Adesso ci siamo abituati, ma «Faccio una ricerca su Internet» è stata, per molto tempo, una inedita frase grimaldello che ha assunto un’aura strana, quasi da sortilegio, una «password», giusto per restare in ambito cibernetico, che abilitava all’ammicco tra congiurati e all’intesa settaria. Oggi direbbero un «mantra». All’università, dove, peraltro, la rete svolge una funzione cruciale, sempre più spesso «la ricerca su Internet» si erge autoritaria, tassativa e quasi minacciosa tra studenti e docenti e se i professori stessi l’hanno istigata, essa, tuttavia, si alza come un feticcio inappellabile e indiscutibile.
Agli esami si squaderna la missione di «una ricerca su Internet» e aleggia, subito, l’allusione ad un potere occulto e iniziatico che si minaccia come inappellabile. E il mondo, dalla rete, capitombola nel nostro tinello. Tutto a portata di mouse. Parafrasando Flaiano, se sento dire da un collaboratore ai testi della trasmissione televisiva che farà una ricerca su Internet, commento: «Sempre più comodo e scontato che studiare ed elaborare». Ma non glielo dico, altrimenti può minacciarmi di sparlare di me su Facebook. Male. Da ultimo ho registrato un frequentissimo autoreferenziale «Sono su Facebook».
Ma, adesso, albeggia la stagione della «intelligenza artificiale». Questa, se usata come intelligenza alleata e ubbidiente, potrà collaborare come, con straordinario successo accade con l’arte medica. Ma, se la faranno armeggiare con il protagonista umano armandolo di pigrizia mentale, e sostituirne le riflessioni e il pensiero, sarà una rovina. Sta già accadendo. Si segnala, così, una piazza brulicante di sconosciuti o di reduci della «damnatio memoriae» fatale della vita di tutti. Spaesati, gli avventori di questa agorà, tanto gigantesca da polverizzarsi, fingono disperatamente mozioni di affettività amicali, simulacri di colloqui, confidenze improvvise che li risarciscono della sostanziale solitudine in cui si sono arroccati nel momento stesso in cui si sono aperti alla rete e solo a quella.
Flaiano, forse, avrebbe detto «sempre più comodo che la fatica di vivere». Con gli altri. Tra gli effetti benefici, pochi, per ora, di questa nuova pratica gnoseologica e di questi metodi archivistici modernissimi c’è quello dell’impossibilità di praticare la «Damnatio memoriae».
Le democrazie non dovrebbero praticare la Damnatio memoriae. Era, questa, una pena severissima comminata nell’antica Roma a chi si fosse reso nemico del Senato e del Popolo Romano, sia in età repubblicana che nel Principato. Consisteva nell’eliminazione di tutte le tracce dei condannati, gli hostes, particolarmente odiati. Una pena esemplare che sottraeva all’interesse dei posteri ogni ricordo del condannato. Lo cancellava dalla memoria storica. Nulla che lo riguardasse doveva sopravvivergli. Perfino dalle monete era abolita l’effige. I dispotismi usano della Damnatiomemoriae abitualmente e, qualche volta, le democrazie li hanno imitati. Ma fu arma micidiale delle dittature. Stalin cancellò dalle fotografie i ritratti dei suoi avversari dopo averli liquidati fisicamente.
Ma anche la Repubblica Italiana scalpellò le innumerevoli e asfissianti iconografie del fascismo dai muri e dai palazzi. Il Fascismo volle immortalandosi perfino sui tombini delle fogne, ma, poi, si esagerò con le ablazioni. Tuttavia le democrazie hanno lo studio della storia tra i loro punti di forza e non devono temere il passato. Lo studiano perché non ritorni, quando è infame. E, poi, nelle democrazie, ed è saggio, si vota periodicamente. Come per dire che la damnatio memoriae rischia di farci dimenticare che alle volte ritornano. Come nuovi e sono vecchissimi.
E studiando la Storia, magari usando anche la «intelligenza artificiale» per far prima con le consultazioni, capita che ci si possa rendere conto che abbiamo bisogno di consultare il passato per imparare, per farci spiegare regole e funzioni della logica, quella che germina dal logos greco. I contemporanei sciocchi cancellano per pigrizia, per oblio inerziale, per inopia.
Nonostante, dunque, le insistenti spinte alla «rottamazione» di persone, non di oggetti obsoleti, e agli efferati entusiasmi che ha, questa, riscosso nell’incoscienza di un incomprensibile infantilismo politico, oggi riusciamo a catalogare saggiamente i personaggi del passato e il passato dei personaggi anche grazie alle moderne tecniche, diciamo così dell’archivistica e ai mass-media.
Rivedere, faccio per dire, e riascoltare De Gasperi o Nenni e, non solo, Prodi o D’Alema, o il bravo Bersani alla ribalta delle cronache, mi fa piacere con la carica passionale della «recherche». Parlo da appassionato di Storia e non da pettegolo del politichese. Per le preziose «retrouvailles» restaurate, però, sono miriadi le scorie futili e ingombranti. Anche per la «recherche» ci vuole del metodo. Perché sia tale deve bastare l’appassionata pazienza della mente umana e non artificiale. Rovistare in rete a casaccio produce talvolta solo archivi senza poesia.
















