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Fa caldo lungo la diga di Mosul, il più grande bacino idrico dell’Iraq, lungo tre chilometri, con 11 miliardi di metri cubi, che cattura le acque del fiume Tigri, in una zona abitata dai curdi.
 E se fa caldo, non è solo colpa dei 50 gradi registrati quotidianamente. A questo, i 500 militari pugliesi della task force Praesidium, appartenenti all’82° Reggimento fanteria Torino di stanza a Barletta, incaricati del sistema di sicurezza integrato della struttura, si sono abituati velocemente.


  Ad aumentare la temperatura sono le notizie che arrivano spinte dal vento del deserto. Una manciata di giorni fa, le forze irachene, a Sud di Mosul hanno sgominato una cellula dormiente dell’Isis, arrestando 16 persone e recuperando un quantitativo importante di armi. Poi, la rivolta di Bassora, con la gente scesa per strada perché l’acqua da queste parti costa più della benzina; il deserto che avanza divorando le terre coltivabili e di conseguenza aumentano le tensioni fra le comunità - come ricorda l’Onu - soprattutto nelle aree rurali dove vive il 30 per cento della popolazione; la Turchia impegnata a creare un nuovo bacino ricavato da una diga sul Tigri.
Senza dimenticare le vicende del Kurdistan autonomo, chiamato ad eleggere il nuovo Parlamento regionale, diviso tra Kdp (Partito democratico) e Puk (Unione patriottica), le maggiori forze politiche, ancora in cerca di un accordo. Insomma, c’è il rischio di nuove tensioni alimentate dai veti incrociati e dalle pressioni delle potenze straniere. Chiamato. Per i peshmerga, fondamentali nella guerra contro l’Isis, la diga, è il simbolo dell’indipendenza di questo Stato che non esiste sulle carte geografiche. Il fragile accordo raggiunto con Baghdad prevede il ritiro dei curdi sulle posizioni del 2003. Aggiungiamo anche l’influenza dell’Iran in questa contesa che ha sempre interesse a mantenere precari gli equilibri regionali tra milizie scite e sunnite. Per capirci, gli sciti filo iraniani sono quelli della battaglia dei ponti di Nassiriya proprio contro i militari italiani.
Spiega il tenente colonnello Luca Carbonetti, comandante della task force di militari pugliesi: “La storia dei giorni nostri ci ricorda che la vicina città di Mosul dal 2014 al 2017 fu messa sotto assedio dalle forze dell’Isis. La sorveglianza dell’area circostante alla diga, situata a nord della città, si rese necessaria a causa di un conflitto che nelle sue fasi più intense si è svolto a distanza di pochi chilometri dalla diga stessa. Le minacce alla diga erano concrete e consistenti, in quanto poggiando su una formazione geologica che comprende calcari, dolomiti e gessi, ovvero rocce suscettibili all’erosione, presentava alti rischi di cedimento e quindi un grande pericolo per tutto il territorio nord-iracheno.

La diga di Mosul, precedentemente conosciuta come “diga di Saddam”, rappresenta oggi un’opera ingegneristica di vasta portata il cui sbarramento è lungo 3,2 km e alto 131 metri; basti pensare, infatti,  che è la diga più grande nel paese e la quarta in tutto il Medio Oriente. La diga è estremamente importante per l’economia e l’assetto politico dell’area. La distruzione della stessa, infatti, procurerebbe danni incalcolabili non solo in termini di vite umane, ma metterebbe in ginocchio l’intera economia del paese. Da ciò si può facilmente intuire come sia elemento fondamentale per lo sviluppo del territorio nonché strategico nel processo di normalizzazione dell’Iraq”.
Ecco perché chi controlla l’acqua, da queste parti, controlla il Paese. La diga di Mosul, inoltre, fornisce quasi il 50 per cento dell’energia elettrica a Mosul e in tutta la provincia di Ninive. E può trasformarsi in un’arma di distruzione di massa: se l’acqua defluisse a valle, in seguito ad un crollo, cancellerebbe 700mila persone e - secondo gli esperti - sommergerebbe anche Baghdad.
 

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