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In Puglia e Basilicata

Un posto al cuore

Se un trasloco forzato smuove l’immobilismo

trasloco

Il lockdown ha cambiato molte vite. La storia di Beatrice e di tutti coloro che hanno modificato la loro esistenza. Ma, riflettiamoci, è sempre un male?

16 Aprile 2022

Lisa Ginzburg

Cara Lisa, hai chiesto di raccontare ricordi del lockdown. Io nel lockdown ho traslocato. Ero a Foggia, in partenza per Bologna, e avevo già incominciato a fare gli scatoloni delle mie cose (poche, ma il loro spazio lo prendono). Ero contenta, stavo per partire, mio padre aveva già mandato a Bologna la caparra di affitto dell’appartamento che avrei condiviso con la mia migliore amica. Ero iscritta alla Triennale di Scienze biologiche, lei a Scienze politiche. Mi ricorderò sempre il telegiornale con le notizie da Bergamo. Ho capito subito già quella sera che non sarei potuta partire. E per tutte le settimane dopo, la stranezza assurda della situazione per me è stata dominata dal rimpianto. Col pensiero ero a Bologna, nella mia nuova vita…

Beatrice

Cara Beatrice, ma poi sei riuscita a partire? Te lo chiedo perché la tua vicenda, leggendola, l’ho vista come fosse un film, mi si è conficcata in testa, nell’immaginazione. Certo deve essere stato davvero strano, vivere la paralisi del mondo avendo già incominciato (almeno nella mente) un transito, un trasloco. Ti immagino a fissare quegli scatoloni riempiti a metà, lisciarti le piume delle tue ali pronte a farti spiccare un volo abbozzato solo a metà… Hai dovuto frenare la gioia, inibire la felicità, rimanere ancora di più ancorata alla tua casa «di nascita» e a strettissimo contatto con i tuoi familiari, proprio nel momento in cui pensavi di creare un sano spazio di distanza e autonomia da loro. Che situazione paradossale, spiazzante: così il tuo racconto la fa immaginare. Ma forse rammaricarti per il tuo desiderio deluso (spero poi esaudito) ti avrà aiutato a distogliere l’attenzione dalla situazione di penosissima costrizione in cui ti trovavi.

Ho notato, ascoltando l’esperienza del lockdown di molti amici e conoscenti, che fissare il pensiero su altro è stato un sostegno per mantenere controllo sul sistema nervoso. Fissarsi su altro e su un altrove: un’amica ad esempio mi ha raccontato che nel lockdown tutti i giorni parlava in video con la madre che era in campagna, la madre spostava il telefono camminando e la mia amica ogni giorno sullo schermo poteva seguire la fioritura degli alberi. Lei era in città, e quella primavera spettacolare vista sul cellulare è diventata la sua risorsa principale, un appuntamento quotidiano necessario come può esserlo una riserva di ossigeno. Coltivare il tuo sogno di vita universitaria a Bologna, con la tua amica, aspettare e sperare che si avverasse presto, anche nel rammarico non ti ha aiutata, almeno un po’? Un’altra cosa che mi viene da pensare, è che il lockdown ha significato un trasloco per tanti: un trasloco interiore. Ci siamo spostati nella testa, abbiamo scoperto luoghi dell’anima che non sapevamo di contenere e ospitare.

Mi sembra, non so sei d’accordo, che dopo quella esperienza così forte, e unica, tutti abbiamo un modo diverso di considerare gli spazi. Ci siamo sin troppo abituati a stare al chiuso, ma anche perché abbiamo scoperto che il chiuso delle case può contenere altre dimensioni che sin troppo ci appartengono. Sono tante le storie di chi proprio «grazie» al lockdown ha preso decisioni radicali, si è impegnato con sé stesso a realizzare cambi di vita che prima non trovava la determinazione di attuare. Ed è stato, anche, un trasloco da modi di essere ad altri, nuovi. Siamo cambiati, in tanti: abbiamo ridefinito noi stessi, le nostre relazioni, le nostre priorità, i nostri valori. Alcuni sono diventati ancora di più sé stessi, altri hanno dato forma a dei nuovi sé stessi. Metamorfosi accadute non soltanto a causa della grande fatica di trovarci trincerati tra quattro mura, con fuori il dramma di una pandemia che mieteva morti (e ancora lo fa), uno stare immobili che ci ha costretti ad ascoltarci, capirci, preparando nostro malgrado spostamenti e cambiamenti successivi.

Se siamo e ci sentiamo tanto diversi da prima, è «grazie» ai traslochi che quell’immobilismo ha generato: traslochi reali, come il tuo che doveva accadere e per quel lungo momento invece non ha potuto. Ma anche per via dei traslochi intimi, slittamenti del pensiero che tante volte sono così necessari, silenziosi, impercettibili, eppure vivificanti e decisivi. Con i tuoi libri dell’Università, i tuoi oggetti, le tue cose, spero davvero che finito il lockdown i tuoi scatoloni abbiano potuto viaggiare: riempiti anche dai tuoi sogni coltivati e fatti maturare durante la vita reclusa. Fantasie e speranze che cumulando tempo, e silenzio, e dilazione, magari sono diventati per te ancora più importanti, e fresche, e tue. Te lo auguro, insieme a molti auguri per le tue metamorfosi e il tuo futuro. Giorni fa, «Un posto al cuore» ha lanciato un sondaggio sulla vita di coppia; commenteremo le vostre risposte la prossima settimana. Intanto Buona Pasqua a tutti!

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