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il siderurgico

Gruppo Mittal deposita memoria, manca intesa su soggetti terzi. Legali Ilva, ricorso su spegnimento Afo2

Rottura del negoziato o possono esserci ancora degli spiragli per le trattative?

Conte: «Mittal chiede 5000 esuberi, inaccettabile». Governo disponibile a discutere immunità

Il punto non ancora risolto per l'accordo di massima, premessa della trattativa tra ArcelorMittal e i commissari dell’ex Ilva, è la mancata definizione dell’entità, della misura e della modalità degli interventi degli eventuali soggetti pubblici e privati italiani
che potrebbero entrare nell’operazione per rivitalizzare il polo siderurgico italiano. Da quanto si è appreso, questo è uno dei  motivi che ha portato ieri il gruppo indiano a depositare una memoria nella causa civile in corso a Milano.

I legali dell’Ilva in As hanno depositato alla cancelleria del tribunale del Riesame di Taranto il ricorso contro la decisione del giudice Francesco Maccagnano di respingere l’istanza di proroga della facoltà d’uso dell’Altoforno 2 dello stabilimento ArcelorMittal di Taranto. Ora si aspetta la data dell’udienza che probabilmente sarà fissata per il 30 dicembre, secondo il calendario delle discussioni dei ricorsi già fissato dal Tribunale.

La data successiva per la possibile fissazione del'udienza è quella del 7 gennaio, ma troppo ravvicinata all’ultima fase delle operazioni dello spegnimento dell’impianto, già avviate su disposizione del giudice Maccagnano.
L’Afo2 fu sequestrato dopo l’incidente del giugno 2015 che costò la vita all’operaio Alessandro Morricella. A distanza di quattro anni e mezzo, non è ancora stata rispettata la prescrizione più importante, quella dell’automazione del campo di colata. In mancanza di accoglimento del ricorso da parte del Riesame, secondo il cronoprogramma predisposto dal custode giudiziario dell’area a caldo Barbara Valenzano, «le modifiche impiantistiche che saranno implementate dall’8 gennaio 2020 in poi non consentiranno la successiva ripresa del normale esercizio dell’Afo2». Il 18 gennaio 2020, invece, quando sarà completata la fase di abbassamento carica dell’Altoforno, inizierebbe il «colaggio della salamandra», consistente nella foratura del crogiolo e nel colaggio degli ultimi fusi, intervento che durerebbe un paio di giorni. A quel punto l'impianto non potrebbe essere più utilizzato se non dopo procedure che durerebbero almeno 6-7 mesi. Per ragioni di sicurezza e per garantire un regime termico adeguato, l'altoforno dovrà mantenere un livello minimo produttivo di 4.800 tonnellate al giorno fino all’ultima fase dello spegnimento.

DEPOSITATA MEMORIA 'IN UN ANNO CAMBIATE REGOLE DEL GIOCO' - «Il Governo di uno Stato e i Commissari Straordinari che ha nominato non possono indurre una società a effettuare un enorme investimento perché ha confidato
su un’apposita norma di legge e poi cambiare le 'regole del gioco' durante l’esecuzione del contratto». Lo si legge della
memoria depositata da ArcelorMittal nell’ambito della causa civile. Memoria secondo cui la multinazionale ha «investito Euro
345 milioni, dismesso rilevanti beni» e dopo un anno si è trovata di fronte a una situazione «completamente  diversa».ArcelorMittal ha depositato, da quanto si è appreso, la memoria per contrastare il ricorso cautelare d’urgenza dei commissari dell’ex Ilva nella causa in corso a Milano. Le parti avranno conoscenza della memoria da oggi e, da quanto si è appreso, bisognerà capire se il passo del gruppo franco-indiano lascerà ancora aperto lo spazio per proseguire le trattative.

I legali di Mittal, dunque, da quanto si è appreso, dopo una lunga giornata di incontri e riflessioni hanno deciso di depositare la memoria. Ci si aspettava, invece, una richiesta congiunta di rinvio dell’udienza del 20 dicembre per favorire le trattative in corso. Ora bisognerà capire, comunque, se la mossa del gruppo di contrastare con una memoria scritta il ricorso dei commissari, contro l’addio dell’ex Ilva, vada nel senso di una rottura del negoziato o se, stando a quanto filtrato, sia un passo procedurale e possano esserci ancora degli spiragli per le trattative.

Tre gli scenari che si prospettano a questo punto: se prima dell’udienza di venerdì non verrà trovata un’intesa di principio allora si andrà allo 'scontro' in udienza con la discussione e la decisione del giudice nei giorni successivi; sarà raggiunto prima dell’udienza un accordo sui 'macrotemi' e le parti congiuntamente chiederanno un rinvio dell’udienza alla settimana successiva o a gennaio per i negoziati. Terza ipotesi: le parti avranno bisogno di qualche giorno in più per trovare l’intesa di massima e chiederanno un rinvio al 23 dicembre o a dopo le feste.

La «verità» - si legge nella memoria di 57 pagine, che ricalca in alcune parti e temi l’atto di citazione che Mittal ha depositato a novembre per chiedere il recesso dal contratto - «è che le finalità perseguite» dai commissari dell’ex Ilva «sono del tutto estranee al richiesto rimedio cautelare (hanno presentato un ricorso cautelare d’urgenza contro il gruppo, ndr)». I commissari, sostiene Mittal, «vorrebbero obbligare» la multinazionale, «sotto la minaccia di una inammissibile astreinte (penalità, ndr) dall’iperbolico importo di 1 miliardo» di euro, a «svolgere la propria attività in un impianto sotto sequestro che la espone a seri rischi di gravi responsabilità penali».

In altri termini, aggiungono, l’amministrazione straordinaria chiede che il giudice «ordini ad AM di 'far funzionare le macchine rischiando l’accusa di disastro ambientalè». È evidente, quindi, «la macroscopica sproporzione tra il sicuro pregiudizio gravissimo che l’accoglimento del ricorso causerebbe ad AM e il pregiudizio (inesistente) che l’ordinata retrocessione dello stabilimento, quale attività specificamente disciplinata dal Contratto» causerebbe all’ex Ilva.
Non è affatto vero, si legge ancora nel ricorso, che ArcelorMittal «stia cercando un alibi per eludere i propri impegni contrattuali dopo averne compiuto una diversa valutazione per ragioni di convenienza economica». Il gruppo "non ha bisogno di alibi» e «sono sufficienti» i «fatti», tra cui, insiste Mittal, questo: «le ricorrenti hanno sempre saputo che la 'Protezione Legalè», ossia lo 'scudo penalè, «era una condizione necessaria per svolgere le attività oggetto del Contratto in esecuzione del 'Piano Ambientalè e del 'Piano Industriale'»

Come si legge nella memoria presentata dal pool di legali che assistono il gruppo franco-indiano «dopo aver investito Euro 345 milioni, dismesso rilevanti beni in conformità alle indicazioni della Commissione europea ed esattamente eseguito il Contratto per oltre un anno, ArcelorMittal - si legge nell’atto - si è così trovata in una situazione completamente diversa da quella concordata a causa di decisioni e condotte altalenanti e imprevedibili di autorità pubbliche e soggetti istituzionali (come il Governo e i Commissari Straordinari)».
«Soltanto da queste decisioni e condotte» così «come dall’ingiustificato rifiuto di accettare la restituzione dello stabilimento da parte» dell’amministrazione straordinaria "deriverebbe il rischio delle gravi conseguenze paventate nel ricorso, alcune delle quali sono inesistenti e suggestive (come la distruzione di beni produttivi o di un concorrente), mentre altre molto enfatizzate nel vano tentativo di influenzare» il giudice civile chiamato a decidere sul caso «(come le ricadute "sull'intera economia nazionale».
In più, annotano ancora i legali della multinazionale, «è vero che lo stabilimento Ilva è un bene di interesse strategico nazionale, anche considerando i valori costituzionalmente protetti che coinvolge (come ambiente, salute, sicurezza e occupazione). È altrettanto vero, però, - si legge ancora - che il rilievo strategico attribuito a uno stabilimento industriale non può essere strumentalizzato» per imporre a un investitore "continuare a svolgere l’attività produttiva come se nulla fosse e di accettare assurdamente il rischio di responsabilità penali che erano state escluse al momento e proprio in funzione del suo investimento».

Mittal, nella parte introduttiva della lunga memoria, spiega di aver «pienamente rispettato sia il mero invito» del giudice del 18 novembre «sia gli impegni assunti con la dichiarazione resa» dall’ad Lucia Morselli all’udienza del 27 novembre, «nonché compiuto ogni ragionevole sforzo finalizzato a ridurre la tensione e agevolare una soluzione bonaria della controversia, che non è stato ancora possibile raggiungere».
Ad ogni modo, come è stato spiegato da alcune fonti, i negoziati tra i legali delle due parti per arrivare ad un accordo di massima per proseguire le trattative stanno andando avanti anche in queste ore. E il deposito della memoria, è stato spiegato, non è una mossa 'aggressivà ma procedurale, dato che l'intesa di principio, in vista dell’udienza del 20, non è ancora stata trovata e ieri scadeva il termine per la presentazione dell’atto.
Il gruppo chiarisce che non vuole replicare «alle numerose frasi iperboliche, enfatiche e sarcastiche utilizzate dalle ricorrenti (ossia i commissari, ndr) anche per attribuire una dimensione di estrema gravità politico-istituzionale a una controversia che, seppur molto importante, ha natura contrattuale e deve essere risolta in base alle applicabili norme del nostro ordinamento». E vuole soffermarsi «soltanto sulle numerose parti del ricorso che contengono erronee allegazioni fattuali, significative omissioni e infondate argomentazioni giuridiche potenzialmente rilevanti ai fini della decisione».

L'IMPORTANZA DELL'AFO2 - L’altoforno 2 «è 'vitale' per l'impianto di Taranto e l’intero polo industriale» e il suo «spegnimento», a sua volta, «imporrà di spegnere anche gli altri due altoforni attivi presso lo stabilimento di Taranto perché presentano caratteristiche tecniche analoghe». La «Magistratura penale», poi, ha anche stabilito «che l’omessa esecuzione delle Prescrizioni non è imputabile» ad ArcelorMittal, «bensì ad 'anni di inadempimento colpevolè» dei commissari dell’ex Ilva. Lo scrivono i legali del gruppo nella memoria depositata a Milano.  «Che la Procura della Repubblica possa versare in un giudizio civile (...) elementi istruttori acquisiti al di fuori di ogni contraddittorio (e di ogni competenza) nonché del controllo del giudice civile è evenienza, a nostra memoria, mai verificatasi in Italia e, per quanto si sappia, in alcuno Stato di diritto». E’ scritto nella memoria depositata da ArcelorMittal nella causa in corso a Milano aggiungendo che con il loro intervento i pm hanno trasformato il processo civile in «un’appendice di un’indagine penale».  molto più comodo, scrivono i legali del gruppo franco indiano, «per il Governo e i Commissari Straordinari accusare l’investitore straniero di 'voler scappare dall’Italià e distruggere asseritamente una grande industria nazionale, erigendosi a paladini di una legalità che loro stessi hanno ripetutamente calpestato con clamorosi inadempimenti pluriennali e arbitrari voltafaccia normativi, tipici di un Sistema che crede di poter fare tutto quel che vuole tranne che un’obiettiva autocritica sul modo con cui ha gestito i problemi di tale industria nonché i rapporti contrattuali con chi (come ArcelorMittal) ha tentato di risolverli mediante un enorme impegno imprenditoriale ed economico».

La «roboante litania avversaria sulle catastrofiche conseguenze dello scioglimento del Contratto», aggiungono, «ha uno scopo tanto ingannatorio quanto beffardo e vano: tentare di impressionare» il giudice «e consentire a chi ha davvero causato il presunto disastro di attribuirne paradossalmente la responsabilità a una società (AM) che ha soltanto svolto la propria attività imprenditoriale in conformità al Contratto, fino a quando ha potuto, superando anche grandissime difficoltà del tutto ingiustificate e inattese causate dal Governo» e dai commissari. Così Mittal elenca anche i punti sulla base dei quali ha esercitato il recesso dal contratto, tra cui l’eliminazione per legge del cosiddetto 'scudo penalè, che incide anche sul «piano industriale». E poi il fatto che l’ex Ilva non ha «attuato le Prescrizioni entro il 13 dicembre» con la conseguenza che "devono essere spenti sia AFO2 sia gli altoforni 1 e 4 in ottemperanza a un ordine della Magistratura penale». Tra gli allegati anche un parere di Valerio Onida, ex presidente emerito della Corte Costituzionale, e dalla professoressa Barbara Randazzo, ordinaria di diritto pubblico alla Statale di Milano, "in merito alla legittimità costituzionale della Protezione Legale».

Dopo aver inviato la comunicazione di recesso dal contratto il 4 novembre, ArcelorMittal «si è limitata ad avviare le attività propedeutiche all’ordinata retrocessione dei rami d’azienda in conformità a quanto previsto dal Contratto» e per evitare «di incorrere in responsabilità penale derivante dall’eliminazione della Protezione Legale».
Il termine di 30 giorni «indicato a tal fine nella lettera di recesso», si legge ancora nella memoria, «è tutt'altro che incongruo. Anzi, è in linea con il tempo intercorso tra la sottoscrizione dell’accordo modificativo del Contratto in data 14 settembre 2018 e il closing dell’operazione d’affitto in data 31 ottobre 2018: ossia, il tempo in cui i rami di azienda sono stati trasferiti dai Commissari Straordinari ad AM».
Rasenta la «calunnia», quindi, secondo Mittal, «l'accusa di aver tenuto condotte volte a 'distruggerè gli 'stabilimenti industriali di interesse strategico nazionalè a causa delle modalità con cui si stava procedendo alla loro riconsegna», ossia il «cronoprogramma di spegnimento». E ancora: «Rasenta nuovamente la calunnia affermare che AM voglia 'uccidere un proprio importante concorrente sul mercato europeò, sabotandolo presso fornitori e clienti nonché privando il magazzino delle materie prime necessarie a condurre lo stabilimento». Magazzino che «ha raddoppiato il proprio valore da quando le ricorrenti lo hanno trasferito ad AM il primo novembre 2018».

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