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Sotto il costume il vero re dell’estate di Bari

Sotto il costume il vero re dell’estate di Bari

A Polignano, Pala Paguro, uomini in bella evidenza

A Torre Quetta, Pane e pomodoro, ci sono torsi d’uomini nudi che giocano a carte, gambe coperte, bambini che corrono davanti ai genitori stufi

28 Agosto 2022

Alberto Selvaggi

A Torre Quetta, Pane e pomodoro, ci sono torsi d’uomini nudi che giocano a carte, gambe coperte, bambini che corrono davanti ai genitori stufi, occhiali da sole, creme di protezione contro l’assordante bagliore. Quand’ecco che in tutto questo armamentario si manifesta una visione, stupefacente, miracolosa: i peni degli uomini, sparsi a mo’ di corolle, o allineati sui lidi come alberi da frutto sotto il poliestere dei costumi.

In alto è l’oceano del cielo di sopra, l’azzurro illumina rigonfiamenti e contorni come spicchi d’arancia ritratti di un’esposizione. Nessuno si occupa della sorte di questi penzoli nascosti agli occhi, membri fumiganti sulla graticola del sole, né del ruolo che rivestono sulle spiagge del mondo. Quando l’estate infinita è soltanto per loro. Artifici anatomici cavernosi, stravaganze tripartite, archetipi proiettati in diverse ombre. Come sia saltato in mente a Dio un giorno di fare in questo modo simili cose resta un mistero per tutti. Ma sono lì, cremati dal calore, sofferenti, compressi da tensioni elastiche multicolore, deformati da intenzioni d’arte cubista, bloccati nel mezzo del bacino che l’ultravioletto corrode.

Quanti sono, sulla sabbia, sul cemento che bolle, sulle banchine di legno e sui ciottoli che crocchiano come uova sode. Tanti, ovunque, fratelli soli della costa. A San Francesco, San Giorgio, Palese, Canalone. Sotto gli slip natatori, o sepolti nei tunnel di boxer dai marchi neon. Serpentini svenuti, guizzanti, o distesi negli abbandoni organici del loro riposo, fusiformi nell’incontinenza della loro espressione, più spesso soffocati, straziati come figli di folli nei letti di contenzione della sintesi dei tessuti. Destinati a rimanere bianchi come albini, reietti per i quali pure spasimano le donne e gli uomini, la vita per riprodursi, mentre attorno a loro tutto abbrunisce di splendore negroide. Arcuati, aggrumati di sonno: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto. Se li svestissimo, con circospezione, scopriremmo un’espressione di grinzosità fatalistica, unica, che distingue i peni dei figli di Bari dai peni degli abitanti di qualunque altro luogo. Sono loro i veri padroni di un’estate senza soluzione.

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