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In Puglia e Basilicata

Il caso

Tasse nelle città in rosso: sindaci pugliesi divisi

Bari, le sanzioni ridotteper i «ritardatari» Imu

Col deficit pro-capite di 500 euro l'Irpef è molto più salata

12 Maggio 2022

Marco Seclì

BARI - C’è chi l’ha già ribattezzata norma «salva-enti» e chi «super-irpef», a seconda che la si consideri un modo per dare respiro alle casse pubbliche o un’altra stangata per i cittadini. Permetterà ai comuni capoluogo di provincia in difficoltà finanziarie di aumentare dello 0,2% l’addizionale locale. Il provvedimento riguarda da vicino anche i capoluoghi pugliesi che lottano contro il disavanzo: Lecce, Brindisi e Andria. Ma se il sindaco Carlo Salvemini è intenzionato a sfruttare un’opportunità che - rivendica - ha ispirato personalmente, il collega Riccardo Rossi boccia in toto la misura.

La possibilità di incrementare l’aliquota in deroga alla soglia massima è concessa dal decreto legge «Aiuti» approvato dal consiglio dei ministri. Il testo, ancora in attesa di pubblicazione, all’articolo 43 prevede che «al fine di favorire il riequilibrio finanziario, i comuni capoluogo di provincia che hanno registrato un disavanzo di amministrazione pro-capite superiore a 500 euro», possano entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto «sottoscrivere un accordo per il ripiano del disavanzo tra il presidente del Consiglio dei ministri o un suo delegato e il sindaco, in cui il comune si impegna per il periodo nel quale è previsto il ripiano del disavanzo».

Non solo: ai comuni con un debito pro capite superiore a 1.000 euro è concessa anche la facoltà di aggiungere o sostituire l’aumento con una tassa di 2 euro per chi si imbarca in porti o aeroporti.

La bozza prevede anche una serie di misure alternative per rientrare dal disavanzo: aumento dei canoni di concessione e locazione; incremento della riscossione delle entrate; riduzioni strutturali del 2% annuo della spesa corrente; razionalizzazione delle partecipazioni e sul personale; riorganizzazione e snellimento della struttura amministrativa; razionalizzazione degli uffici.

«La norma “salva-enti” è stata promossa da Anci - puntualizza il sindaco di Lecce Carlo Salvemini - che ha fatto propria la mia proposta di verificare la percorribilità di una equiparazione dei 14 capoluoghi di provincia alle prese con manovre di riequilibrio con le città metropolitane, beneficiarie di un provvedimento ad hoc per sostenere i propri bilanci in rosso. Ora attendiamo la pubblicazione del provvedimento in Gazzetta Ufficiale». Il giudizio, perciò, non può essere che positivo, vista la difficoltà di far quadrare conti in rosso «ereditati dal passato». «È evidente - conferma Salvemini - che rappresenta un'opportunità da cogliere per una città come Lecce, impegnata nel riequilibrio economico-finanziario attraverso l'applicazione del 243 bis del testo Unico degli Enti Locali. Ci consentirebbe - spiega Salvemini - di superare la fase di stallo seguita alla bocciatura del nostro piano di riequilibrio da parte della Corte dei Conti dopo tre anni di confronto, avviando una fase negoziale direttamente con il Governo». La possibilità non vuol dire rinunciare al risanamento. «Per tutta la durata degli accordi - sottolinea il primo cittadino - dovremo attuare una strategia di riduzione del debito ad ampio raggio, proseguendo sulla strada del risanamento dei conti che già abbiamo intrapreso e liberando risorse per garantirci un non più rinviabile piano di assunzioni. Ricordo che il Comune di Lecce, per via della situazione di pre-dissesto, conta attualmente su una pianta organica di circa 350 unità, mentre dovrebbe averne a disposizione il doppio».

Anche 35 chilometri più a nord i conti pubblici non sono floridi, sebbene il quadro sia meno drammatico di quello leccese. Ma il sindaco di Brindisi, Riccardo Rossi, difficilmente metterà mano all’aumento. «La norma pone condizioni che difficilmente possono essere accettate - commenta - alla base c’è un’impostazione rigorista e neoliberista, tanta ragioneria e scarsa concretezza». Rossi rimarca: «La nostra situazione è molto migliorata rispetto a due anni fa e ci troviamo nella condizione di non aderire a una proposta che non va incontro alle necessità dei territori, specie di quelli del Sud Italia». Il primo cittadino non considera giusto chiedere ulteriori sacrifici ai cittadini, ancora alle prese con le conseguenze della crisi pandemica cui si è aggiunto il caro-vita. «Sul disequilibrio dei conti - osserva - influiscono certamente le cattive gestioni, l’incapacità di riscuotere i tributi, ma la mancata riscossione spesso è determinata da difficoltà oggettive, dalle condizioni socio economiche dei cittadini. Il governo dovrebbe fare ben altro, non manovre-monstre che tagliano i servizi e spingono sempre più famiglie a lasciare le nostre città». Che cosa? Rossi prende ad esempio il caso di Brindisi. «Abbiamo ereditato dal passato un disavanzo di 54 milioni di euro da cui dobbiamo rientrare in 20 anni, con 2 milioni 750mila euro l’anno sottratti ai servizi erogati ai cittadini. Occorrerebbe - propone Rossi - separare il passato dal presente e dare respiro ai comuni. Invece di imporre condizioni capestro e limitarsi a spostare la palla in avanti per evitare il dissesto, lo Stato potrebbe farsi carico del debito pregresso in cambio dell’impegno delle amministrazioni a non creare disavanzi per il futuro».

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