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Cordio a Brindisi canta «Il Paradiso»: «Sogno un mondo con più empatia». Il 15 fuori l'EP prodotto da Ermal Meta

Il cantautore catanese si racconta: «Mi piace che la musica diventi un pretesto per vivere nuove esperienze»

Ho conosciuto Pierfrancesco Cordio lo scorso agosto a Polignano a Mare (Ba), nel backstage della manifestazione "Meraviglioso Modugno": io ero lì per lavorare, lui per cantare e per essere premiato dalla Federazione Autori, e ci siamo ritrovati in una lunga e spontanea chiacchierata, tra nostalgia della città d'origine (lui Catania, io Lecce), mancanza di empatia nella società, e fede in Dio. Mi è rimasta impressa la profondità di questo ragazzo di appena 24 anni, che dopo aver conosciuto Ermal Meta per caso (era suo grande fan e si è avvicinato per ringraziarlo per le sue canzoni) si è ritrovato ad aprire la maggior parte dei suoi concerti, ha presentato a Sanremo Giovani 2019 il brano "La Nostra Vita", e ora è fra i 65 di Area Sanremo (nei prossimi giorni si conosceranno i nomi dei 2 che rientreranno nella categoria Nuove Proposte al Festival 2020). La vera notizia, tuttavia, è che il 15 novembre uscirà "Ritratti post diploma", un EP di 6 canzoni prodotto da Ermal Meta in cui Cordio racconta l'amore e il dolore che attraversato in questi 24 anni di vita. Il disco, che ha tutte le carte in regola per essere un prodotto intenso e ricco di contenuti, è stato preceduto dal singolo "Il Paradiso", una 'ninna nanna piena di rabbia' accompagnata da un emozionante video girato insieme ai bambini del quartiere Paradiso di Brindisi, uno di quelli considerati più "a rischio" d'Italia.

Sui giornali non si parla tutti i giorni del rione Paradiso. Da dove arriva quest'idea?

«È del regista, che è quasi un mio omonimo perché si chiama Francesco Cordio. Lui gira documentari, ha lavorato anche con Daniele Silvestri, conosce bene il territorio e si è ricordato dell'esistenza di questo quartiere popolare, dove c'è anche una scuola di musica per bambini. Abbiamo pensato che ambientando lì il video ogni singolo verso della canzone avrebbe avuto un nuovo senso. Con un testo così non volevo rischiare di fare un video didascalico o stucchevole»

Quando hai messo piede a Brindisi qual è stata la prima cosa che ti ha colpito?

«Mi sono sentito fin da subito a mio agio. Il cuore mi scoppiava di gioia, i bambini erano impazziti già alla vista della telecamera, alla fine l'esperienza è stata più significativa del video in sé. Non dimenticherò mai quando abbiamo girato la scena con il pianoforte in mezzo alla piazza, ed è scesa una signora che mi ha detto che non usciva di casa da tre mesi, ma ci teneva a salutarmi. È bello quando la musica diventa un pretesto per entrare nella vita delle persone: è un po' la mia missione, non voglio essere il cantante che si prende gli applausi dal piedistallo. Voglio incontrare le persone, vivere le situazioni. I ragazzi di Brindisi, ad esempio, scrivono tutti rap, abbiamo improvvisato un concerto, qualcuno mi ha anche inviato dei brani. Si è creata una connessione»

Cos'è per te il paradiso?

«Da credente ho l'idea che sia un po' il "posto promesso", e mi aspetto che ci andremo tutti. Il paradiso in Terra è un posto in cui c'è condivisione, umanità, nulla di utopico, non è che diventiamo perfetti da un giorno all'altro. Semplicemente è un posto in cui con un po' di buona volontà si può vivere con maggior empatia, meno competizione. Se si parte dal presupposto che noi per primi siamo imperfetti, le imperfezioni degli altri si perdonano»

Come descrivi il rapporto fra te e Ermal?

«A volte è inspiegabile. È nato da pochi secondi e poche parole di scambio, in cui io con la voce tremante lo ringraziai per le sue canzoni che mi avevano accompagnato. Da quel piccolo gesto è nato un rapporto che è come quello fra due fratelli. E un fratello è una persona con cui parli con verità, a cui racconti tutto, a cui vuoi bene a prescindere, anche quando non ci si vede o si sente»

Che tu abbia il sogno di Sanremo ci è chiaro. Del panorama musicale italiano cosa ti piace?

«Sanremo è il festival della canzone italiana, come potrei non sognare quel palco? Della nostra musica mi piace tutto quello che ha verità. Posso ascoltare indifferentemente un rapper, un cantautore o un interprete, ma cerco sempre la qualità: per esempio Gazzelle è uno che si esprime in un modo molto diverso da me, racconta dinamiche lontanissime da quelle che vivo io, ma mi piace perché lo fa bene, dà profondità a ciò che racconta. Vince chi riesce a creare stupore, a farti vedere qualcosa che non stavi vedendo. Ecco perché ho sia i dischi di Salmo, sia quelli di Niccolò Fabi»

Secondo te la musica italiana che piega sta prendendo?

«Oggi gli schemi della discografia contano meno, non è necessario che tu sia carino e canti canzoni d'amore rassicuranti. Oggi c'è più contatto diretto tra artisti e fan. Forse l'unico problema e che c'è troppa roba, basta scrivere due rime sul telefono e tutti diventiamo artisti. Però chi è bravo ce la fa comunque»

Come vivi il rapporto con la fama?

«Per ora molto bene, ho trovato un equilibrio che consiste nello scendere dal piedistallo, dove mi sento a disagio. Non voglio essere un idolo, sono una persona normale, e non avendo praticamente filtri non riuscirei nemmeno a tenere quell'abito, ne soffrirei. La fama la vivo bene perché per ora è poca, le persone che mi seguono le conosco, ci prendo il caffè, mi scrivono. È una relazione normale»

Dove sarai fra dieci anni? 

«Spero da qualche parte con mia moglie. Poi per il lavoro si vede»

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