Mercoledì 23 Gennaio 2019 | 12:50

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LA STORIA

Cieli del Mediterraneo
la fortuna di Mazzeo

Marconista a bordo degli "SM-82" fu abbattuto due volte

Cieli del Mediterraneola fortuna di Mazzeo

"SM-82" in volo sul Mediterraneo

Da luglio del 1942 ad apri le del 193 il Mediterraneo occidentale si trasforma in un luna park. Da una parte italiani e tedeschi che cercano di rifornire i reparti dislocati in Africa, dall’altra inglesi e americani pronti ad intercettare le formazioni di velivoli sul mare. Una specie di tiro al bersaglio, viste le differenze dei mezzi, gli armamenti diversi.
La grande famiglia dell’Aeronautica è come una squadra di calcio. Il ruolo più ambito è quello dell’attaccante, del me- diano che porta palla non si ricorda quasi mai nessuno. Così per aria. La specialità della caccia è quella per eccellenza, la più prestigiosa. Del trasporto, degli «SM 82» impegnati a trasportare benzina per i carri armati, si conosce poco e niente. 

Antonio Mazzeo, classe 1921, una medaglia d’argento al valor militare ottenuta in quei giorni, due croci al merito, marconista, viaggiava nella cabina del trimotore da trasporto, alle spalle dei piloti. Sulla divisa dell’epoca spicca il gabbiano d’oro assegnato a chi ha effettuato almeno 100 traversate, da Galatina a Tobruk, da Castelvetrano a Tunisi. Due volte abbattuto, due volte recuperato, Mazzeo si considera un «uomo fortunato». Della 48a squadriglia del 37° Stormo alla fine si salvano in sette. Lui c’era. E con lui vogliono volare tutti. «Giocavamo a rimpiattino con la morte», ricorda. «Si decollava facendo il segno della croce. Avevamo l’entusiasmo dei 20 anni, di una generazione plasmata dal senso del dovere e dallo spirito di sacrificio».
10 aprile 1943. Il marconista classe 1921 racconta: «Eravamo già in vista di Capo Bon, in Tunisia, quando il nostro convoglio aereo, composto da 25 trimotori da trasporto SM 82, diretto a Tunisi, fu attaccato da una sessantina di caccia americani P-38. Noi volavamo molto bassi, quasi a pelo d’acqua. I velivoli nemici puntavano in massa sulla nostra formazione con una velocità tripla della nostra, scaricando raffiche micidiali con le armi di bordo. I colpi traccianti dei cannoncini da 20 mm erano rosso fuoco e sembravano arance. Il mare sotto di noi pareva bollire per quanti erano i colpi che finivano in mare». La motivazione della medaglia recita: «Sosteneva strenuamente l’impari combattimento con preponderanti forze da caccia nemiche, contribuendo ad abbattere 3 velivoli, finché il suo apparecchio in fiamme era costretto ad ammarare». Quello che non c’è scritto, è il resto della storia: «Quel giorno trasportavamo benzina per i nostri carri armati. Nel mio aereo c’erano moltissime taniche di carburante da 25 litri. In altri, diversi fusti di benzina da 200 litri. Appena colpiti i nostri aerei esplodevano, in un attimo tutto spariva: non avevamo nessuna possibilità di scampo, metà della nostra formazione venne distrutta».


La fortuna di Mazzeo è proverbiale. Il suo SM 82, dopo un principio d’incendio, cade in mare. L’acqua spegne le fiamme: «Se avessi avuto una cinepresa avrei filmato la madre di tutte le battaglie aeree che si svolse sulla mia testa. Settanta apparecchi tedeschi da trasporto, compresi alcuni giganteschi esamotori, vennero attaccati da una cinquantina di caccia americani. Questi si avvicinavano alla formazione tedesca bassissimi sul mare, come un lungo serpente, tre alla volta, in fila indiana. Un inferno. Contai 11 velivoli che caddero in mare avvolti dalle fiamme gigantesche come torce. E poi non riuscii a vedere più nulla». Il marconista non si scoraggia nonostante la burrasca (mare forza 7), gli inutili tentativi di recupero da parte di due idrovolanti, la scomparsa del motorista e dell’armiere, le 11 ore trascorse in balia delle onde: «Avevo freddo, pensavo a mia madre, la vedevo in cucina mentre preparava il pranzo del quale non avrei mai sentito il profumo». Lo salvano il giubbotto gonfiato prima dell’impatto, un Mas della Marina militare e due «Cicogne» tedesche da ricognizione. Un paio di giorni in infermeria a Biserta, il rientro in Sicilia, da dove era partito quattro giorni prima, la festa degli amici: «Da quel giorno, ovunque andassi, tutti mi seguivano, anche i cani, che in un aeroporto non mancano mai. É uno dei ricordi più belli della mia guerra».

Che non finisce qui. Gli ultimi giorni prima della caduta della Tunisia sono due le missioni ogni giorno: «Se si riusciva a scansare la caccia sul mare, pochi minuti dopo essere atterrati giungevano le fortezze volanti che distruggevano tutto». Poi, un paio di voli sulla Jugoslavia, per rifornire la divisione Garibaldi, bloccata nei Balcani: «Aprivamo il portellone e lanciavamo le balle contenenti indumenti di lana, viveri. Missioni lunghissime, 2mila km senza scalo, con il rischio di incontrare la caccia tedesca. Come è strana la guerra. Praticamente dovevo la vita ai tedeschi, perché il 10 aprile del 1943, furono due velivoli tedeschi a guidare verso di noi il Mas che ci salvò. E altri due aerei tedeschi volarono più volte sulle nostre teste lanciandoci battellini di salvataggio e rincuorandoci con i gesti delle mani. Quando rientrammo a Marsala festeggiammo tutti insieme con una cena lo scampato pericolo. Ora invece i tedeschi erano diventati i miei nemici». Mazzeo resta in servizio nell’Arma azzurra fino ad ottobre 1977: «Quasi 38 anni ininterrotti di servizio. A questo Paese ho dato tanto, ma ho anche ricevuto. Mi va bene così».

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