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Figure umane e animali, decorazioni lineari, occhi, capelli, linee sinuose. I vasi di Canosa sono un autentico patrimonio archeologico e non è raro trovarne nelle vetrine dei musei più noti del mondo. A Milano, Palazzo Reale, in occasione dell’Expo, uno di questi vasi canosini rappresentò l’Italia archeologica e adesso si trova nella sua «casa» quella del Museo Archeologico Nazionale di Canosa, un luogo che va visitato (dopo le chiusure Covid) per capire quale grande meraviglia offra questa città pugliese, in cui gli ipogei antichissimi sono sotto le case dei privati e in cui si può camminare nella Storia entrando nel portone di un condominio.

Fa piacere raccontare anche il «miracolo» di Canosa archeologica come punto simbolico del mecenatismo pugliese, dato che l’esistenza della Fondazione Archeologica Canosina permette da 27 anni di ospitare e accogliere il meglio dell’antichità, grazie ad un accordo tra pubblico e privato che non solo dura nei decenni ma - grazie a Dio - si moltiplica. E, visto che abbiamo bisogno di buone notizie nel mare magnum della crisi e delle lacrime, va raccontata la straordinaria «missione» nata dal compianto Michele Fontana, fondatore e primo presidente della Fondazione Archeologica Canosina. Fu grazie a lui che questa istituzione prese avvio: era il 1993 e, con un gruppo di persone della città, tutte unite dalla voglia di far perno sulla cultura, fece nascere un movimento di idee e di azioni volte a promuovere un’adeguata struttura museale a carattere nazionale.
Il cammino non fu facile ma nessuno si arrese. E, con l’adesione nel 2002 del Comune di Canosa e poi (nel 2009) con un protocollo d’intesa firmato con Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la Soprintendenza ai Beni archeologici della Puglia oltre che con il Comune di Canosa, tutte le aree archeologiche sono ormai tutelate dalla Fondazione stessa. Un esempio di come pubblico e privato possano collaborare.

Un esempio vivente, perché il Museo non solo esiste ma è ospitato in un palazzo privato, il Palazzo Sinesi, il cui canone di fitto è pagato da privati, i soci fondatori della Fondazione. A raccontare l’«avventura» è ora Sergio Fontana, figlio di Michele, che come presidente di Confindustria Puglia è convinto del fatto che - sottolinea - «la sfida continua e io voglio portare la mia esperienza da imprenditore nel mondo della cultura». Ed ecco i nuovi accordi con la Regione Puglia che sta entrando nella Fondazione con un piccolo contributo, ecco le iniziative e la speranza concreta di puntare anche sempre di più sul turismo, sulle visite guidate, sulla formazione delle guide turistiche, sul non ripetere sempre che «con la cultura non si mangia - dice ancora Fontana - perché con la cultura si può mangiare».

Il patrimonio c’è ed è di grande valore. Lo racconta Luigi Di Gioia nel libro appena pubblicato in cui si traccia la storia della Fondazione e il suo futuro. Si pensi che molti degli Ori di Taranto provengono da Canosa, si pensi che ci sono ancora siti da scoprire e da valorizzare. L’ultimo in arrivo è quello di via della Resistenza: sarà presto fruibile al pubblico. Il sito, rivenuto durante i lavori di costruzione dell’abitazione soprastante, presenta ipogei dauni, nei quali sono stati trovati corredi funerari, ora custoditi nel Museo archeologico Nazionale di Canosa e c’è pure un tratto stradale lastricato romano, forse appartenente alla maglia urbana dell’antica Canusium. Un traguardo importante che permetterà di valorizzare e rendere accessibile il bene attraverso la messa in sicurezza del sito e i lavori che saranno effettuati a spese della Fondazione Archeologica in accordo alle volontà della Sovrintendenza Archeologica rappresentata dal funzionario Italo Maria Muntoni. E l’immortalità dei luoghi continua.

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