare un teatro in uno spazio mentale prima ancora che fisico. Al Teatro Orfeo, per il decimo appuntamento della trentatreesima edizione della Stagione Eventi musicali 2025/2026 dell’Orchestra ICO della Magna Grecia, Dardust è stato protagonista assoluto di una serata che ha saputo coniugare rigore classico, immaginazione contemporanea e una rara capacità di dialogo emotivo con il pubblico.
Accompagnato dall’Orchestra ICO della Magna Grecia diretta dal Maestro Roberto Gianola, Dardust – al secolo Dario Faini – ha confermato dal vivo ciò che da anni è evidente nelle sue produzioni discografiche: non è solo un pianista, ma un vero architetto di mondi sonori, capace di muoversi con naturalezza tra neoclassica, minimalismo ed elettronica, senza mai perdere coerenza stilistica.
Il programma della serata ha costruito un arco narrativo preciso. L’apertura con la Karelia Suite op. 11 di Jean Sibelius ha subito proiettato il pubblico in un paesaggio nordico, epico e cinematografico, restituito dall’orchestra con una tensione elegante e controllata. A seguire, l’Ouverture solennelle op. 73 di Aleksandr Glazunov ha rafforzato la dimensione monumentale del concerto, con una scrittura orchestrale piena, brillante, che Gianola ha diretto con gesto sicuro e grande attenzione ai dettagli dinamici.
Ma è con il Piano Concerto n. 1 di Dardust che la serata ha trovato il suo vero centro emotivo. Qui il compositore-pianista ha mostrato la propria cifra più autentica: un pianoforte che non cerca il virtuosismo fine a se stesso, ma costruisce atmosfere, sospensioni, piccoli moti interiori. Le linee melodiche, spesso circolari e ipnotiche, dialogano con l’orchestra in un equilibrio delicato tra scrittura classica ed estetica contemporanea, con innesti elettronici che non invadono, ma amplificano la percezione sensoriale.
Dardust sul palco appare come una figura quasi sciamica: pochi gesti, sguardo concentrato, presenza discreta ma magnetica. Il pianoforte diventa estensione del corpo, strumento narrativo prima ancora che musicale. Ogni brano sembra aprire una finestra su un paesaggio emotivo diverso, fatto di malinconie leggere, slanci improvvisi, attese e ripartenze. È una musica che non chiede di essere capita razionalmente, ma attraversata.
Grande merito va anche all’Orchestra ICO della Magna Grecia, che ha saputo adattarsi con intelligenza a un repertorio non convenzionale, mantenendo compattezza timbrica e flessibilità espressiva. La direzione di Roberto Gianola si è rivelata decisiva nel tenere insieme mondi apparentemente lontani: la classicità di Sibelius e Glazunov e la scrittura ibrida, cinematografica e pulsante di Dardust. Il risultato è stato un suono omogeneo, mai frammentato, capace di sostenere tanto l’epica orchestrale quanto le zone più intime del concerto.
Il pubblico, numeroso e partecipe, ha seguito la performance in un silenzio quasi religioso, rotto solo dagli applausi convinti che hanno accompagnato ogni passaggio più intenso, fino all’ovazione finale. Segno che la proposta ha colpito non solo gli appassionati di musica classica, ma anche chi riconosce in Dardust una figura chiave della scena musicale contemporanea italiana.
Ed è forse proprio questa la forza più grande del progetto Dardust: riuscire a portare dentro un teatro “classico” un pubblico trasversale, abbattendo confini di genere senza banalizzare nulla. La sua carriera – dagli esordi con Elettrodust e Ki-Mono, passando per il successo come autore e produttore di brani simbolo del pop italiano come «Soldi» di Mahmood o «La noia» di Angelina Mango – trova in serate come questa una sintesi ideale: la dimensione popolare incontra la scrittura colta, la forma canzone si sublima in racconto strumentale.
Quella di ieri al Teatro Orfeo non è stata solo una serata di grande musica, ma un’esperienza immersiva, in cui fantasia e magia hanno davvero preso forma sonora. Dardust ha confermato di essere, più che un semplice pianista, un narratore di emozioni, un “mago” capace di far convivere passato e futuro, tradizione e sperimentazione, in un linguaggio personale e riconoscibile. Una di quelle performance che non si consumano nell’applauso finale, ma restano addosso, come un’eco lenta e luminosa.









