Martedì 10 Dicembre 2019 | 19:23

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Il gruppo ArcelorMittal «spera che l'incontro» di domani con il premier Giuseppe Conte «offra l'opportunità di fare buone progressi nella ricerca della soluzione alla difficilissima situazione in cui si trova l'Ilva». Lo indicano fonti vicine al gruppo che
sottolinea di essere «convinto di non aver fatto altro che esercitare ogni sforzo per implementare in buona fede tutti gli aspetti principali dei piani di risanamento industriale e ambientale» per l’acciaieria ex Ilva.

ArcelorMittal, indicano ancora fonti vicine al gruppo, ritiene che l’incontro di domani a Palazzo Chigi potrà essere una occasione utile «per continuare le discussioni sul futuro dell’acciaieria ex Ilva dopo la rimozione delle garanzie legali che hanno reso impossibile o illegale per qualsiasi operatore produrre acciaio a Taranto».
Il gruppo ritiene che sia poi «chiaro che per consentire all’Ilva di continuare a operare sarà necessario concordare un nuovo piano per la produzione di acciaio che sia accettabile per tutti gli stakeholder».
Sullo sfondo, tema di confronto, - evidenziano ancora le stesse fonti - «la difficilissima situazione in cui si trova l'Ilva a cui ai aggiungono altre problematiche, come la chiusura ordinata dalla Procura di Taranto dell’altoforno due».

EX PM ILVA A GIUDIZIO - I pm Remo Epifani, Raffaele Graziano e Mariano Buccoliero hanno citato a giudizio per il 4 dicembre prossimo, dinanzi al giudice monocratico del Tribunale di Taranto, gli ex commissari straordinari di Ilva Enrico Bondi e Piero Gnudi e i direttori di stabilimento pro tempore Antonio Lupoli e Ruggero Cola per getto pericoloso di cose e attività di gestione di rifiuti non autorizzata contestati fino all’1 agosto 2015. Dopo due richieste di archiviazione, era stato il gip Vilma Gilli a disporre nuove indagini. Gli indagati, secondo l’accusa, nelle rispettive qualità e in concorso e accordo tra loro, omettendo nell’esercizio dell’attività produttiva dello stabilimento siderurgico Ilva sottoposto a commissariamento di adempiere alle prescrizioni Aia (rilasciata il 26 ottobre 2012) nonché alle prescrizioni del Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria di cui al Dpcm del 14 marzo 2014. Per l’accusa, avrebbero così determinato «illecitamente - è detto nel capo d’imputazione - lo sversamento di una quantità imponente di emissioni diffuse e fuggitive, nocive in atmosfera, emissioni derivanti dall’area parchi, dall’area cokeria, dall’area agglomerato, dall’area altiforni, dall’area acciaieria, e dall’attività di smaltimento operata nell’area GRF, nonché dalle diverse torce dell’area acciaieria a mezzo delle quali (torce) smaltivano abusivamente una grande quantità di rifiuti gassosi». I pm hanno individuato la parte offesa nel Comune di Taranto (che segue gli sviluppi dell’inchiesta con l’avv. Rosario Orlando) e il Ministero dell’Ambiente. La citazione diretta a giudizio è stata notificata nei giorni scorsi.

LE PAROLE DI CONFINDUSTRIA TARANTO - «L'azienda ha mostrato disponibilità, ha avviato i pagamenti e sono arrivati i primi bonifici. Nelle prossime 48 ore dovrebbero esserci tutte le valute dei pagamenti» nei termini definiti: «il 70% del fatturato agli autotrasportatori, il 100% delle fatture scadute all’indotto». Lo ha detto il presidente di Confindustria Taranto, Antonio Marinaro, dopo un incontro con la dirigenza di
A.Mittal, a proposito dei pagamenti alle aziende dell’indotto che da 4 giorni protestano dinanzi alle portinerie dell’ex Ilva.

«L'impegno di Confindustria - ha aggiunto - è quello di far garantire le attività essenziali dello stabilimento e la messa sicurezza degli impianti. Devo dire che l’esasperazione e i livelli di tensione sono elevatissimi, ma Confindustria conta di espletare al meglio il suo ruolo». Marinaro ha annunciato un altro incontro con l'azienda nelle prossime ore. «Abbiamo necessità - ha precisato - di una celerità nei riscontri perchè qui si gioca tutto sulla celerità e non dipende da noi ma dipende dall’esecuzione dei bonifici e dalle conseguenti valute. Questo presidio è nato come patto di solidarietà tra ditte che si occupano di attività diverse. Abbiamo consegnato all’azienda un documento con una proposta di pianificazione dei pagamenti chiedendo uguale trattamento per tutti».
Giacinto Fallone, presidente della sezione Autotrasportatori di Casartigiani, ha riferito che «l'azienda ha inviato soprattutto avvisi di pagamento che non sono ancora bonifici e non sono stati notificati a tutti. Peraltro, pare che non siano state contabilizzate tutte le fatture scadenti e quindi non si tratta del 70% come promesso dall’azienda. Abbiamo deciso di mantenere un presidio fino a quando l’ultima impresa di autotrasporto o dell’indotto non avrà ricevuto fino all’ultimo centesimo».

AZIENDA CONDANNATA A PAGARE 24MLN - Non è la prima volta in Italia che il Gruppo ArcelorMittal viene accusato di non rispettare un impegno. Infatti per aver «mandato a monte un affare già definito» e cioè un accordo di acquisizione del 2008 di Metalsider e Sidermed, due controllate di Finmasi Group, azienda siderurgica con sede a Modena, è stata condannata in primo grado, con la conferma in appello, a versare un risarcimento di 23 milioni 745 mila euro all’impresa emiliana ritenuta danneggiata per un «inadempimento contrattuale». La vicenda, che risale all’epoca del crac Lemhan Brothers e al periodo di crisi conseguente, come si legge nelle carte della causa civile, per una parte è già stata definita in Cassazione e per l’altra, quella che riguarda l’importo definitivo di fatto già pagato ma immobilizzato nelle casse della Finmasi, è in attesa del giudizio della Suprema Corte.
Dagli atti risulta infatti che dal 2007 l’impresa italiana aveva avviato trattative con il gruppo cinese Wuhan Iron Steel per la compravendita dei due rami di azienda e che quest’ultimo alla scadenza dell’"opzione rilasciata il 13.07.2007» e rinnovata il 30 marzo 2008, avrebbe ottenuto una ulteriore proroga fino al 30 giugno 2008. 

ArcelorMittal si era ritirata «dall’affare con motivazioni strumentali e non corrispondenti alla realtà (...) dei fatti». Lo ha voluto precisare Marcello Masi presidente di Finmasi Group, l’azienda italiana che si è vista riconoscere in primo e in secondo grado un risarcimento di 23 milioni e 750 mila euro nella causa civile contro il Gruppo Arcelor Mittal, condannato per un «inadempimento contrattuale». Secondo i giudici la multinazionale non ha dato esecuzione a un accordo già concluso con sui doveva acquisire i due rami dell’azienda con sede a Modena. «L'affare è sfumato - ha precisato Masi in una nota - in quanto ArcelorMittal non ha rispettato i patti contenuti in un Memorandum of Agreement firmato il 30 agosto 2008 fra Marcello Masi per Finmasi e Philippe Baudon e Jean-Marie Barthel per conto di ArcelorMittal contenente tutte le condizioni pattuite nell’incontro dell’11 luglio a Londra. Condizioni che non si sono realizzate per responsabilità di ArcelorMittal - ha aggiunto il fondatore del gruppo modenese - la quale soltanto in data 27 novembre 2008 si ritirava dall’affare con motivazioni strumentali e non corrispondenti alla realtà dei suddetti fatti». «Questo è quanto è accaduto, - ha proseguito l’imprenditore - e rinunciando a qualsiasi commento, mi limito ad aggiungere che la sentenza emessa dal Tribunale di Milano nel 2014 a firma del giudice Enrico Consolandi riconosceva le ragioni di Finmasi confermate da due successive sentenze della Corte d’Appello e, in ultima istanza, dalla Corte di Cassazione a dicembre 2018. «Nonostante tutto ciò - conclude la nota -, ArcelorMittal ha presentato ricorso in Cassazione contro il quantum del danno stabilito dal Tribunale di Milano e confermato dalla Corte d’Appello di Milano, danno garantito da una fideiussione emessa a suo tempo» dalla società franco indiana «e che Finmasi ha già incassato» nonostante il giudizio debba passare il vaglio della Suprema Corte.

IL GESTO DEI TASSISTI ROMANI - A partire da domani un centinaio di Taxi di Roma mostreranno un banner con la scritta «I bambini di Taranto vogliono vivere». La campagna di sensibilizzazione, denominata «Taxi Roma per Taranto», prenderà il via dalla sede della Cooperativa Radiotaxi Samarcanda 5551 in via della Magliana Nuova. L’iniziativa è promossa dal Coordinamento Roma Liberiamo Taranto Aps e dall’associazione Genitori Tarantini Ets. I tassisti «hanno raccolto - viene spiegato - l’invito del loro collega Roberto Vici mostrando grande sensibilità e volontà di supportare le famiglie tarantine vittime della grave ingiustizia che sta colpendo la città jonica». Il messaggio «I bambini di Taranto vogliono vivere» girerà «grazie ai taxi, in tutta la città di Roma. Una nuova iniziativa per dire No - osservano i promotori - alla prevaricazione della pura logica del profitto sulla salute, No alla conservazione di un’industria altamente inquinante e che mina oltre alla salute anche la dignità dei tarantini». Oggi, concludono Liberiamo Taranto e Genitori Tarantini, si parla «di possibile accordo che vede profilarsi il ripristino dello scudo penale per ArcelorMittal, di migliaia di esuberi, del ripristino dell’Afo 2 (posto sotto sequestro dalla magistratura poiché teatro della morte dell’operaio Alessandro Morricella) e addirittura di una vera e propria deportazione degli abitanti che possiedono un’abitazione prospiciente i parchi minerali. Noi vogliamo una vera riconversione».

CGIL: CONFINDUSTRIA NON USI LAVORATORI COME SCUDO - La Cgil di Taranto accusa Confindustria e le imprese dell’indotto che da quattro giorni stanno presidiando le portinerie dell’ex Ilva di usare i lavoratori «come scudo umano» davanti alla fabbrica per «il contingente bisogno di far cassa». Chiede quindi di rimuovere i blocchi e di concordare con i sindacati forme di protesta comune per non minimizzare la vertenza complessiva. La protesta dell’indotto non è concordata con le organizzazioni sindacali.

«Avevamo offerto - sottolinea il segretario generale della Cgil ionica Paolo Peluso - a Confindustria, insieme a Cisl e Uil, la possibilità di concordare azioni comuni che tenessero assieme tutti i difficili pezzi di un puzzle che smembrato in questi termini rischia di 'minimizzarè le azioni e le risposte». L’invito a muoversi «assieme - aggiunge il sindacalista - rivendicando anche la legittima richiesta delle imprese di essere pagate per i loro servizi, era inoltre un presupposto che ci avrebbe consentito di essere meno deboli, meno frammentati e traguardare obiettivi condivisi». Secondo Peluso, «è evidente che la proposta è stata rifiutata e che a quelle imprese non interessa molto la vertenza d’assieme, con tutte le sue drammatiche sfaccettature, ma solo ed esclusivamente il contingente bisogno di far cassa. Un atto che getta disonore su una richiesta seppur legittima - ribadisce Peluso - perché non si possono pagare i lavoratori per lasciarli a casa, oppure porli in libertà senza sapere se quelle giornate saranno pagate o meno, o peggio ancora usare gli stessi come scudo umano davanti alle portinerie. Confindustria e imprese rimuovano immediatamente i blocchi e mostrino quella maturità che questo pur difficilissimo momento richiede».

FICO: NESSUN MOTIVO PER SCUDO PENALE - «Rispetto all’Ilva va detto chiaramente: lo scudo penale è un pretesto per Mittal» per «dire 'voglio annullare il contratto'», mentre «sappiamo tutti che lo scudo penale non ha nessuna motivazione di essere rispetto al contratto». Così il presidente della Camera Roberto Fico. «Ciò che sta accadendo è che Mittal o si è fatta i conti in tasca male quando ha firmato il contratto e quindi» c'è «un’incapacità gestionale di prevedere il futuro non da qui a 10 anni, ma di prevederlo a un anno, rispetto al lavoro che loro fanno in tutto il mondo», ma «questa incapacità non possono pagarla l’Italia e i lavoratori italiani». Oppure «se non sono stati incapaci peggio ancora, e infatti oggi è tutto agli atti dei tribunali. Lo Stato deve essere forte, unito, a dire che si deve continuare a produrre acciaio in Italia, in un certo modo. Quindi rispettando l’ambiente la salute dei cittadini il lavoro, nessuno può venire a fare in Italia ciò che vuole, il comodo proprio».

GOVERNO: SI TRATTA CON MITTAL MA C'È DISTANZA SU ESUBERI - Sia ArcelorMittal a «fare la prima mossa» e tolga dal tavolo il rischio di 5.000 esuberi strutturali; mentre sullo scudo penale «un ragionamento» si può fare - dice il ministro Stefano Patuanelli - pur se deve passare per un confronto politico, «in particolare nel M5s», e comunque "non si può partire da qua». Il premier Giuseppe Conte mantiene il pressing politico sull'azienda e in vista dell’incontro con la proprietà avverte: «Venerdì porterò la determinazione di un presidente del Consiglio di un Paese del G7 dove si viene e si rispettano le regole"; chiede quindi all’azienda di «capire questa situazione e assumere un atteggiamento ben diverso». Sull'ex Ilva è una partita che resta aperta su molti fronti e che su ogni campo si gioca in modo estremamente diverso. Dal dibattito politico che alza i toni alla riservatezza delle 'interlocuzioni' per una mediazione, poi le partite giudiziarie aperte civili e penali, e la trincea dei sindacati. E per prepararsi ad un piano B si lavora in silenzio anche sull'ipotesi di un pilastro pubblico - se non con Cdp (come forse è più difficile o comunque prematuro), con società controllate dal Tesoro, o anche con un intervento diretto del Mef - per sostenere l’acciaieria o per nuovi progetti che possano sostenere l’occupazione a rischio. E’ previsto venerdì l'incontro tra il premier e Lakshimi Mittal. Lo stesso giorno andrà deserto l’incontro con i sindacati fissato dall’azienda: Fim, Fiom e Uilm hanno preannunciato che non andranno perchè ritengono che sia senza fondamento la procedura avviata da ArcelorMittal per 'restituire' l’ex Ilva. Se l’incontro a Palazzo Chigi non aprirà uno spiraglio sarà ancora più determinante l’appuntamento di mercoledì 27 con l’udienza al Tribunale di Milano sul diritto di recesso. In quella sede la Procura di Milano potrebbe portare i primi esiti dei suoi accertamenti. Intanto i pm hanno ascoltato altri testimoni e messo sotto esame le comunicazioni societarie dell’ultimo mese.

A rilanciare l’allarme per il futuro dell’acciaieria è anche una ispezione dei commissari Ilva: «Riserve al minimo», c'è «un raggio di azione molto ridotto». Se c'è fiducia per una soluzione è legata soprattutto alle «interlocuzioni» a cui accenna il ministro Stefano Patuanelli: «C'è in questo momento un dialogo con l’azienda». Sull'immunità penale il nodo è politico, da districare tra diverse sensibilità nel Governo. "Una cosa incivile», «non lo voterò mai, non cambio idea», dice la 5Stelle Barbara Lezzi. Ma un compromesso - dalle parole del ministro - si può trovare con uno scudo che non sia «ad aziendam» ma in «una norma generale». Il problema lo aveva sottolineato con chiarezza l’A.d Lucia Morselli al ministero: impossibile lavorare in acciaieria se allo stato dei fatti è di per sè «un crimine».

Patuanelli pone le sue condizioni: «Chi deve fare il primo passo è l’azienda e non deve parlare più di 5mila esuberi». Ma se il problema occupazione passa da strutturale a temporaneo ci sarebbe la disponibilità nel Governo a garantire ammortizzatori sociali fino anche a tremila dipendenti, oltre a sconti sugli affitti e sulle bonifiche, e fino anche ad un sostegno pubblico nel capitale. I sindacati guardano all’eventuale accordo Governo-azienda e avvertono: no agli esuberi, no a ulteriori finanziamenti e sconti, va rispettato l’accordo del settembre 2018, «non alzeremo bandiera bianca». Mentre c'è una schiarita per gli imprenditori degli appalti hanno bloccato delle attività in acciaieria: l’A.d. Lucia Morselli ha comunicato ai sindacati che l’azienda ha pagato il 100% dei crediti ai fornitori strategici ed un acconto del 70% alle ditte italiane dell’autotrasporto.
Intanto, mentre i sindaci della provincia chiedono la convocazione urgente di un Consiglio dei Ministri a Taranto si apre il 'cantiere' per un rilancio del territorio con «alcune proposte», domani in Cdm, da far poi confluire «in un provvedimento unico», come preannuncia Patuanelli e come aveva sollecitato il premier. «C'è una città ferita che si aspetta una presenza pubblica» dice il segretario del Pd Nicola Zingaretti, a Taranto con una delegazione.

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