Sabato 06 Giugno 2020 | 23:37

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Il tributo

Quando Ezio Bosso disse ai baresi: «Datemi i telefoni, rispondo io»

Il ricordo del concerto al Teatro Petruzzelli nel 2016

Ezio Bosso

BARI - «Durante il concerto potete usare i telefonini per fotografare, ma se squilla rispondo io, anche agli sms» (teatro Petruzzelli, 15 maggio 2016). Ezio Bosso era così, accanto all’indiscusso talento e alla grande capacità di far vivere la musica, era straordinariamente ironico. Anche se il suo passaggio terreno purtroppo è durato poco, preferiamo ricordarlo ancora vivo pronto a raccontarci e ad emozionarci con la sua musica e le sue parole. Sì perché Bosso, è un artista-intellettuale che ha saputo guardare il mondo circostante attraverso le sue bellezze e anche le sue brutture, ma sempre con la grande speranza di una sorta di «redenzione» da parte del genere umano. Il miglior omaggio che potessimo fargli, lui che amava la Puglia scoperta circa 20 anni fa grazie al festival Time Zones, in un rapporto poi consolidatosi con altre performance anche con la Regione, è quello di riproporre un insieme di suoi pensieri raccolti in interviste realizzate da chi scrive per la Gazzetta del Mezzogiorno, molti anni prima della sua apparizione a Sanremo, che ha conclamato il suo successo al grande pubblico.

Bosso, cos’è per lei il successo?

«Non mi riguarda e non saprei dirlo: il mio ruolo è di portare e condividere. La soddisfazione più grande, quella che mi fa rendere conto della responsabilità che ho in questo momento, è di vedere le persone che fanno un’ovazione quando ascoltano Chopin, Bach e Cage al concerto. Portarli a incuriosirsi a cercare altra musica, credo sia la cosa più bella che possa accadere. Per il resto combatterò forte, anche tra poco quando cercherò di alzarmi per andare a studiare e suonare, quello è il vero successo».

Si aspettava questa grande affermazione dell’album «The 12th Room»?

«Ha ottenuto il disco d’oro, sono incredulo, emozionato, commosso, frastornato per la musica che amo, la musica a cui appartengo, la “Musica Libera” come la definisco. E sì, perché anche i miei amici John Cage e Bach, Sgambati e Chopin sono un Oro. Ho dovuto imparare a percorrere stanze immaginarie, per necessità. Perché nella mia vita ho dei momenti in cui entro in una stanza che non mi è molto simpatica, è una stanza in cui mi ritrovo bloccato per lunghi periodi, una stanza che diventa buia, troppo piccola per contenermi e per sopportarla eppure immensa e impossibile da percorrere per me. Nei periodi in cui sono lì, vivo attimi in cui ho la sensazione che non ne uscirò mai più. Il tempo non esiste. Resta fuori dalla stanza. È una stanza dove non ho corpo, dove non c’è musica. A volte si trova in un ospedale a volte a casa, ma in realtà è sempre la stessa stanza».
Rispetto invece al fenomeno ambientale e al movimento animato dall’attivista svedese Greta Thunberg, ecco il suo pensiero.

«Greta Thunberg non deve essere presa come un fenomeno, gli eventi meteorologici ci dicono tante cose. Il gesto di ognuno di noi crea l’ambiente, ma anche un ragionamento profondo. Parlare di ambiente non deve essere un pulirsi la coscienza e poi, ad esempio, buttare la carta per terra. Quando ero piccolo, la mia insegnante di Educazione Civica diceva: “Buttare per terra una cartaccia è un atto politico, che tu lo voglia o no”. Allora la vita si fa per gesti, cambiare gesti, le abitudini, capire, ascoltare anche l’ambiente. Greta è una giovane ragazza importante, che sta dando un’indicazione, ma mi sembra che stia guardando il dito e non dove sta puntando. È importante dove lo sta puntando e ragionare, ricordando che ambiente è anche rispetto per le persone e delle necessità. L’ambiente peggiore è quello dell’impoverimento materiale e culturale, ma io sono un musicista non ho la ricetta».


Non ha mai nascosto di essere legato al movimento mod (abbreviativo di modernism), così come è nota la sua collaborazione in passato con i ritmi ska dei torinesi Statuto, oltre ad aver dichiarato che il suo film preferito è «Quadrophenia» di Franc Roddam con protagonisti gli Who. Perché è affascinato da quegli anni e da quella cultura?

“Sono un mod convinto, ho visto «Quadrophenia 25 volte. È una cultura nella quale l’individuo può migliorarsi. Dobbiamo pensare che il modernismo è nato dalle classi più povere, permettendo loro di distinguersi e diventare belle. Pur essendo semplicemente una sottocultura giovanile, questo faceva sì che questi ragazzi che uscivano dalla guerra e da un periodo molto povero, si rinfrancassero anche della loro situazione sociale. Un esempio è rappresentato dallo scooter (nel film la mitica Lambretta era il mezzo con il quale si spostavano i mod, ndr), che era poi il trasporto più proletario dell’epoca. Abbellirlo, renderlo luccicante come si vede nel film, era un modo per abbellire la propria vita. Questo è il lato che mi ha fatto scoprire i mod, che mi ha dato anche la capacità ogni giorno, anche se non sto bene, di farmi la barba».

Il brano manifesto di quegli anni, «Baba O’Riley» degli Who, mette insieme la filosofia di Meher Baba e il minimalismo di Terry Riley, che ci dice della musica?

«La musica di quegli anni è immensa, aveva un percorso culturale molto importante. Baba O’Riley, così come alcuni dischi degli Who dei quali quest’anno si ricorda il quarantennale, aveva la capacità di non essere solo rock. In loro riconosco la capacità, come mi ha insegnato il buon Terry, di cercare in una nota tutte le sue espressioni».

Passando alla musica classica, ritiene ci siano nuove strade nella composizione?

«Il peggiore nemico di noi stessi è il consenso, che sia esso di masse o di nicchia è la cosa più pericolosa che possa esistere. La musica è una materia sognante, non è tangibile, quindi infinita. Il potere dell’immaginazione è, soprattutto, credere in ciò che si fa, esisterà sempre in qualcuno. La nostra società così edonista, tende a far cancellare tutto questo».

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