«Mi sento tranquillo: vado all'Ariston a testa alta, contento di quello che faccio, ma in generale non mi aspetto niente, per scaramanzia e per attitudine». È rilassato e deciso Sayf, artista italo-tunisino classe 1999, tra i nomi più brillanti della scena genovese attuale, pronto al debutto a Sanremo 2026 con «Tu mi piaci tanto», brano tra i più apprezzati durante i primi ascolti della stampa per il convincente racconto delle sue radici e delle sfide vissute tra due culture. «Non ho letto troppo i primi giudizi - racconta Adam Viacava, questo il vero nome - mi fa piacere che se ne stia parlando bene, ma non ci sto troppo appresso.
Una canzone che parla per immagini, cita Tenco...
«Lì ho giocato volutamente esasperando la mia condizione, l'ho tirato in mezzo perché questo può essere considerato il mio tirocinio, gioco il mio esordio in nazionale. Però comprendo anche che le oppressioni di questo ambiente possano innescare dinamiche che hanno conseguenze sulla psiche della persona...».
Come metafora calcistica cita anche Cannavaro e i mondiali del 2006...
«Me li ricordo vividamente, avevo 7 anni, facevo il tifo per l'Italia in modo sfegatato».
E ancora come immagine nel testo parla di Berlusconi, «L'Italia è il Paese che amo»
«È sarcastica, gioco un po' con il fatto di essere anche tunisino dire che l'Italia è il Paese che amo ha anche un valore aggiunto. Poi ci sono dinamiche che uno apprezza, e altre che danno fastidio, siamo sicuramente incasinati come Paese, ma rispetto a tanti altri nel mondo ritengo sia il migliore, per vita, cultura, cucina difficilmente eguagliabile. E Genova è fondamentale, è mia madre».
Il brano richiede una notevole pulizia vocale...
«Sto andando a lezione di canto, ma dovessi steccare non morirò. Il mio punto di forza non è certo l'estensione, sono le parole, magari le melodie».
Per la serata dei duetti ha scelto «Hit the Road Jack», con lei sul palco Mario Biondi e Alex Britti. Come è nata questa collaborazione?
«L'idea della canzone era già quella, poi ho visto un video di loro due che suonavano insieme e abbiamo pensato di chiamarli entrambi. Sarà una reinterpretazione divertente, sono contento che ci siano».
Ha già pensato a cosa fare in caso di vittoria e, quindi, di Eurovision?
«È una decisione che mi riservo di prendere al momento. Non ci voglio pensare anche per scaramanzia, ma condivido le posizioni di chi si è esposto. È giusto dare un messaggio quando manca da parte di Stato e istituzioni. Poi, per il resto, non mi sento Ghali 2.0 perché sono tunisino o ho i capelli simili. Quando uno fa le cose, le fa perché le sente. E anche se condivido le posizioni che ha preso finora, non sono qui a riprendere un suo discorso o fare qualcosa che sia già stato fatto».
Tra l'altro la sua canzone ci riporta ancora a un'altra immagine, quella del fiore su una camionetta mentre in piazza si fa a botte...
«È un simbolo di non violenza in generale. A volte dimentichiamo che siamo tutti uguali, poi veniamo divisi da economie, contesti, lavoro, e finiamo per farci la guerra senza guadagnarci niente. Manifestanti e sbirri sono figli della stessa categoria, probabilmente, e allora io in segno di pace metto un fiore su una camionetta».
Famiglia e amici che dicono di questa partecipazione?
«Sono contenti, è un'opportunità. Poi nell'infanzia ho ereditato il fascino delle atmosfere del Festival, la generazione di mia madre in Tunisia ha sempre visto Rai1. Per il resto sono forse un po' più impegnato e fotografato, ma cerco di mantenere la mia vita per quella che è, la mia famiglia, i miei amici, i miei gatti».
E al Fantasanremo giocherà?
«Sì, penso di sì».
















