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«La legalità nasce fra i banchi di scuola», parla nuovo questore

Giuseppe Bellassai, a capo della Questura di Taranto, ha presentato il suo piano d'azione dopo 10 giorni dall'insediamento

«La legalità nasce fra i banchi di scuola», parla nuovo questore

Prevenzione, repressione e diffusione della cultura della legalità soprattutto tra i ragazzi e nelle scuole con una serie di iniziative che aiutino i più giovani ad imparare ad avere fiducia nelle forze dell’ordine. È la ricetta del nuovo questore di Taranto Giuseppe Bellassai che ieri mattina ha ricevuto nel suo ufficio i giornalisti della Gazzetta per illustrare il suo piano di azione a dieci giorni dall’insediamento alla guida della Polizia di Stato di terra jonica. I fatti di Manduria, le manifestazioni degli ambientalisti, la microcriminalità e gli investimenti per il Cis sono i primi aspetti sui quali si è soffermata l’attenzione del dottor Bellassai.


Questore qual è stata la sua prima impressione arrivando qui?
«Troppo spesso siamo condizionati dagli stereotipi costruiti attorno alle realtà geografiche. Taranto la immaginavo in una certa maniera per quello che avevo sentito e visto a distanza, invece è una spettacolare, ricca di arte e storia e poi ha il mare che ti avvolge in una maniera totale. Ti rendi conto subito che sei arrivato in una città bellissima e dalle grandi potenzialità forse ancora non del tutto espresse».


È arrivato in un momento in cui c’è qualche tensione sociale legata ai problemi ambientali. Che idea si è fatto?
«Penso che quello che sta accadendo qui sia il riflesso di problemi che Taranto ha vissuto e vive. Solo che ora è maturata una coscienza nuova intorno all’ambiente. Ma nonostante qualche intemperanza, per altro contenuta dalla presenza delle forze dell’ordine, la piazza ha giustamente manifestato il proprio disagio. Mi auguro che questo possa continuare ad avvenire, cioè manifestare in maniera democratica che è un atto giusto e normale, se tutto avviene nei limiti delle regole e del rispetto degli altri».


Il caso Manduria. Una storia terribile, feroce che lascia molto amaro in bocca. Il suo giudizio?
«Parto da quello positivo sulla capacità degli uomini della Polizia di Stato - della Squadra Mobile e del Commissariato di Manduria - che hanno saputo ricostruire la vicenda indicando i responsabili di quei gesti. Ma è d’obbligo la riflessione su fatti di questo genere che ci interrogano su quello che succede. In avvenimenti così brutali trovo una motivazione in più per partecipare con tutte le altre istituzioni alla costruzione della cultura della legalità, che non può prescindere ormai da un approccio quotidiano con i giovani che spesso si trovano senza le fondamenta in ordine a concetti che sembrano ovvi, come il rispetto dell’altro. Ci sono molti modi di fare prevenzione. Implementare la presenza delle forze dell’ordine sul territorio è solo uno dei modi. Bisogna costruire un progetto comune intorno alle criticità, fare rete con le scuole e stabilire un contatto con gli studenti. I ragazzi devono conoscerci meglio, devono sapere chi siamo, cosa facciamo, imparare ad avere fiducia in chi fa questo mestiere. È un’operazione che richiede del tempo e grande impegno anche di professionalità da parte della nostra struttura».


La criminalità tarantina, dai colletti bianchi allo spaccio. La recente visita della Commissione Antimafia ha acceso i riflettori sugli appalti per le opere di ambientalizzazione finanziate dal Cis. Le statistiche dicono che i reati sono in calo, ma i cittadini lo percepiscono?
«Gli strumenti e le norme di controllo esistono. Vanno applicate per aiutare a produrre economia legale. Per aumentare la percezione di sicurezza del cittadino occorre fare prevenzione a tutto tondo anche su quelle tematiche che possono sembrare banali. Il cittadino comprende il valore del contrasto alla criminalità organizzata, ma guarda anche a quello che accade intorno a lui: i piccoli reati, la presenza dei parcheggiatori abusivi, il tossicodipendente, i piccoli gesti di illegalità che fanno calare la sua percezione della sicurezza. Dobbiamo lavorare per ridurre la distanza tra sicurezza reale e percepita».

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