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Operazione della Dda di Lecce

Smantellato il clan Pelè
affari con la 'ndrangheta

Trentotto ordinanze di custodia cautelare in carcere: vecchie e nuove alleanze nel capoluogo jonico

Finanza

TARANTO - Trentotto ordinanze di custodia cautelare (30 in carcere e otto ai domiciliari) sono state eseguite dalla guardia di finanza a conclusione di una indagine coordinata dalla Dda di Lecce che ha stroncato una presunta organizzazione criminale dedita allo spaccio di droga, all’usura, alle estorsioni e al riciclaggio di denaro. Ad alcuni degli indagati è contestata l’associazione mafiosa. Sono coinvolti anche esponenti della vecchia criminalità tarantina.

L'organizzazione - capeggiata dal boss Giuseppe Cesario, detto Pelè (morto nel marzo 2014) operava «in contatto con altre consorterie», attive a Taranto (come il clan D’Oronzo-De Vitis) e in Calabria (clan Bonavota e Paviglianiti). Dopo il decesso del capoclan la gestione degli affari illeciti sarebbe passata poi nelle mani dei suoi luogotenenti. I reati sarebbero stati commessi dal novembre del 2012 con permanenza fino all’esecuzione delle misure cautelari.

La presunta organizzazione, secondo l’accusa, era dedita al traffico di sostanze stupefacenti, all’usura, alle estorsioni, al porto e alla detenzione di armi, al contrabbando di sigarette, «non disdegnando - è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare - il ricorso a condotte violente e minacciose al fine di realizzare profitti e vantaggi ingiusti ed allo scopo di acquisire il controllo diretto o indiretto di attività economiche, e la gestione di appalti e servizi pubblici, nonchè procedendo al sistematico reimpiego dei proventi illeciti in attività economiche lecite, la cui titolarità giuridica appariva talora ricondotta a compiacenti prestanome».
Di associazione mafiosa rispondono 29 indagati oltre al defunto boss Giuseppe Cesario. L’aggravante è contestata al 45enne Cosimo Bello (a cui era attribuito, nel gergo mafioso, il grado di «santa o santista"), al 47enne Carlo Mastrochicco, al 61enne Cosimo Morrone, al 51enne Egidio Guarino, al 32enne Alberto Marangione (per aver fatto parte di un’associazione armata), al 38enne Gianni e al 41enne Luciano Bello (questi ultimi due per aver commesso i reati nel periodi di applicazione della sorveglianza speciale).

C'è anche un avvocato di 41 anni, a carico del quale si ipotizza il reato di associazione mafiosa "pur non essendo organicamente inserito nel sodalizio», tra gli indagati a piede libero dell’inchiesta. I finanzieri del comando provinciale di Taranto hanno eseguito contestualmente un sequestro preventivo di beni per un milione di euro riferibili agli indagati o a prestanome. Si tratta, in particolare, di 5 compendi aziendali (una pizzeria, un’impresa funebre, un negozio di commercio all’ingrosso di frutta e verdura, un’agenzia di giochi e scommesse, un negozio di detersivi), una villa, 3 unità immobiliari, 5 autovetture e 3 ciclomotori.
I particolari dell’operazione sono stati illustrati dal procuratore della Dda di Lecce, Cataldo Motta, dal procuratore aggiunto di Taranto, Pietro Argentino, dai pm Alessio Coccioli e Giovanna Cannarile e dal comandante provinciale della guardia di finanza di Taranto, Gianfranco Lucignano. Al centro dell’inchiesta il presunto clan capeggiato da Giuseppe Cesario, detto Pelè, morto nel marzo 2014.

Il legale indagato, secondo l’accusa, «si proponeva quale indispensabile consigliere» di Cesario. L’operazione di polizia giudiziaria ha visto impegnati 280 militari per l’esecuzione sia delle ordinanze di custodia cautelare che delle perquisizioni personali e dei sequestri patrimoniali nelle città di Statte, Massafra e Taranto. L’indagine, durata tre anni, è scaturita da un controllo eseguito nei confronti di un professionista titolare di uno studio contabile, nel corso del quale fu rinvenuta documentazione attestante una elevata esposizione debitoria verso una persona che gli aveva concesso dei finanziamenti a tassi da usura che oscillavano dal 37% al 306% annuo. Il sodalizio gestiva anche lo spaccio di droga, le estorsioni, il traffico di armi, il contrabbando di sigarette e riciclava denaro in attività lecite.

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