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In Puglia e Basilicata

storia e memoria

Quei pugliesi emigrati in Crimea, furono veri costruttori di pace

Quei pugliesi emigrati in Crimea, furono veri costruttori di pace

foto d'archivio

Fecero grande la terra tra Ucraina e Russia restando vittime di due feroci persecuzioni. Riconosciuti come minoranza nel 2015 celebrano il loro giorno della memoria

21 Febbraio 2022

Fulvio Colucci

BARI - Partirono alla volta dell’oriente. Erano contadini e pescatori di Molfetta, Trani, Bisceglie, qualcuno di Bari. Nelle mani un «biglietto» di sola andata e una sola missione: raggiungere un pezzo di terra (e di mare) grazie ai quali sfamare sé e le proprie famiglie. Dall’Adriatico al Mar Nero, tra il 1830 e il 1870, i migranti pugliesi trovarono una patria nella Russia sotto il dominio degli Zar: da Varsavia all’Oceano Pacifico.
Donne e uomini raggiunsero la penisola di Crimea per un pane da vivere e condividere. Si chiamavano De Martino, Bruno, Croce, De Cilis, Porcelli - per citare alcuni dei cognomi ricordati in un articolo da Antonio Verardi sul sito pugliain.net.

Sbarcarono in un’area oggi aspramente contesa da Russia e Ucraina, nel 2014 occupata dagli eserciti di Putin durante il conflitto in cui sono state gettate le premesse delle tensioni che rischiano di precipitare in queste ore l’Europa dentro una nuova guerra.
Riannodiamo il filo della memoria, raccontando gli immigrati originari del Barese. Un tributo obbligato verso il troppo dolore sofferto da chi ha subito due tragiche persecuzioni ritrovandosi solo di fronte a silenzi e amnesie colpevoli.
È lunga la tradizione migratoria italiana in Crimea come ricorda Marco Brando, giornalista e scrittore, in un articolo pubblicato sul Magazine dell’Istituto enciclopedico «Treccani». Dopo i Romani, nel Medioevo, arrivarono Veneziani e Genovesi; poi la «nuova ondata» tra 1782 e 1783: sardi, genovesi, lucchesi, piemontesi e veneti. Fino ai pugliesi nel XIX secolo.

Le grandi trasformazioni economiche della prima metà dell’Ottocento, l’ascesa di Bari come centro urbano capace di assorbire tutte le energie della provincia, generarono questa spinta a cercar fortuna a est: «La violenta gerarchizzazione di un territorio per secoli fondato su una rete di grandi borghi contadini relativamente omogenei» spiega lo storico Biagio Salvemini nel secondo volume della Storia della Puglia edita da Laterza nel 2005.
I pugliesi sbarcati a Kerč, città portuale antica e fiorente sullo stretto che prende il suo nome, separando il Mar Nero e il Mare d’Azov, costruirono case e una chiesa tra il 1831 e il 1845. Solo il passato era ormai per loro una terra straniera. Santa Maria Assunta, edificio di culto nel suo candore neoclassico, fu riaperta dopo le persecuzioni: all’indomani della rivoluzione del 1917 e durante la Seconda guerra mondiale.
I pugliesi divennero sempre più integrati, attivi, operosi «come api al tempo dei voli primaverili» per citare una immagine presa dal romanzo Guerra e Pace di Lev Tolstoj. Arrivarono nel frattempo, si legge sul sito pugliain.net, non più solo braccianti e pescatori, ma anche architetti, «avvocati, medici, scrittori, musicisti». Il profilo naturale dei luoghi, del resto, ricordava la Puglia.

Nel 1921 gli italiani rappresentano il 2 per cento della popolazione ricorda ancora Marco Brando nel suo lavoro sulla presenza di connazionali in Crimea. Alla chiesa si aggiunsero il consolato e una biblioteca, fu costituita un’associazione e «negli anni Trenta – aggiunge il giornalista – nacque un circolo culturale italiano, finanziato dal kolkhoz (le cooperative agricole costituite in Unione Sovietica dopo la rivoluzione del 1917, ndr) “Sacco e Vanzetti”». In quel circolo furono accolti profughi antifascisti.
Là comunità si dotò di una scuola elementare con i corsi di italiano, chiusa dal governo rivoluzionario di Lenin dopo il 1917 e riaperta nel 1928. L’amore per la lingua e per il dialetto barese è stato e rimane tra i fili più resistenti nel legare i migranti pugliesi alla terra d’origine. L’associazione degli italiani di Crimea, a ottobre del 2021, ha celebrato i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. Ma come non ricordare le ricerche di filologi russi come Vladimir Fedorovic Šišmarëv confluite nel libro La lingua dei pugliesi in Crimea (1930-1940) pubblicata nel 1978 dall’editore salentino Congedo o il lavoro dello storico Renato Risaliti, Alla ricerca del paese felice edito dal Cirvi, il Centro universitario di ricerche sul viaggio in Italia, in cui si narra la Crimea dei giorni di festa scanditi da «minestre e dolci di origine pugliese con i loro nomi originari».
Nel 2005 la giornalista Margherita Belgiojoso, incontra per il settimanale “Diario” Ippolita Vincenzovna Scolarino, all’epoca 76enne, la nonna italiana di Kerč, l’italianskaija babushka che parla russo «con qualche intercalare pugliese…» e dice «Assettate!», fa accomodare gli ospiti «e poi offre u’ pan, u furmagg, u’ ragù».

Ma la storia serbò, a Ippolita e agli altri, circonda due «strappi» prepotenti e dolorosi. Il primo a metà degli anni ’20. Lo racconta il sito memoriaitalia.it: «Commercianti, contadini relativamente agiati o piccoli proprietari di imbarcazioni, molti italiani residenti nei porti del Mar Nero rientrano nella categoria dei cosiddetti “lišency”, gli appartenenti alla “classe sfruttatrice” che vengono privati dei diritti civili». Molti pugliesi, quindi, furono perseguitati come i proprietari terrieri, i cosiddetti kulaki. Persero diritti civili e politici, il lavoro, la dignità sociale.
L’altro «strappo», ancor più drammatico, risale al secondo conflitto mondiale, alla guerra tra la Germania di Hitler e l’Unione Sovietica di Stalin, al 28 gennaio e poi, ancora, all’8 e al 10 febbraio del 1942 (con una appendice nel giugno del 1944).
I russi, riconquistata la Crimea caduta in mano nazista, accusarono gli italiani di collaborazionismo, dando il via, in quei giorni, a una feroce deportazione, una tragica diaspora verso i monti Urali e il Kazakistan, nei gulag staliniani da dove bambini, donne e uomini non fecero ritorno. Lo storico Giulio Vignoli e Giulia Giachetti Boico, presidente dell’associazione Cerkio, (che riunisce gli italiani di Crimea coltivando la memoria), nel libro L’olocausto sconosciuto: lo sterminio degli Italiani di Crimea (Edizioni il Settimo Sigillo, 2008) intervistano Paolina Evangelista, nata a Bisceglie ed emigrata sulle rive del Mar Nero. «Riuscì a rubare – si legge sul sito eastjournal.net in un articolo sulla tragica sorte dei pugliesi - il passaporto di una donna russa morta e a scappare con i suoi bambini dal treno diretto in Siberia».

Paolina racconta: «Era il 29 gennaio 1942, ricordo molto bene quel giorno. Venne una macchina della polizia speciale, dissero che ci davano un’ora e mezza di tempo e poi ci avrebbero deportati. (…) Ci portarono a Novorossijsk, ci fecero il bagno. Poi ci misero in dieci vagoni bestiame. Su questo treno facemmo un lungo viaggio che durò due mesi (…) I miei figli di 2 e 5 anni morirono, come tutti, di tifo petecchiale e di polmonite. Quando arrivammo nel Kazakistan ci dissero: vi hanno mandato qui perché moriate tutti! Sul nostro documento d’identità c’era scritto “deportato speciale».
Il libro di Vignali e Giachetti fa parte di una purtroppo non ampia bibliografia sul tema. Il testo più recente è Gli italiani di Crimea. Dall’emigrazione al gulag (Leg Edizioni) della ricercatrice storia Heloisa Rojas Gomez. C’è un giorno della memoria anche per i pugliesi d’oriente (e per tutti gli italiani che lì migrarono, vissero, soffrirono, perirono). Il 28 gennaio sono trascorsi ottant’anni dal dramma delle deportazioni. I fiori dei superstiti, il riconoscimento della minoranza da parte del governo russo non cancellano le ferite. A maggior ragione ora che spirano venti di guerra.
Da Kerč parte il Krymski most, il ponte più lungo d’Europa con i suoi 19 chilometri. Collega la Crimea a Krasnodar nella Russia europea meridionale. Quel ponte così discusso nel clima incandescente di oggi, sembra, tuttavia, un segno del destino: questa terra è fatta per unire e non dividere. La guerra incombe e con un immaginario sguardo sul ponte se cerchi lo spirito di pace dei contadini e dei pescatori baresi, che qui sbarcarono in pace per un pane da vivere, sembrerà di non sentirlo. Eppure soffia ancora. 

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