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In Puglia e Basilicata

Lessico Meridionale

La cera si consuma nelle solite polemiche

La cera si consuma nelle solite polemiche

L’espressione, che si usava per le processioni, interpreta metaforicamente lo spettacolo triste delle chiacchiere rissose

18 Settembre 2022

Michele Mirabella

La cère se strusce e la breggessiòne non gamine. Detto oggi lascia indifferenti, oggi che le processioni sono tronfie e meccaniche con lo speaker e le hostess e la devozione qualche volta diventa promozione del santo come merce. Bisogna andare nei paesi della provincia profonda per ritrovare i modi d’un tempo con mozzette, bande, ex voto, pennacchi carabiniereschi e sindaco fasciato in tricolore. In città tutto si frulla col traffico e le compere e tutto collide col fastidio dei passanti. E di candele accese se ne vedono poche. Il detto però si presta per metafore tempestive. La traduzione non serve, certo, al rilievo etnico-folkloristico, bensì a cogliere quello che la saggezza popolare rileva. Metaforicamente. «La cera si consuma e la processione non cammina».

La cera interpreta simbolicamente la procedura che tenta di dislocare la medesima fatica di impetrare la fede religiosa asseverante la salvezza, nel duro approvvigionamento nelle cose terrene, nel sudore del tirare a campare dignitosamente impetrando al domani la salvezza dai languori dell’oggi e un domani meno aspro per i figli che abbiamo o che verranno.
Ma, spesso, la cera si liquefa tristemente nella pigrizia delle processioni quando stazionano perché, si blocca la loro testa gentilizia e la cera finisce di finire. Si dice di situazioni in cui gli sforzi e la fatica e le risorse si sprecano senza che s’ottengano risultati e che si marci con regolare disciplina e concordia di fatiche. Il lamento è appropriato quando si perda tempo in discussioni, polemiche, attese furbe, litigi senza che l’intento comune si compia e che lo sforzo comune sembri ottenere frutti. Lo stagionato buon senso lascia capire che si tratti di uomini e donne dabbene che si perdono in chiacchiere animatamente, lasciando che la preziosa cera si sprechi raffreddandosi ai piedi dei devoti senza spingere il corteo d’un centimetro.

E quando la processione non cammina si consuma non solo la cera, ma anche la devozione a scapito del prezioso carburante delle litanie. Che se queste pronunciassero, i fedeli, la marcia sarebbe gagliarda. Ma non sono orazioni quelle che si sentono, sono chiacchiere litigiose, insulti, accuse reciproche, sfide, oltraggi, dichiarazioni d’inimicizia irrisarcibile. Il santo barcolla sulla predella, i portatori vacillano, gli astanti s’annoiano e traballano Fede e Speranza. Solo la Carità si prodiga e sconsiglia al Padreterno di far piovere. A parte il fabbricante di cera, sono in due a gongolare: il venditore di lupini e il maligno. Lui, il maligno, gongola non tanto per lo spreco del tempo e della cera, ma quanto per la sconfitta del suo avversario: l’anima onesta di onesti donne e uomini, tenuti lontani dal traguardo della vittoria per insipienza, ignoranza ed egoismo. Tra altri demoni, brilla nel suo mestiere, il maligno qualunquista, che è quello di tentarci e farci perdere tempo. Astenendosi dal pensare.

Se qualcuno non ha ancora colto la popolaresca metafora politica è segno che siamo già oltre l’estremo limite del pudore e che questa processione è, ormai allo sbando. E sto parlando di cose di casa mia, la metafora riguarda il parlamento da fare, vertice sacrosanto della religione civile che ha il suo laico vangelo nella Costituzione della Repubblica Italiana. A noi fedeli impazienti s’offre lo spettacolo triste di quintali di cera sprecata in torrenti di chiacchiere rissose che sono insopportabili per le orecchie, per il cuore e per la ragione. Senza dire che anche la cera costa.

Vediamo con la prosa d’un tempo. «…Eppure il momento è solennemente grave: tutto il paese tira a campare sotto la minaccia di un prossimo governo arrangiato di faccendieri, il dispotismo degli affaristi ha reso grigio l’orizzonte, i raccolti si annunciano stenti, ma la campana suona invano perché i cittadini stanno lì a discutere e la processione s’è fermata e trasformata in un bivacco. Sì, saremmo in tanti, tantissimi, l’avversario ha commesso tutti gli errori che poteva commettere, la Provvidenza ha fatto quel che ha potuto per confonderlo, ma noi, niente, non vogliamo accorgercene, preferiamo far lo sgambetto ai nostri antipatici alleati, piuttosto che lottare contro il nemico comune. Se le congreghe dei liberi si ostacolano a vicenda, i malintenzionati l’avranno vinta ancora una volta. Saremo contenti allora? Potremo tornare a litigare tra di noi, cosa assai più facile che non governare la Patria, lo so, ma esiziale per i cittadini».
Tutto questo non è desunto da una cronaca popolare del passato, è la devota considerazione di oggi di un cittadino stufo dell’autolesionista cialtroneria di chi si mette in processione con poche idee e tutte polemiche e troppe candele da sprecare. Che la smettano, tirino fuori il meglio che sanno pensare, lo propongano, si mettano d’accordo, lavorino! E che la banda, finalmente, suoni per scortare la processione laica. Quella religiosa torni ad esser tale. Risparmieremmo molta «cera» in entrambi i casi.

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