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TARANTO - ArcelorMittal evita il primo sciopero da quando - dall’1 novembre scorso - gestisce in fitto biennale finalizzato all’acquisto lo stabilimento siderurgico ex Ilva, trovando una prima intesa con le rappresentanze sindacali unitarie che però si spaccano, con l’Usb che minaccia di denunciare l’azienda per comportamento antisindacale. Ieri Fim, Fiom e Uilm al termine di un incontro con l’azienda hanno revocato lo sciopero di 24 ore che era stato proclamato, a partire dalle ore 7 del 14 gennaio, per i dipendenti del siderurgico. ArcelorMittal ha rassicurato i sindacati in merito al completamento dell’organico (mancano circa 200 unità al target di 8200 dipendenti fissato per lo stabilimento di Taranto) e allo spostamento di personale di alcuni reparti che è solo temporaneo in vista della fermata di alcuni impianti. I dipendenti seguiranno anche un percorso di formazione che sarà oggetto di monitoraggio e successivo confronto tra organizzazioni sindacali e azienda.

L’Unione sindacale di base, però, come detto non ha condiviso la scelta di Fim, Fiom e Uilm di revocare lo sciopero e per questo non ha firmato il verbale redatto dopo l'incontro tra azienda e sindacati, pur non confermando da parte sua l’astensione dal lavoro per il 14, come pure poteva. L’Usb annuncia che denuncerà l’azienda per comportamento antisindacale appellandosi all’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori. «Il tema sollevato dalle organizzazioni sindacali - sottolinea il coordinatore provinciale Francesco Rizzo - e cioè il riordino della forza lavoro all’interno dello stabilimento è una questione in stretta relazione con l’argomento che attiene le assunzioni, sulle quali Mittal non ha rispettato e continua a non rispettare gli accordi». Parlano, invece, di accordo positivo i sindacati confederali: «Abbiamo stabilimento tre elementi significativi: il processo di ricollocazione eventuale di manodopera sarà monitorato e condiviso; gli assunti di ArcelorMittal a Taranto saranno, a organizzazione conclusa, 8.200 così come scritto nell’accordo di settembre al Mise; i lavoratori eventualmente ricollocati in altri settori, una volta cessate le esigenze dello spostamento torneranno dove erano, avendo acquisito nel frattempo anche un nuovo bagaglio di qualificazione professionale». D’altronde non potendo far fare al personale impiegato in reparti fermi per manutenzione, né le ferie (azzerate a seguito del passaggio da Ilva a Mittal), né cassa integrazione (non si possono attivare ammortizzatori sociali nei primi tre mesi di esercizio di una impresa), era evidente che un ragionevole accordo andava trovato. Le parti torneranno a vedersi a fine gennaio a Roma, nella sede di Confindustria, per fare uno step di verifica all’accordo siglato al Mise il 6 settembre scorso.

Intanto, ha superato quota 800 (sono esattamente 829) il numero dei lavoratori rimasti alle dipendenze dell’Ilva in amministrazione straordinaria che hanno scelto la strada dell’esodo incentivato, accettando il bonus da 100mila euro lordi e due anni di indennità di disoccupazione per lasciare l’azienda. Il numero è destinato a salire entro fine mese visto da febbraio scatterà la seconda fase, con il bonus che scenderà a 95.000 euro per il trimestre sino ad aprile, calando poi via via di 5mila euro ogni tre mesi sino al 2023.

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