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Politica, le parole «teatrino» e «circo» offendono gli artisti

Politica, le parole «teatrino» e «circo» offendono gli artisti

In campagna elettorale vorremmo toni meno scadenti

31 Luglio 2022

Michele Mirabella

«Prestatemi orecchio» dice il nobile Antonio appressandosi al cadavere di Cesare ai Rostri per cominciare ad arringare la folla ondivaga dei Quiriti nel tentativo (riuscito) di capovolgere le sorti della Repubblica e vanificare la congiura di Bruto e Cassio. La celeberrima orazione, cavallo di battaglia dei provini e delle audizioni degli attori debuttanti, resta un esempio di grande teatro e di oratoria politica.

Shakespeare conosceva i dettami della scuola di eloquenza alessandrina? Si direbbe di sì. Ma quel che importa è la magnificenza della prosa e la qualità della tecnica oratoria. Rinvio i politici contendenti in questa frettolosa e sgangherata campagna elettorale ad una «full immersion» (così accontentiamo quelli che hanno viaggiato) nella perorazione di Marcantonio. Eh sì, perché i litigi parlamentari forniscono un campionario pittoresco di orribile maltrattamento dell’Italiano. E poi ci si lamenta se in ambito diplomatico europeo lo cancellano dalle procedure.

Ho sentito praticare con disprezzo la locuzione «il teatrino della politica». Il tentativo è di screditare la politica comparandola al teatro. Ora va ricordato a quei tangheri che il teatro, anche quello piccolo delle marionette o dei burattini, è una cosa bella e serissima e che, se mai, si potrebbe tra noi, gente orgogliosissima di teatro, usare per offenderci a vicenda la parola politico o politica. Il caso somiglia all’uso del termine buffone per insultare. I buffoni sono gente buona e generosa, lavoratori benemeriti che si prodigano per ingentilire il corruccio degli adulti e far sorridere i bambini, non sono imbroglioni in mala fede e, se vestono la giubba, lo fanno per tirare a campare onestamente non per ingannare alcuno tra l’onorevole pubblico.

Ricordo che un tale, durante una trasmissione interessante in televisione, stretto nell’angolo di sue responsabilità truffaldine in ordine a soperchierie di pittoresca varietà a danno d’ingenui cittadini, accusò il bravo conduttore di «fare un circo equestre», volendo intendere che aveva messo su un imbroglio mediatico ai suoi danni. I circensi dovrebbero aggiungere la loro alle denunce che già pendono sulla testa di quel tale. Per di più, mi parve di udire in uno delle sue reiterate accuse, «ciclo» equestre. E qui il litigio con le parole divenne esilarante per il pasticcio che convocava innocenti e fisiologiche fatiche femminili insieme ad acrobati, cavallerizzi e clown. Io arrivo a diffidare, addirittura, di che osteggia i congiuntivi e litiga con grammatica e sintassi.

Temo l’azione di colui che si fa vanto di «essere di poche parole» e dimentica di aggiungere che molte non ne conosce. Dubito della condotta di chi parla a vanvera o di chi incatena parole a casaccio al ceppo della propria opinione.

«Chi non perdona al linguaggio non perdona alla cosa». La sentenza è di Karl Kraus, corrosivo scrittore austriaco che lamentò in un memorabile dramma (“Gli ultimi giorni dell’umanità”, 1919) la decadenza del mondo austroungarico. Osservatore caustico e appassionato del suo tempo insieme sfavillante e corrucciato, Kraus individuò nella lingua l’evidenza del mutare dei caratteri, dei costumi e del faticoso convivere degli uomini, il complesso eloquente ed espressivo d’informazioni che segnalano benefici e contraddizioni del racconto che chiamiamo Storia sin dai primi, esitanti passi della civiltà. E alla lingua e alle parole dedicò un saggio (“Die Sprache”, 1937) ancora interessante. Fate caso alle date: 1919 e 1937. Subito dopo e subito prima di due incendi che avrebbero cambiato per sempre l’occidente e il mondo. La guerra in corso particolarmente odiosa mossa dalla Russia all’Ucraina, lascerà atterrita anche la lingua dei popoli e diverrà inevitabile spartiacque tra la seconda aggressiva cortina di ferro e la civiltà umana che le parole tramandano.

E, quindi, facciamo caso a quelle che possono fiammeggiare ed esplodere come bombe. Qualche volta si arrangiano a scoppiettare come allarmanti petardi. Soprattutto in bocca a certi politici. Troppi.

Si dice, con stanco luogo comune, di preferire i fatti alle parole credendo, così, di dimostrare concretezza (È sempre una virtù? Ne siamo sicuri?) e operosa volontà. Sin dal 1578 un filologo fiammingo, Meurier, scrisse una castroneria conviviale che denunciava un assortimento di pregiudizi epocale: «I fatti sono maschi, femmine sono le parole». A me piace molto che siano femmine. Seneca sosteneva che i fatti devono provare la bontà delle parole (Verba rebus proba). Perché, e i Latini si sono affannati, spesso inutilmente, a trasmettercelo, le parole sono importanti.

Ce n’accorgiamo quando vengono malintese e maltrattate. Ecco perché Kraus era intransigente con i persecutori della lingua. Disse: «Una città dove gli uomini, parlando di una vergine che non lo è più, usano l’espressione “averla data via”, merita di essere rasa al suolo».

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