«Quando il Signore volle chiamarlo a sé, Nicola chiese di mandargli degli Angeli». Così la «Legenda aurea» di Iacopo da Varazze. E il postulante è già santo. Chi, se non Lui, avrebbe potuto avere la petulanza di chiedere, per il congedo estremo, la prestazione angelica? E viene, ovviamente, accontentato: spira e sospira: «Ho sperato in te, Signore». Non fa in tempo a specificare «nelle tue mani» che parte da questo mondo di marinai increduli, di chierici bizzosi, di padri mezzani, di despoti sanguinari. Insomma esce di scena, dalla scena terrestre affollata di attori e comprimari dell’antico racconto, di quella propaggine estrema del mondo classico che avvince Iacopo agiografo e avvince noi, suoi lettori. Non appena Nicola vescovo si fu addormentato nel Signore s’udì una musica celestiale, fedelmente alla procedura mistica del tempo e piovve un segnale assai significativo a confondere gli scettici e ad indicare la via d’un mistico ritorno del Vescovo di Mira in un posto dove non era mai stato: dal suo corpo «scaturì una fonte d’olio, dai suoi piedi una d’acqua e, ancor oggi, trasuda un olio santo che guarisce molti infermi». Era il 6 dicembre, diesnatalise, come tutti sanno è questo il giorno in cui si festeggia un santo, quando muore alla vita terrena ma nasce a quella celeste. Sin dai tempi di Giovanni da Napoli che tradusse la vita di Nicola dal Greco di Metodio nel latino del secolo IX, vi fu che individuò in questo oleoso miracolo la sua vocazione a riposare per sempre in Puglia, soprattutto a seguito della conquista di Mira da parte degli infedeli. E questo accadde nel mese di maggio, secondo Dies natalis, più terreno, anzi marittimo. Ed è per questo che ne scrivo oggi.
Quello che si segnala nell’agiografia di Nicola è la semplicità dell’apparato simbolico, la leggerezza popolare delle leggende, la santa modestia, direi, delle imprese miracolistiche, lontane tutte dalle esagerazioni promozionali dell’apologetica cristiana dei tempi. Si comincia da un evento minuscolo a acrobatico: «appena nato e, mentre lo stavano lavando, s’alzò e rimase in piedi nel catino e, per di più, il mercoledì e il venerdì prendeva il latte una sola volta al giorno». Segno evidente, quest’ultimo, di sobri costumi e d’inclinazione verso diete salutari oltre che mistiche.
La lettura della sua Vita è affascinante. L’impresa più famosa del Santo e che gli assicurò il vescovato, è ricordata da Dante nella Commedia (Purg. XX, 32): «Esso (Ugo Capeto)parlava ancor della larghezza che fece Niccolò alle pulcelle per condurre ad onor loro giovinezza». In parole umili: un vicino di Niccolò che aveva tre figlie ancor giovani, voleva, per la povertà, nonostante la nobiltà del casato, prostituirle, per ricavare di che vivere da quello sconcio commercio. San Nicola che fa? Convoca i fulmini divini? Arruola i Cherubini della Buon Costume angelica? Fa sparire in caste nuvole le pulzelle? No: il Santo seppe la cosa, ne ebbe orrore e, avvolto dell’oro in un panno, di notte, attraverso una finestra lo gettò in casa del vicino e fuggì. La mattina il vicino trovò l’oro, rese grazie a Dio e, con quella cifra, maritò la primogenita. La faccenda si ripeté altre due volte, fino ad esaurimento delle zitelle e l’esoso padre scoprì l’anonimo benefattore, gli si buttò ai piedi per baciarli, ma ne ebbe un diniego e l’ordine di non far parola con nessuno dell’elargizione. A beatificazione avvenuta per acclamazione, il pettegolezzo santo tracimò. A pensarci l’istruttivo miracolo fu quello di non pretendere grazie, di ben operare senza aspettarsi benemerenze: l’operosa generosità fattiva e pragmatica. Tutte virtù che, unite al ribrezzo di farsi baciare da un potenziale ruffiano, devono aver convinto Nicola alla discrezione. Altri e successivi miracoli, ma, forse, meglio sarebbe dire opere, dimostrarono il buon senso e l’intelligenza di Nicola domatore di tempeste, sanatore di ingiustizie, recuperatore di crediti.
Peccato non avere i verbali del Concilio di Nicea (Primo: maggio-giugno 325) e che le fonti oscillino. Si decisero cose importanti come la proclamazione del Figlio consustanziale a Dio Padre e il metodo della elezione dei vescovi, la fissazione della Pasqua dopo l’equinozio di primavera, la disciplina del clero: il Vescovo di Mira vi partecipò. Nonostante si fossero discussi questi ed altri poderosi temi, i lavori si conclusero in meno di un mese, un record, e con soddisfazione generale. Ci piace pensare che ad un miracolo di San Nicola, artefice della inedita brevità dei lavori. La circostanza che questi si siano conclusi con un banchetto offerto da Costantino ci rafforza nell’ipotesi. Nei secoli si radicò nei Baresi la stima per le virtù del Santo della Licia così affini alle loro e, dai e dai, fu trovato un bel pretesto per andare a prendersi quelle sante ossa trasudanti olio. Meglio una scaramuccia per l’olio del santo che una guerra per il petrolio. A proposito di petrolio, Nicola lo conosceva e lo considerava opera del maligno: in uno dei suoi miracoli liberò una nave da un carico di olio del diavolo che prese fuoco divampando, contro natura, sull’acqua. Le pagine di Iacopo da Varazze ancora ne rabbrividiscono.
















