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Lavia e Russo, campioni mondiali del volley made in Sud

Lavia e Russo,  campioni mondiali del volley made in Sud

La magia mondiale della Nazionale italiana di volley

Anni magici a Castellana prima del volo dello schiacciatore e del centrale: «La vittoria di uno è la gioia di tutti. Le Olimpiadi del 2024? Vedremo dove possiamo arrivare... »

13 Settembre 2022

Gianluigi De Vito

Ha 23 anni, ma è un sedicenne appena svezzato, Daniele Lavia, quando lascia la sua Calabria. È nato a Cariati e muove i primi passi importanti nella pallavolo nel Corigliano. Daniele Lavia è un sedicenne educatissimo e col sorriso stampato quando sbarca nelle Materdomini Castellana, fucina di giovani talenti. Due stagioni, dal 2016 al 2018. Da allora, una parabola fulminante e in crescendo fino a Trento e a un quarto di finale (contro la Slovenia) e soprattutto una semifinale (Francia) e una finale (Polonia) da incorniciare, al Mondiale d’oro azzurro.
Lavia anche mezza Castellana è andata in tripudio per lei. Lo sa?
«La Materdomini ha inciso tanto nella mia vita. Era la prima volta che andavo via di casa, e sono stati due anni meravigliosi. Ho fatto la scuola lì, la ragioneria, ho tanti amici, è un posto che mi rimarrà per sempre nel cuore.
Ha ancora amici a Castellana? E cosa le dicono il giorno dopo l’oro mondiale?
«Certo. Mi hanno scritto in tanti, ancora non ho avuto il tempo di rispondere. Ho visto i messaggi dei miei compagni di Ragioneria».
C’è anche qualche prof tra i suoi fan?
«Sì, anche. Le sorelle Sonnante mi seguono molto. Una insegna Economia politica e diritto e l’altra Economia aziendale. Le sento eccome».
Qual è stato il momento in cui avete pensato di non farcela e quello in cui avete capito che sareste arrivati in fondo?
«Abbiamo vissuto quest’esperienza con pochissima pressione ed è andata bene. I momenti di difficoltà ci sono stati. Il momento in cui abbiamo capito di potercela fare contro la Polonia è stato all’inizio del quarto set quando abbiamo iniziato a spingere e loro un po’ si sono sgretolati».
A vederla giocare c’era da strabuzzare gli occhi. E la squadra dal secondo set in poi ha imposto il gioco. E non solo contro la Polonia. Il segreto?
«Nel lavoro che abbiamo svolto sicuramente, sono stati sei mesi intensi, siamo cresciuti tanto e la VNL ci ha aiutato molto nel capire a che livello eravamo e a che livello potevamo arrivare. Poi ci siamo messi in palestra a lavorare tanto, a far sacrifici. Questo ha sicuramente dato i suoi frutti»
Dodici esordienti su 14, un europeo, un mondiale e nel 2023 gli Europei con un passaggio qui da Bari (ottavi e quarti) e soprattutto, le Olimpiadi di Parigi 2024. L’asticella si alza, dove potete arrivare?
«Dove possiamo arrivare non lo so, se lo sapessi, lo direi però come abbiamo detto vogliamo viverci queste esperienze e non vogliamo porci limiti, vogliamo spingere il più possibile, arrivare più in alto possibile e poi col tempo si vedrà cosa otterremo»
La tenacia di un uomo del Sud che ha meno e deve dare di più, ha contribuito a fare di lei un campione?
«Mi sento uomo del Sud e quella tenacia di cui le parla dico che sì, ha contribuito. Sono uno che non molla mai, va su ogni pallone, ma anche tutta la squadra. Stiamo lavorando bene, stiamo lavorando tanto.
Giannelli e Balaso premiati, lei no. Eppure... Ci è rimasto male?
«La vittoria di uno è la gioia di tutti».

Il grido di gioia è nell’intraducibile «amuninni». E vai. Roberto Russo, 25 anni, centralone della Sir Safety Perugia, gigante palermitano di Partinico, ha vinto due volte: la prima quando ha ritrovato una forma invidiabile dopo l’infortunio; la seconda quando ha indossato al collo l’oro mondiale. Con Lavia e De Giorgi è l’anima Sud della nazionale.
Roberto Russo, lei è sempre entrato in corsa senza mai sentirsi una riserva. E ha aggiustato il tiro. Ci spieghi.
«Contro la Polonia non vedevo l’ora di entrare anche perché non capita tutti i giorni di giocare una finale mondiale. Vedevo che la squadra era un po’ in difficoltà, volevo dare una mano. Penso di averlo fatto. La medaglia d’oro al collo è un’emozione che solo chi la vive sa cosa significhi. Il nostro gruppo è unico, abbiamo vinto ma si ci siamo anche divertiti. La finale di domenica l’abbiamo affrontata col sorriso»
Che cosa ha fatto scoppiare l’intesa?
«Ci conosciamo già da tempo, per via delle nazionali giovanili. È scattato un meccanismo che ha funzionato alla grande. lo si è visto qundo sotto di un set abbiamo messo in difficoltà la Polonia e siamo riusciti a vincere 3-1.Questo gruppo nasce anche da come stiamo fuori dal campo. Tra noi non c’è mai un litigio, una parola fuori posto, stiamo tutti bene, ognuno col proprio compagno. Questo è stato il valore aggiunto di questa nazionale».
Un campione del mondo che rischia di non giocare titolare nel suo Perugia, di Simone Giannelli e del leccese ex azzurro Max Colaci. Rabbia o cosa?
«Ma no. A Perugia c’è da combattere perché ci sono io, Flavio (il brasiliano Resende Gualberto. ndr) e c’è Mengozzi. Centrali di altissimo livello. Non è che gli altri compagni se non sono campioni del mondo non sono ugualmente forti. Non so chi giocherà, io faccio quello che mi viene meglio, mi diverto e spero di trovare più spazio possibile».

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