Martedì 14 Luglio 2020 | 13:52

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«La musica tornerà come i sogni», parla la salentina Beatrice Rana

«Suonerò in Francia a porte chiuse, in quarantena concerti di famiglia»

Beatrice Rana

Buongiorno, gentile commendatore della Repubblica italiana Beatrice Rana. Mi domando che effetto faccia sentirsi chiamare così alla sua età, nomina che vanta già da due dei suoi 27 anni.

«Veramente il presidente Sergio Mattarella mi ha nominata cavaliere della Repubblica, non commendatore».

Acciderba. Sto facendo proprio gran brutte figure ultimamente, chissà che penseranno i lettori vicini e lontani. Mi pare mortificato perfino il mio gatto.

«Beh, la qualifica che ho ricevuto è questa, anzi, spero di esserne sempre degna».

Ancora peggio, allora, dato che l’onorificenza nell’Ordine è superiore in terzo grado rispetto alla dissonanza che ho testé ragliato. Suppongo sia stato spiazzante.

«Dipende da come la si guarda. La sua percezione è diversa dalla mia. Ho incominciato a suonare a quattro anni. A otto mi esibivo in pubblico e a nove ho tenuto il primo concerto con orchestra. Svolgo questa professione con un’esperienza più che ventennale. Pertanto tutto ciò che è accaduto nella mia vita può sembrare precoce all’esterno ma non alla sensibilità che ho maturato».

Ma qui si valica la linea gotica della fama approdando alla beatificazione senza essere neppure in odore di miracolo. Nel senso che mentre è ancora in vita la contendono a brani tra la sua Arnesano, Copertino, altri centri, come si suole con le spoglie dei santi.

«Una santa... Effettivamente c’è qualche contesa attorno ai miei natali ma riguarda soprattutto Arnesano e Bisceglie, città di mio padre. A Copertino sono semplicemente nata in ospedale. Ma sono arnesanese totale. Salentina integrale. Amo tutto della mia terra rossa, colori, cibo, il vento, me li porto ovunque vada…».

Un momento: certo che voi salentini siete tutti invasati di salentinità. Quasi tutti i musicisti sudisti di successo, fra l’altro, da un po’ vengono di là: Emma, Amoroso, dai Boom Da Bash al falsettista Sangiorgi con li Negramaru, dai Sud Sound System a ‘sto zinghe-zanghe del piffero della taranta. Ci mancava soltanto la classica.

«Perché evidententemente godiamo di un substrato fertile in quest’arte».

E ora, siccome compositori inconsistenti tipo Beethoven, Chopin e Bach in Italia continuano ad avere seguito scarso (non sanno manco rappare), lei li promuove con Classiche Forme, il festival cameristico che dirige e ha ideato.

«C’è una novità: quest’anno si terrà per la prima volta a Cerrate, dov’è l’Abbazia di Santa Maria, bene Fai. Dal 24 al 26 luglio, con nomi quali il geniale violoncellista Giovanni Sollima, Silvia Careddu, grande flautista ora alla Filarmonica della Scala».

New York Times, Bbc, Carnegie Hall, La Scala, Mehta, Pappano, Chailly, best artist femminile ai Brit Awards, speciale Rai 5 su Beata Beatrix Rana. Anni fa suonava con sua sorella Ludovica, violoncellista; magari c’è rimasta male.

«Con “Ludo” abbiamo un rapporto splendido. Anche lei prosegue la sua carriera bellissima. L’unico cruccio è che raramente troviamo il tempo per suonare assieme. Una delle occasioni sarà il festival di cui abbiamo parlato».

I concorsi a Montreal e di Van Cliburn, le «Variazioni Goldberg»; chissà come scaturisce in realtà il fiume della fama. Di sicuro nei conservatori si racconta la fiaba di Esopo, mai l’avesse firmata: «Quando il Lupo incontrò la Rana».

«Beh, circolano storielle scherzose simili da vent’anni. E io non posso che confermare la sua convinzione, caricandola anzi di aspetti che lei non può conoscere, in quanto estraneo alla mia formazione individuale. Senza Benedetto Lupo non sarei qui. Senza un simile pianista, che è al contempo un gigante come didatta, cosa veramente rara nel nostro ambiente, non sarei mai diventata l’interprete che ascoltate. Lupo rimane il mio unico, vero maestro, il mio mentore, sulla base di una profonda conoscenza empatica che soltanto la musica può dare. Senza il Lupo nero non ci sarebbe una Rana verde, tanto per inventare l’ennesimo titolo da fiaba».

Lupo, espressione pianistica carismatica e insieme figura amabile.

«Certamente, lo dite tutti quanti. Ma in classe le cose cambiavano, eccome. In casa sono nata nella musica. Nonno materno Antonio, viticoltore, era cultore d’opera. Nonno paterno Peppino a Bisceglie suonava in una rock band. Zia è violinista, mamma, Maria Pina Solazzo, è pianista e docente a Lecce, papà Vincenzo anche. Era amico di Lupo, nella cosiddetta “scuola barese”, corsi con Ciccolini insieme, tanto che Benedetto gli offrì il suo supporto spirituale il giorno del matrimonio. Ambedue insegnavano al Conservatorio di Monopoli, e così mio padre lo convinse ad ascoltarmi per prendermi sotto la sua ala. Lui titubò perché evita allievi imberbi: avevo nove anni. Andai a casa sua ad Acquaviva delle Fonti, disse: su Beatrice c’è tantissimo lavoro da fare. Ma da quel giorno divenne il mio maestro inflessibile, a Monopoli, fino ai diciott’anni. Dovevo dargli del lei anche se mi veniva spontaneo giocarci. Poi a Roma, Santa Cecilia, sempre con Lupo studiai altri tre anni».

E ora lo tratta da pari a pari, dato che è nota già dai 21 anni.

«Ma scherza? Lui ha provato a farsi dare del tu da me, ma io non ci riesco proprio. Per quanto mi sforzi, lo sento innaturale. È una forma di considerazione per chi resta e rimarrà il mio riferimento musicale».

Le ha giovato fermarsi?

«Ho trascorso la quarantena con Ludovica e i miei genitori ad Arnesano. Quattro pianoforti di cui due a coda nella nostra casa con giardino, debitamente isolata sulla strada. Ho suonato con Ludo ma ho soprattutto studiato da matti. Brani che, viaggiando nel mondo per concerti senza pause, dormendo due o tre notti al mese a Roma, dove sono da poco tornata, mai avrei potuto approfondire. Di tutto, da Chopin a Bartok. Non ricordavo più che significa restare ferma in un luogo, men che mai in Salento, dove torno a Natale, Pasqua e un po’ in estate per tuffarmi nel nostro insuperabile mare. È stato meraviglioso camminare, salutare, chiamare per nome e venire chiamata da questo o quel negoziante, come si fa tra paesani; o da amici che chiamiamo zii. Respirare la mia aria, guardare i miei colori e…».

E intanto si trasferì a vivere nella Capitale.

«Per studio, amore per i viaggi, per comodità, per l’aeroporto che mi immette direttamente sulle rotte dei continenti in cui devo esibirmi. Io vivo in viaggio. Casa mia di Roma è come uno scalo».

Viveva in viaggio. Non vive. Vivrà tra un po’, dato che l’effetto coronavirus, dopo la buriana lugubre, è in liquidazione, lo si avverte da settimane.

«Anche io un po’ sento questo, e lo sento dire. Ma la paura è stata grande, in una cappa sonora da Age of anxiety di Leonard Bernstein. E sono ferma ancora. Il prossimo viaggio è a Evian, Francia, per un concerto a porte chiuse in diretta tv: lì le esibizioni sono ancora totalmente vietate. A Ravenna a fine mese suonerò per un pubblico contingentato. Il mio tour in Giappone è stato completamente cancellato. Ma io credo nel sogno. Prima della pandemia, anche dopo gli applausi continuavo a sognare il palcoscenico, perché smettere di immaginarlo vuol dire anche perdere il desiderio di tornarci. E allo stesso modo farà la musica dal vivo. Niente potrà fermarla. È come la vita che vince sempre, che non si può estinguere, come i sogni che ripetiamo. Pertanto troverà la sua strada per continuare a farci sognare».

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