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Ma che amore è... se fatto di emoticon?

Ma che amore è... se fatto di emoticon?

L'amore ai tempi delle chat

Fiumi di sorrisi, lacrime e post: ma ora i rapporti umani stanno riprendendo «in presenza». Siamo ancora pronti?

21 Maggio 2022

Lisa Ginzburg

Da diversi anni ormai assistiamo a una metamorfosi dei nostri rapporti umani. Come si stessero disincarnando e avessero cambiato di valenza, assumendone da una più materica, reale, fisica, un’altra nuova, immateriale, ai limiti dell’evanescenza e della volatilità. Quanti di voi se ne sono accorti? E se sì, quando? L’attimo cruciale in cui le relazioni hanno incominciato a smaterializzarsi ci è sfuggito; ora le percepiamo più rarefatte, in certi casi pesanti o frantumate, in altri allentate e più superficiali.

Molti dei nostri scambi si sono fatti eterei perché nell’etere, virtuali. Attraverso messaggi e mail ci diciamo cose pratiche ma anche molto altro: l’amore, il disamore, grazie ai messaggi e le chat litighiamo o ci avviciniamo, sempre più vicini, sempre più lontani. L’Altro sta lì come possibilità via via più incorporea. È il destinatario di una comunicazione che esprime nostri stati d’animo descritti in modo così rapido che spesso non oltrepassano l’istante della loro enunciazione. Costruire e tessere relazioni in un panorama del genere è una sfida, là dove i dialoghi per lo più si svolgono in assenza degli occhi dell’altro, delle sue mani, dell’aura che ciascuno proietta intorno a sé quando c’è fisicamente, «in presenza». E il risultato di questo connubio tra onnipresenza delle parole e invece progressiva assenza dei corpi è che le parole veicolano sentimenti e pulsioni, ma intanto disegnano distanza, la creano.

Distanze, prossemica: molto pertiene a una questione di distanze. Di vicino e lontano dei rapporti umani. Umani, e prima ancora animali: conoscete l’apologo dei porcospini di Schopenhauer? Un crocchio di porcospini che per causa del freddo sentono l’impulso di stare vicini, stretti stretti, ma quel loro stare accanto dura poco, devono presto tornare a distanziarsi perché con gli aculei si rendono la vita impossibile, si pungono e si fanno del male.
Non trovate anche voi che l’eccessiva vicinanza non può durare se oltrepassa limiti, se sconfina? Anna Achmatova poetava: «C’è un confine nell’intesa umana». Si riferiva a un confine pensato come essenza stessa del confine, con i limiti di separatezza che quel confine marca, il solco che ogni intesa porta in sé, con sé, inciso come una crepa, quello spazio vuoto che ci separa e allontana – di questi tempi più che mai. Né troppo insieme, né troppo poco insieme è la prossemica di ogni relazione. «Né con te, né senza di te» canta Ovidio parlando dell’amore. Anche la poesia di Anna Achmatova parla d’amore:

C'è un confine nell'intesa umana
e non lo varca ardore né passione
se pure nel silenzio si fondano le labbra                                                                                                                           

e il cuore si franga d'amore.

Neppure l'amicizia può varcarlo
né anni di alta e fiammeggiante gioia

quando l'anima è libera ed aliena

dal lento consumarsi del piacere.
Chi vuole raggiungerlo è folle

se lo tocca è parola del rimpianto...

Ora sai perché non senti più il mio cuore
battere sotto la tua mano calda. 

Ogni forma di rapporto si trova davanti a un dilemma: essere insieme, e tuttavia non riuscire a starci, insieme. E nel panorama strano e nuovo in cui i nostri rapporti sociali si muovono disorientati, come fossero in bilico su uno strapiombo, quel dilemma sembra essersi nevrotizzato. Gli altri ci mancano, eppure non riusciamo a ritrovarli davvero, perché la loro fisicità si è allontanata. Non sono corpi, sono piuttosto il riflesso di parole digitate sui tablet; non sono i linguaggi che quei corpi parlano, non sono le cose che trasmettono attraverso posture, gesti – la magica consistenza dell’esserci fisicamente, insomma. Più che altro, adesso, degli altri ascoltiamo le voci e leggiamo le parole o gli emoticon, guardiamo i volti sui monitor, seguiamo i profili social, scorriamo i twitter, i post e quant’altro. Fiumi di sorrisi, lacrimucce, e cuori, e fiori, e like: questo è stato e continua a essere il veicolo principale della nostra socialità recente; non fosse che poi quegli stessi altri quando ci incontriamo facciamo fatica ad abbracciarli, anche i baci sulle guance sono rapidi e sfuggenti, siamo tutti più impacciati e irrigiditi rispetto a prima. E con disorientamento ricordiamo un’altra epoca recente, un’altra prossemica, più ravvicinata, circoscritta da limiti che pareva ben possibile «sconfinare». (...)

È il momento di «partorire azioni e poesie», di tornare a uscire nel mondo. È tempo di ricominciare a sentire i corpi, perché è da loro che potrà avviarsi un tempo nuovo: un tempo «con te, e con te vicino», regolato da confini dilatati e che permettano però di stare insieme, nel rispetto ma nella condivisione dello spazio. Senza pungersi, ma senza ignorarsi. Possiamo provarci tutti insieme, che ne dite ?

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