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Ripartenza Banfi come marchio alimentare

Lino Banfi: a mio nome prodotti pugliesi «Bontà». Io, da Tatarella e Moro a Emiliano

Lino Banfi

Per vincere la noia della clausura da virus ho pensato di ascoltare pugliesi e lucani più o meno famosi condannati al medesimo destino. Con l’assistenza spirituale del mio gatto Dorian Gray. Queste interviste vengono pubblicate ogni domenica e ogni giovedì.

Signor Lino, francamente, nonostante la fase critica, mi viene da declinare tutta quest’intervista in, disgraziéto maledetto coronavirus, occhio malocchio pandemia, e così via.

«Beh, dall’alto dei miei 84 anni ho visto tante di quelle cose, bello mio».

Banfi ha cambiato la lingua di una regione intera. Il banfiota è diventato pugliese e viceversa.

«Non ci sei andato molto lontano però: ho scritto alcune cosette nel mio stile su questa tragedia. E anche poesie, parlando di silenzio cupo e inedito, unico rumore di notte è l’acqua delle fontane, lacrime della Caput Mundi che sta piangendo. Del perfido mostro distruttore di polmoni che ci ha però insegnato a non dare mai tutto per scontato».

E certamente lei, malgrado il successo, non è mai stato fra quelli che si vivono immortali e eternamente benestanti. Viene dalla fame.

«Sicuramente.Chi ha vissuto in ristrettezze nell’infanzia a Canosa e in gioventù molto peggio quando mi dannavo per vivere con il mio mestiere, è più preparato ad eventi di questo genere. La difficoltà sviluppa l’ingegno. Qua a casa a Roma ho Lucia, mia moglie da 58 anni dopo i dieci di fidanzamento, con problemi seri di salute. Della spesa si occupa la nostra tata dello Sri Lanka; suo marito, che attualmente ha sospeso il lavoro in albergo, ci dà una mano. Vivono con noi e il figlio, cinque anni, ha girato con me un video sull’uso delle mascherine, che conclude con un perfetto “porca putténa”».Ne avessimo di maestri così. Generazioni si sono formate sulle sue gag, sulle tette della Fenech e sul deretano di Nadia Cassini, prima che il conformismo del politicamente corretto ammorbasse umanità e inventiva.
«Eravamo creativamente scatenati. Improvvisavamo senza briglie davanti alla macchina da presa».
Attori, bellezze memorabili tra Settanta e Ottanta, in quanto fornite di ciò che si chiamava, «personalità». Si sente con Edwige?
«Sì, ci facciamo gli auguri ogni tanto: ciaooo Lino, amooove..! Si è trasferita a Lisbona dal figlio Edwin e dalla nipotina Asia. Eh, se me la ricordo. Era appena arrivata in Italia, a 16 o 17 anni. Com’era te lo lascio immaginare. Nel suo primo film c’ero io: Don Franco e don Ciccio nell’anno della contestazione. Franchi e Ingrassia facevano i preti e io il sacrestano… Bau bau..!».

Ma, signor Lino, sento abbaiare. Non è lei, riconosco i suoi abbai: è un cane.

«Certo, Bettina, yorkshire di 14 anni».

L’ultimo quattrozampe socialista rimasto.
«Bettina Craxi, quasi uguale. In famiglia tutti abbiamo sempre tenuto cani. Solo a Canosa con i miei avevamo il gatto».

Ehi, io ho il gatto.

«E come si chiama?».

Dorian Gray, tanto per essere frociante.

«Eh. E mo chiedimi tu, come si chiamava il gatto nostro?».

E che ne so: beh, come si chiamava?

«Com’a te».

Eh?

«Come te. Così lo chiamava mio padre, in modo da dargli di volta in volta il nome di chi domandava, paraculando».

Papà Riccardo, che invece di un figlio prete si ritrovò un teatrante.

«Non ero portato per il seminario che frequentai ad Andria, città dove nacqui».

Difatti peccò parzialmente con una figliuola più grande a 14 anni. Me lo raccontò lei, Banfi. E a 16 fece il suo ingresso illegale nel casino di Canosa.

«E no..! Ah… A 16… Sì, il poliziotto Franco garantì per me, bluffammo sulla mia maggiore età, ma si ammosciò tutto perché la donnina mi mostrò la foto del figlio e mi mossi a pietà. Invece il battesimo vero fu a Napoli, il giorno del mio diciottesimo compleanno. Lì le ragazze del casino mi festeggiarono a spumante e con marchetta gratis».

Ah.

«Tenevo i capelli ondulati».

No non ci credo.

«Ero carino e magro».

No che non posso crederci.

«Era l’11 luglio del ’54, lavoravo come cassiere a Torre Annunziata. Sono sbarcato da Sud a Nord, da Milano al Centro facendo di tutto, ma sempre con la Puglia nella chépa. Anche durante la quarantena mi sono interfacciato con la madre patria. Ho chiamato quello che considero il mio presidente di Regione, Michele Emiliano. Dopo i blitz contro il coronavirus ho telefonato al sindaco di Bari, Antonio Decaro: “Mi pari Don Chisciotte a cavallo, voglio essere il tuo Sancho Panza in groppa all’asino”. Ogni scusa è buona per tornare a casa: Bari, Canosa, Andria… E sai qual è la mia necessità primaria? Nessuno lo sa: odorare la verdura locale. Sedano, finocchio, rucola, cipolla di Acquaviva delle Fonti. Per il resto, nella mia terra trovo ormai i nipoti di quelli che furono miei amici: si commuovono, mi abbracciano, finché ci si poteva abbracciare, perché si sentono rappresentati».

Ambasciatore della Puglia nel mondo.

«Una nomina da predestinato. Nel 1972 feci 15 giorni di recite al Purgatorio di Bari. Una mattina in prefettura in occasione di una cerimonia di Stato Giuseppe Tatarella volle presentarmi ad Aldo Moro, arrivato con una scorta e una folla immani: “Questo è Banfi, il soggetto ideale per portare nel mondo i prodotti pugliesi, con lui dobbiamo lanciare il nostro marchio regionale”. Moro assentì. Ma poi mi prese da parte: “Nicola Rana, il mio segretario particolare, mi ha detto che fai una battuta su di me in questi giorni a teatro: mo me la devi rifare”. E io: “La Russia si è destalinizzata dacché Stalin se n’è andato, Moro invece è vivo per cui l’Italia si è demoralizzata”. Lui ristette, immobile: dopo di che si scompisciò dalle risate. E mi confidò una trovata che non scorderò mai: “E tu lo sai come chiamiamo noi democristiani Fanfani che è molto basso? Spanna montata”».

Levità ficcante democristiana.

«Micidiale. Io comunque ho trasferito la mia regione anche nella Capitale. Con i miei figli Walter e Rosanna abbiamo aperto la Orecchietteria Banfi, affollata di richiami ai miei film più gettonati, inno ai prodotti nostri certificati. Proponiamo piatti ispirati al frasario banfiano, fra cui il più richiesto è orecchiette alla porca putténa. Uno smile food per sorridere mangiando. Ma in pentola ora c’è ben altro. Tra non molto, dopo che riaprirà in toto l’Italia, vedrete impazzare in negozi e supermercati un Lino trasformato in prodotto alimentare. Il meglio della produzione pugliese verrà pubblicizzato con il nuovo marchio Bontà Banfi. Orecchiette Maffei di Barletta, focacce Mininni di Altamura, olio Levante di Andria, vino Paolo Leo di Brindisi che produrrà anche un eccelso “Negraméro”, Puma Conserve di Bisceglie-Molfetta, taralli Amato di Lecce, latticini Deliziosa di Noci. E a ciò si lega l’ultima operazione che sto perfezionando: lanciare anche la ciliegia ferrovia come Bontà Banfi. Con slogan virale, eccolo in anteprima: “La Ferrovia tiene lontana la pandemia”. Presto scenderò in Puglia per incontrare i produttori della cordata. Perciò dalla Gazzetta lancio questo appello: da Turi a Conversano e così via, raghézzi, mandatemi a valanga ciliegie ferrovia. Ma soltanto se le inviate al contempo a Selvaggi, sì, proprio a questo giornalista qua, a casa sua di Bari».

Grazie, signor Lino, così avrò del cibo per nutrirmi.

«Figurati, chéro. Scrivilo però, mi raccomando. Anzi, mettilo pure nel titolo. Così qualche cosa da mettere in dispensa la tieni, e che chécchio. Non si sa mai».

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