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Un anno dopo, qui ancora non si è visto nessuno. Un ministro, un deputato. Un assessore. Un portaborse. Nessuno.

Il 27 aprile, Giuseppe Conte venne infine in Lombardia, e disse: «Quei due piccoli comuni della Bergamasca». Alzano e Nembro. Si era dimenticato persino i nomi. Eppure, a marzo Nembro aveva avuto 154 morti, contro i 17 del marzo 2019. E ha 11mila abitanti. A marzo, aveva perso l’1,3% della popolazione. E così Alzano. 112 morti contro 10. Come se a Roma i morti fossero stati 28mila. Gli altri avevano finito le bare. Qui erano finiti anche i fiori. Sulle lapidi, trovavi girandole sbiadite dal sole.

Un anno dopo, tornare qui in realtà è come arrivare per la prima volta. Il lockdown è iniziato il 7 marzo, ma al Pesenti Fenaroli, il famoso ospedale chiuso per un paio d’ore, disinfettato con stracci e candeggina, e subito riaperto, il primo caso di Covid-19 si era avuto il 23 febbraio: e per strada era già tutto deserto. Ora sui muri i manifesti funebri non occupano più tutto lo spazio, c’è di nuovo la pubblicità, ma la sera guardi le finestre, e per ogni luce accesa, un’altra è spenta, un’altra casa è vuota, e al bar, in edicola, nei negozi, ancora non si parla d’altro, starnutisci e tutti si girano, ti chiedono: Come stai? Respiri? - alla cassa, il ritratto listato a lutto di un padre, di un figlio: o di entrambi. In piazza, le stelle luminose non sono un avanzo del Natale. Sono una per ogni morto.

Hanno tutti una storia, qui. Anzi. Sono una storia. Alzano e Nembro sono una specie di set televisivo, ormai. In cui ognuno, da un anno, ha la sua parte. Mirco Carrara ha 55 anni, e per spiegarti come gli è andata, ti invia direttamente la rassegna stampa sul suo caso. Anche perché in realtà, di quei giorni non ricorda niente: solo i compagni di stanza trasportati via in sacchi neri. «So solo che sono entrato al Pronto Soccorso di Bergamo il 12 marzo, e mi sono risvegliato il 20 aprile in un ospedale di Colonia. In Germania», dice. Era morto anche suo padre, intanto, era stato in coma oltre un mese, operato quattro volte: e ora, periodicamente, gli si formano nei polmoni delle bolle d'aria, che a un tratto si rompono. A un tratto, forse, muore. «I medici non hanno idea di come finirà», dice davanti a scatole e scatole di medicine. «Un anno dopo, sono ancora qui. Guarito, ma comunque malato. Questo virus è imprevedibile. E però, un anno dopo mi guardo intorno: e invece di investire sugli ospedali, di organizzarci per il vaccino, abbiamo pensato ai monopattini». «E mi dico: è stato tutto inutile».

Al Papa Giovanni di Bergamo hanno esaminato 767 pazienti, età media 63 anni: e uno su due ha ancora problemi. Effetto della terapia intensiva, a volte, o di altre patologie, o anche degli errori dei primi giorni. Di farmaci sbagliati. Altre volte, però, la causa del cosiddetto Long-Covid è sconosciuta. E di quei 767, il 16% non è più autonomo.

«Ma in realtà sono morti un po’ tutti, qui. Anche i vivi», dice Salvo Mazzola, 47 anni, il panettiere della piazza di Nembro. E però, dice, giuro: tutto sommato, respirava. Che è quello che disse di suo padre all'operatrice del numero di emergenza. Il 17 marzo. E che ripete da allora. «Fu ricoverato solo il 29, a polmoni ormai compromessi. Con tutti noi collegati su Skype fino all’ultimo. Non andate via, diceva. Non andate via». Ma giuro: tutto sommato, respirava, dice. E dice: La verità è che sei solo, nella vita. «Hai un numero di emergenza: ma quando infine ti rispondono, ti chiedono: Come respira? E lasciano a te la diagnosi». E io l’ho sbagliata, dice. Io l’ho sbagliata. Ma giuro. Giuro, dice: Tutto sommato, respirava.

«Aveva un po’ di affanno. Ma davvero. Niente di più», dice di suo padre Laura Lazzaroni, 51 anni, che proprio quel giorno, proprio il 23 febbraio, era proprio al Pesenti Fenaroli, insieme allo zio che aveva avuto un attacco cardiaco: e tornò a casa, la sera, insieme al virus, e dopo una settimana era morta anche l’altra zia, e dopo un’altra settimana anche il padre. Ma davvero, dice: aveva solo un po’ di affanno. «E infatti, in ospedale mi disse: Allora, che dice il medico? Possiamo andarcene? E invece il medico aveva appena detto: Non arriverà a domani - e capisci che non hai il minimo controllo sulla tua vita, che tutto può cambiare in qualsiasi momento. Che è solo questione di caso e fortuna». E così, dice, come fai a ricominciare? Senza più certezze?
Senza più un appiglio?

«Pensi che in una crisi così, si tiri fuori il meglio di sé. O magari il peggio. Ma poi capisci che non si tira fuori proprio niente», dice Ezia Di Bella, 39 anni. Sua madre a gennaio era guarita da un linfoma, ma la visita di controllo, fissata ad aprile, è stata rinviata a giugno: e a giugno ormai era in recidiva avanzata. E anche questo è Long-Covid, dice. «Per esempio: la zona rossa. Tutti avevano il potere di decidere. Di isolare Alzano e Nembro. Il governo, la regione. Il sindaco. Tutti. E quindi alla fine non ha deciso nessuno. Aspetti per anni il tuo momento: e quando il tuo momento arriva, non decidi. E la vita, intanto, passa».

Il virus qui è stato così feroce che sono stati rintracciati anticorpi nel 42% della popolazione. E tra l’immunità e il lockdown, la seconda ondata non si è sentita. Ma in Italia, ha falciato più morti della prima. E alla Procura di Bergamo, che indaga per epidemia colposa, le denunce continuano a accumularsi. «E quelle di novembre sono identiche a quelle di aprile. Cambia solo la data», dice Consuelo Locati, l’avvocato di oltre 400 familiari di vittime del Covid-19. Tra cui suo padre. Il medico gli disse che era allergia, e gli prescrisse una pomata. E poi sparì. «Da giugno, un po’ alla volta qui tutto sta tornando come prima», dice. «Ma il punto è proprio questo: sta tornando esattamente come prima».

Dei morti di Covid-19, uno su cinque, ancora, è in Lombardia. Un anno dopo, qui è tutto uguale. Tranne la casa in cui stavo, e sto: il proprietario ha perso il lavoro, non ha più pagato il mutuo, e gli hanno staccato la luce e il gas. Ha 36 anni e una partita Iva. Dallo stato ha avuto i 600 euro di marzo e aprile, e poi più niente.
Ha avuto lo psicologo. Gratuito. E il Tavor.

Perché un anno dopo, a Alzano e Nembro sono tutti una storia. E però se hai due righe per me, ti dicono, non sprecarle: scrivi invece di Riccardo Munda. Che è ancora qui. E ancora va casa a casa, come a marzo, quando era il solo medico in giro, e il suo telefono squillava in continuazione: e tra i suoi i pazienti, ancora non è morto nessuno. La sua terapia è quella ora raccomandata a tutti, ma non è solo questione di terapia, dice, perché comunque non esiste cura. Non prometto niente. Esserci, dice, è soprattutto una questione morale. «E invece, alla paura del contagio si è aggiunta la paura della responsabilità. E alla prima linea di febbre, i medici ti attivano subito il protocollo Covid-19, bombardandoti di farmaci che poi magari ti danneggiano più del virus». E quindi, il suo telefono ancora squilla in continuazione. Un anno dopo, però, non chiamano più solo da qui: ma da tutta Italia.
Solo da Roma, o da Milano, dal governo, non ha mai chiamato nessuno.

«L’unica cosa che abbiamo capito, è che i medici di base sono cruciali. Che un’epidemia si vince sul territorio, e non negli ospedali. Ma ognuno di noi ancora oggi ha 1.200 pazienti: e ho detto tutto», dice Alessandra Raimondi, che è a casa con i postumi del Covid-19: e potrebbe essere la seconda volta. Fu la prima a raccontare delle famose polmoniti atipiche di gennaio, tra cui la sua. Una polmonite interstiziale. Ora ha chiesto alla Ats di Bergamo di venire a sequenziare il suo virus, per capire se si tratta di una variante. Ma l’Ats è arrivata quando ormai era negativa: è arrivata tardi.
Tardi come a marzo. Quando inviò le prime linee guida solo dopo 7.503 morti.
I suoi dirigenti sono ora sotto inchiesta, ma non Giuseppe Marzulli, il direttore del Pesenti Fenaroli.

Che insisteva per chiudere. «Ma onestamente, pensare che un ospedale di provincia sia stato l'origine di tutto non ha senso», dice. «Qui avremmo avuto meno morti, sì. Non cerco giustificazioni. Ma ormai il virus era già diffuso. Il problema vero è che a decidere eravamo in tre: e su tre, due erano di nomina politica. E un paese così, in cui non conta la competenza ma la fedeltà, l’allineamento, è un paese che non può funzionare», dice. E invece si attacca sempre il più vulnerabile. E mai i potenti.
Come Caporetto, dice. Che all’epoca, fu imputata ai fanti. Che però stavano lì al fronte con i fucili di legno.

E come i ragazzi della Croce Rossa, in servizio come a marzo tra queste strade in cui sentivi tossire, da dietro le finestre, e ora non senti più niente, e al suono di un’ambulanza, ancora, si fermano tutti, e all’ingresso del cimitero c’è un cartello, dice: Cercate di non stare tutti qui, perché stanno tutti davanti alle lapidi, a parlare ai morti - qui in cui un anno dopo, ancora non è venuto nessuno. «Non abbiamo mai voluto avere notizie di chi aveva chiamato il 118», dice Sergio Solivani, 22 anni. Perché sceglievamo tra due scelte entrambe sbagliate, dice: lasciarli morire a casa senza ossigeno, o in ospedale senza nessuno. «Poi mi hanno detto che una signora che avevamo deciso di non ricoverare, aveva chiamato un’altra ambulanza. E oggi è ancora viva», dice. «Ma ti giuro, era proprio morta». Ti giuro, dice. E gli si spezza la voce. E guarda lontano.
Ti giuro, dice. Tutto sommato, respirava.

Aveva un po’ di affanno. Ma davvero. Niente di più.
«I morti avrebbero potuto morire meglio. E anche i vivi, ora, vivrebbero meglio», mi scrive Riccardo Munda. Leggo il suo sms alla luce che filtra da fuori. Alla luce della stella di un morto. Nevica. In casa sono sette gradi. Ma avremo una terza ondata?, dico. Non so, dice. Tra una settimana mi scade il contratto. È un precario. Tra una settimana va via.

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