Giovedì 03 Dicembre 2020 | 16:11

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Langue la trattativa tra i Commissari, Invitalia e ArcelorMittal

Ex Ilva, sindacati: anomalie su assunzioni e esuberi

Il governo scopra le carte della trattativa con ArcelorMittal e lo faccia presto perché l’ex Ilva scoppia. È la presa di posizione dei sindacati, stanchi di fare da spettatori (nemmeno da comparse) nel negoziato che proietterà la grande fabbrica nel futuro. Un futuro che il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli immagina green con lo stabilimento siderurgico decarbonizzato (si veda altro articolo in questa pagina; ndr). A Taranto oggi è in programma il Consiglio di fabbrica ArcelorMittal e appalto dei sindacati metalmeccanici che dovrà deliberare eventuali forme di mobilitazione. Già i territoriali avevano interpellato il prefetto di Taranto Demetrio Martino, chiedendogli di farsi portavoce nei confronti del governo per sollecitare un tavolo di confronto.

Ieri sono scesi in campo i segretari nazionali di Fim, Fiom e Uilm Roberto Benaglia, Francesca Re David e Rocco Palombella con una richiesta di incontro «urgente» proprio al ministro Patuanelli «per conoscere, a pochi giorni dalla scadenza del 30 novembre, qual è lo stato della trattativa in corso tra i Commissari di Ilva in As, Invitalia e ArcelorMittal». L’accordo ancora non c’è e spunta l’ipotesi rinvio. I sindacati sottolineano che «la situazione all’interno dei vari siti produttivi è diventata drammatica: aumento esponenziale del numero di lavoratori in cassa integrazione, livelli produttivi ridotti ai minimi termini che fanno segnare un record negativo e che rendono, tra l’altro, impossibile la rotazione tra i lavoratori, con una consistente riduzione salariale; incertezza dei lavoratori in As sul futuro occupazionale». Non è tutto: si parla anche di «sospensione delle manutenzioni e degli investimenti ambientali, con conseguenze drammatiche sui lavoratori dell’appalto; di interruzione delle attività formative legate a salute e sicurezza; e di mancanza di approvvigionamento dei DPI, i dispositivi di protezione individuale (emblematica di quello che può accadere anche in tempo di pandemia, ndr)».

Fim, Fiom e Uilm sono sul piede di guerra perché «a questa difficile situazione - osservano - si aggiunge un atteggiamento chiuso da parte di ArcelorMittal nelle relazioni sindacali, mentre il ricorso a provvedimenti disciplinari», con licenziamenti a Taranto come a Genova, ha raggiunto «un livello insostenibile. Tutto questo è anche determinato dalla lunga fase di incertezza che persiste da troppi anni. Qualsiasi ipotesi di differimento della data del 30 novembre - concludono - renderebbe la situazione non più gestibile». Le Rsu non escludono la possibilità di intraprendere «forti azioni di lotta» che potrebbero «determinare seriamente il fermo degli impianti».

Il coordinatore provinciale dell’Usb Francesco Rizzo reputa «positive le azioni del Contratto istituzionale di sviluppo (Cis) per la riconversione economica», ma «non si può dire altrettanto del Governo - attacca - sulla grande vertenza ArcelorMittal, per la quale l’esecutivo continua a mostrarsi latitante». Secondo il sindacalista, la questione licenziamenti da un lato e il costante ricorso alla cassa integrazione dall’altro, «rischiano di portare i lavoratori allo stremo e ad un disagio sociale incontenibile», che - avverte - potrebbe sfociare in «episodi difficili da controllare».

SINDACATI CONVOCATI IL 13 DA PATUANELLI E CATALFO -  Il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli e il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo hanno convocato per venerdì 13 novembre alle ore 16 le organizzazioni sindacali per discutere della vicenda ex Ilva dopo la richiesta dei segretari nazionali di Fim, Fiom e Uilm Roberto Benaglia, Francesca Re David e Rocco Palombella. Lo si apprende dai sindacati metalmeccanici, che intendono conoscere qual è lo stato della trattativa in corso tra governo e ArcelorMittal a pochi giorni dalla scadenza del 30 novembre indicata inizialmente per la sua definizione. I sindacati hanno sottolineato che «la situazione all’interno dei vari siti produttivi è diventata drammatica: aumento esponenziale del numero di lavoratori in cassa integrazione, livelli produttivi ridotti ai minimi termini; incertezza dei lavoratori in AS sul futuro occupazionale, sospensione delle manutenzioni e degli investimenti ambientali, con conseguenze drammatiche sui lavoratori dell’appalto». 

IL CONSIGLIO DI FABBRICA - «Si è deciso di intraprendere un percorso assembleare con i lavoratori al fine di condividere le azioni di mobilitazione per impedire che la multinazionale continui a dettare l’agenda al governo, tenendo in ostaggio migliaia di lavoratori di Arcelor Mittal e appalto e di tutta la comunità ionica che attende risposte, ormai da tempo, su investimenti che interessino le questioni ambientali e di bonifiche». Lo ha stabilito il consiglio di fabbrica delle Rsu di Fim, Fiom, Uilm e Usb, riunitosi per fare il punto in merito alla scadenza del 30 novembre indicata per la definizione della trattativa tra governo e ArcelorMittal per la nuova compagine societaria, ma che potrebbe anche slittare.
I sindacati contestano inoltre il «clima di repressione che ArcelorMittal sta adottando nei confronti dei lavoratori di tutto il gruppo» riferendosi al licenziamento di alcuni operai degli stabilimenti di Taranto e Genova. «Il governo - aggiungono - continua a tenere fuori dalla trattativa le organizzazioni sindacali e, ad oggi, non si conosce quale sarà il futuro assetto societario, il piano industriale, occupazionale e ambientale per il rilancio del sito produttivo di Taranto e di tutto il gruppo».
Nel verbale si fa presente che venerdì 13 novembre le segreterie nazionali, a seguito di una richiesta di incontro, sono state convocate «in videoconferenza dai ministri dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, del Lavoro Nunzia Catalfo, e dell’Economia Roberto Gualtieri sulla vertenza ex Ilva. Crediamo - concludono le sigle metalmeccaniche - che non sia più rinviabile una discussione di merito che affronti tutte le criticità esistenti all’interno dello stabilimento, a partire dal massiccio utilizzo della cassa integrazione, all’assenza di manutenzioni ordinarie e straordinarie e un ricorso immotivato a licenziamenti repressivi, determinando un clima di terrore all’interno della fabbrica».

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