Tutto cominciò la sera del 13 maggio 2018 in una suite dell’hotel «NH» in Largo Augusto a Milano. Dopo la rinuncia di Carlo Cottarelli a formare un nuovo governo, Salvini e Di Maio fecero una preselezione tra possibili candidati premier per il governo «contro natura» tra Lega e 5 Stelle. In finale arrivarono Giulio Sapelli, economista di fama indicato dalla Lega e Giuseppe Conte, professore di diritto privato all’università di Firenze, indicato dal M5s come possibile ministro per la Pubblica amministrazione in caso di vittoria alle elezioni. Sapelli si suicidò per il suo caratteraccio. Quando Di Maio gli chiese di illustrare la sua visione, il professore rispose: legga i miei libri.
Conte aspettava il suo turno guardando al piano terra la partita tra la Roma (di cui è tifoso) e la Juve, finita con il pareggio. Sottoposto all’esame, il secondo candidato fu promosso per il suo eloquio avvolgente. Mattarella non gradì: temeva che un premier totalmente privo di esperienza politica fosse un burattino nelle mani di Di Maio e Salvini. «E invece il nostro colloquio fu molto disteso», mi raccontò Conte appena insediato a palazzo Chigi.
Sappiamo com’è andata a finire. Salvini ingoiò il reddito di cittadinanza e Conte firmò i decreti Sicurezza. Ma non poteva durare. Avuta da Nicola Zingaretti assicurazione sulle elezioni anticipate, Salvini cadde nella trappola del «Papeete» a Milano Marittima e Conte, senza battere ciglio e con la stessa impeccabile pochette, fece il governo con il nemicissimo PD.
Non deve perciò meravigliare l’incontro riservato – perché era riservato – con Paolo Zampolli, amico di Trump e delegato per gli «affari speciali» del presidente americano. Conte è ormai un politico di prim’ordine e sa che – se è vero che i presidenti del Consiglio li scelgono gli italiani – avere un buon rapporto con gli Stati Uniti non guasta.
Guardate che fine ha fatto Bettino Craxi dopo Sigonella e rammentate che il «comunista» Massimo D’Alema salì a Palazzo Chigi dopo essersi impegnato a bombardare la Serbia di Milosevic senza nemmeno avvertire il Parlamento. Poiché sa fare politica a tutto campo, Conte ha incontrato anche D’Alema in una trattoria meno nobile del lussuoso «San Lorenzo» dove ha visto Zampolli.
La Ditta degli ex Pci, come si chiamava una volta, non ritiene Elly Schlein una candidata competitiva e guarda a Conte come soluzione spendibile. La «cattocomunista» Rosy Bindi (così la definiscono i nemici) vorrebbe invece Pierluigi Bersani. Digerita ormai la «non vittoria» del 2013 quando dovette cedere Palazzo Chigi a Enrico Letta senza averci messo piede, da anni Bersani – grazie alle frequentissime presenze su «La 7» – affianca spietate critiche al governo a una bonomia che lo rende simpatico a un pubblico piuttosto vasto. Si aggiungano infine le insidie dei riformisti del PD che non si rassegnano alla candidatura Schlein e vorrebbero un volto moderato.
La segretaria, giustamente, non ha nessuna intenzione di tirarsi indietro. Guida quello che largamente è il primo partito della sinistra e ha scritto nello statuto il diritto di candidarsi alla presidenza del Consiglio.
Accettando le primarie inventate dal PD, Conte è andato a farle la guerra in casa. Se Schlein le perdesse, per il partito sarebbe un disastro, ma lo sarebbe anche mettere un proprio uomo al Quirinale cedendo palazzo Chigi. Significherebbe sancire l’inadeguatezza del leader del principale partito della sinistra italiana a guidare il Paese. Non c’è dubbio, comunque, che alle elezioni del maggio 2027 il Campo largo presenterà unito. Lo smarcamento di Conte da una posizione marcatamente anti Ucraina dimostra la sua capacità di farsi concavo e convesso come insegnava Berlusconi.
La Meloni si prepari. E si preparino gli altri a spiegare all’Italia e al mondo perché Schlein, Conte, Bersani etc siano meglio di Meloni.
















