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Se c’è stata una figura più mitologica che sportiva nel passato calcistico, probabilmente è quella di Gigi Riva. E Carlo Vulpio, firma del Corriere della Sera soprattutto per la Terza pagina e per la Lettura, in occasione dei cent’anni del Cagliari Calcio e dei ben più sentiti cinquanta dello scudetto ha voluto eternarla ne Il sogno di Achille (Chiarelettere ed., pagg. 272, euro 18).

Siamo in tempi di anime nobili. Però Riva, fra i non pochi signori dell’anelito sportivo, forse spiccava maggiormente. E non tanto per le 13 stagioni nel Cagliari, 315 partite e 164 gol, né per lo scudetto che cinquant’anni fa segnò per sempre la storia della Sardegna. Ma per il suo fascino di uomo solo. E perché era bello, scolpito di rughe elastiche e scure. Come i ragazzi seri che hanno una parola sola.

La vita di ogni vivente può apparire romanzesca. Perfino se di un coniglio. Ma quella di Luigi Riva era scolpita per il mito. Il padre si chiamava Ugo. La madre Edis, strambo nome derivato da Edith. Una casa a Leggiuno, Varese, i riverberi delle Prealpi, del Lago Maggiore. E in testa Il sogno di Achille, dipinto di Alberto Savinio, al quale Vulpio attribuisce poteri ipnotici di guida.
Riva era un figlio della guerra, classe ’44, come i futuri 17 compagni della squadra che portò in paradiso. Salame niente, polenta poca. Il gelo, il campetto della parrocchia di San Primo sul quale affinò il sinistro tremendo.

Non tifava Bartali, tifava Coppi, le cui gesta leggeva dalla penna fluida di Orio Vergani, giornalista sommo. Cupo, taciturno, ma non ancora ostile, subì ciò che patiscono i ragazzi nei romanzi ottocenteschi: nel ’53 perse il genitore, che già si era industriato a fare tutto sforbiciando come sarto e barbiere, stroncato da una scheggia alle presse dell’officina delle Ferrovie. Tramite don Pietro chiese spiegazioni a Gesù Cristo, ma prima di ricevere risposta la necessità lo aveva già dirottato in collegio nella Viggiù vicina. Istituto Padre Beccaro, regole rigide, calcio centellinato come una leccornia dalle suore senza sentimento.

Luigino non le tollerava. Era un cavallo che doveva correre almeno dal centrocampo alla porta di qualcosa. Fughe.

Insubordinazioni ripetute negli altri due collegi che seguirono, e in cui scrivere con la mano sinistra come lui evocava quasi apparentamenti demonici. Finché la malasorte si materializzò nuovamente in un messaggio riferito dall’amico di famiglia Renzo: anche la sorella Candida, ricoverata per presunti reumatismi articolari, si era separata dalla terra. E meno male che Fausta, investita da una moto mentre andava a trovare in bici la parente moribonda, si salvò fino alla fine.

Gigi, eroe punico precoce, erede dei punici senza sorriso, dopo l’ennesima sfilza di punizioni alle quali rispondeva facendo scena muta, trovò il modo per farsi estromettere dopo quasi quattro anni dal collegio. Vennero allora il «Piccolo Brasile», squadra dell’oratorio, mentre lavorava in una fabbrica di bottoniere per ascensori. Pallone, pallone, pallone, con una cocciutaggine, con una potenza di fuoco che il rude collega Tarcisio Burgnich ha descritto meglio di qualsivoglia titolatissimo scrittore: «Quando Riva scendeva verso l’area avversaria assomigliava alla migrazione di un popolo. Ti sembrava di sentire il rumore dei carri e di vedere la polvere alzarsi tutt’intorno».

I tuffi nel lago, i gol segnati come bombe. L’abboccamento con il Bologna, la contesa sugli spalti tra Fulvio Bernardini e Andrea Arrica, vicepresidente del Cagliari, chiusa per 37 milioni di lire e un rifiuto di 50 controfferti per l’eroe. L’inciampo di Gianni Brera, genio che pose letteratura e invenzione al servizio della cronaca calcistica, «purtroppo Riva ha un piede solo», salvo a battezzarlo poi per sempre «Rombo di tuono». La storia di un popolo che Gigi e Manlio Scopigno «il filosofo» allenatore portarono all’idea di gloria rossoblu che nel quadro di Savinio prefigura Achille disteso sulla riva.

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