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LECCE - on l’approdo di due gasdotti a San Foca (la Trans Adriatic Pipeline, dal Mar Caspio) e a Otranto (l’Igi Poseidon, dal mare di Israele e di Cipro), entrambi dichiarati di “interesse comune” dall’Unione europea il Salento si trova al centro del Grande Gioco che tiene insieme strette geopolitica ed energia. E’ dalla seconda rivoluzione industriale, seconda metà dell’Ottocento, che le potenze europee, Inghilterra e Francia in testa, allora al vertice mondiale, e da alcuni decenni l’Italia che potenza non è, sono costrette a cercare fonti di approvvigionamento energetico ovunque siano disponibili. I Paesi del Maghreb, Algeria, Libia e Tunisia, e da alcuni anni il Mediterraneo orientale, sono lo spazio del confronto e spesso del conflitto anche bellico per assicurarsi il controllo dei pozzi di petrolio e adesso del gas ancora insostituibili per far funzionare le nostre economie. Le vicende drammatiche della Libia rivelano le guerre tra gruppi che si contendono le rendite dei pozzi di petrolio e dei giacimenti di gas sotto lo sguardo interessato di potenze di diverso grado.

In Libia l’Italia ha interessi energetici primari. Dal 2004 è attivo il gasdotto Greenstream (accordo Berlusconi-Gheddafi) che approda in Sicilia e trasporta otto miliardi di metri cubi l’anno. L’Eni, grazie al paziente e umile lavoro di Aldo Moro (1916-1978) nel ruolo di ministro degli Esteri nel 1970-71, è la compagnia occidentale che nei decenni ha costruito la sua presenza strategica come partner tecnologico e operativo delle società libiche. Un percorso preparato da un geniale e coraggioso italiano, Enrico Mattei (1906-1962), che negli anni Cinquanta e fino alla morte (27 ottobre 1962) scompaginò il modo di operare delle sette sorelle, i gruppi energetici che si dividevano gli approvvigionamenti energetici mondiali, aprendo la fase della cooperazione integrata. Non solo royalties, ma riconoscimento dei diritti di compartecipazione economica e tecnologica fino ai diritti sociali di scuole e ospedali realizzati con i soldi del petrolio. Italo Pietra, giornalista e scrittore, nella biografia Mattei la pecora nera ha scritto che il presidente dell’Eni, il giorno precedente la caduta dell’aereo a Bascapé nel Pavese, aveva incontrato nel motel Agip di Gela in Sicilia gli emissari dei Paesi del Maghreb e che proprio con il rappresentante degli insorti contro il re Idris di Libia si era intrattenuto per concordare i finanziamenti da parte dell’Eni.

La partita in atto non consente piccoli giochi tattici. Da parte di nessuno, sia a livello locale sia nazionale. La vicenda energetica segnerà gli scenari nei prossimi decenni, sia se l’Unione europea riuscirà a rigenerarsi sia nella prospettiva pessimistica di un’Italia costretta ad agire da sola con le proprie forze. Quanto prima ne prendiamo consapevolezza meglio è, per tutti noi e per la stessa Unione europea. La memoria del passato è indispensabile come fulcro della libertà futura. L’inimicizia e le guerre tra Francia e Germania sono state alimentate dal bisogno di energia e dal controllo dei bacini del carbone e dell’acciaio della Ruhr e della Saar. L’Europa è nata come comunità del carbone e dell’acciaio (Ceca, 1952), affermando così un principio fondamentale: l’energia come bene comune per i cittadini europei.
Sul tema dell’approvvigionamento energetico l’Ue ha definito da tempo un quadro legislativo e normativo il più avanzato e aperto a livello internazionale. Una cornice di norme che disciplina e promuove la trasparenza nei procedimenti per la realizzazione delle infrastrutture di trasporto dell’energia e la formazione di un mercato competitivo con la separazione cruciale tra i soggetti che realizzano e gestiscono le infrastrutture, vere e proprie autostrade dell’energia, e gli attori che comprano e vendono al consumatore il petrolio o il gas. I soci della Tap sono Socar, Bp e Snam con il 20 per cento ciascuna, la belga Fluxjs con il 19, la spagnola Enagas con il 16 e Axpo gas con il cinque per cento. Igi Poseidon vede insieme Edison e la greca Depa ciascuna con il 50 per cento. Nessuno di loro potrà prenotare e vendere ai consumatori volumi di gas. Altri saranno gli operatori.
Il progetto Igi Poseidon è stato il primo a ottenere l’autorizzazione unica, nel 2011. Le vicende che accompagnano i grandi affari internazionali assomigliano alle piccole storie ordinarie di alleanze e di cambiamenti improvvisi. È lecito pensare a complotti e ad accordi segreti tra attori all’ombra delle potenze politiche e finanziarie. Ma la realtà è più prosaica, con la composizione e scomposizione di interessi e alleanze: la differenza la fa la politica che però fa sentire la sua potenza più o meno influente in base ai contesti. Quando il motivo del contendere è l’energia la politica apre gli occhi e diventa incisiva. Soprattutto noi italiani, alla perenne ricerca dell’autosufficienza degli approvvigionamenti, dobbiamo essere presenti e lungimiranti. È vero che l’Eni ha una sua straordinaria politica estera. Ma l’Italia politica e anche quella culturale non possono rinchiudersi dentro i recinti localistici.

Igi Poseidon doveva utilizzare il gas del Mar Caspio, ma la Bp (Britisch Petroleum) e l’azera Socar, forti azionisti nello sfruttamento dei giacimenti del Caspio, hanno scelto partner diversi per realizzare il gasdotto, quelli della Tap. Così Edison e Deca si sono trovati senza materia prima da proporre al mercato e hanno dovuto rivolgersi agli israeliani attivi nella ricerca di petrolio e gas nel Mediterraneo orientale. A volte gli accordi commerciali sono facili e veloci, a volte complicati o molto complicati. Ad oggi il secondo gasdotto, anzi il primo, non è scontato. La società ha chiesto e ottenuto nel 2018 una proroga dell’autorizzazione. I cantieri devono aprire entro giugno e forse ci sarà bisogno di altro tempo. Nelle mutevoli alleanze nel Mediterraneo, con potenze globali e regionali in azione, a questo progetto ci tengono molto gli Stati Uniti, stretti alleati di Israele. Per conto del governo italiano è stato il ministro Carlo Calenda, nel 2017, a firmare il memorandum con il governo israeliano insieme a Grecia e Cipro.
Dal punto di vista ambientale molti sono convinti che l’approdo di Igi Poseidon a Otranto, nella zona cave, è meno impattante di quello di Melendugno. Anche a Otranto è previsto un microtunnel a 450 metri dalla costa fino alla stazione di misurazione, a due chilometri e mezzo dalla costa, in un’area coperta da materiali di risulta dei cantieri edilizi negli anni del boom immobiliare a Otranto. La camera di compressione sarà costruita in Grecia.

I sindaci Francesco Bruni, nel 2006 quando il procedimento fu avviato, e Luciano Cariddi che dal 2007 ha vissuto tutte le tappe della conferenza di servizi a Roma fino al 2011, anno dell’autorizzazione unica, hanno sempre difeso la scelta di non contrastare il progetto scegliendo invece una possibile cooperazione per risanare e rinaturalizzare aree marginali già interessate all’elettrodotto Italia-Grecia presente nello stesso sito. Anche l’attuale sindaco Pier Paolo Cariddi è su questa linea. È da sottolineare che la comunità di Otranto ha sempre mantenuto un comportamento <istituzionale>, cioè responsabile davanti a scelte nazionali in nome di un interesse più ampio. A Otranto non difetta un’attenzione alla sostenibilità e al rispetto delle regole urbanistiche. Due i pionieri di questa cultura: il cattolico Martire Schito, amico di Aldo Moro e sindaco dal 1961 al 1975, e un magistrato, Alberto Maritati, il pretore di Otranto difensore dell’ambiente.
L’Italia dei giorni nostri oscilla e prende tempo. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte avrebbe dovuto firmare l’accordo a fine marzo con Grecia, Israele e Cipro. Ha chiesto un rinvio: Matteo Salvini ha promesso il sì a Benjamin Netanyahu mentre Luigi Di Maio tergiversa e non sa che fare. Le elezioni europee sono alle porte e i 5stelle temono un altro effetto Tap e Ilva.
Conte poi, nella visita al Politecnico di Bari, ha detto che «l’infrastruttura di per sé è componibile anche con un innesto nella Tap, quindi potrebbe sicuramente avere uno sviluppo e un collegamento in Italia attraverso le vie della Tap». In questo momento, ha aggiunto Conte, il governo non ha alcuna apertura per la realizzazione del tratto finale del progetto Igi Poseidon. L’idea è di spostare gli otto miliardi di metri cubi di Igi Poseidon nel gasdotto Tap con un innesto offshore. Ma ci sono problemi. Il primo è che si tratta di due progetti diversi, con società e azionisti diversi, alimentati da giacimenti diversi lontani. Il secondo problema è che non si può aumentare la capacità di trasporto della Tap con una gara riservata a Igi Poseidon. Questa capacità deve essere messa a gara in modo aperto e trasparente con un bando europeo. Altri soggetti interessati potrebbero partecipare e avere gli stessi diritti di Edison e Deca. Paradossalmente potrebbe partecipare anche la russa Gazprom fortemente interessata a un’egemonia nel mercato europeo dell’energia sia nel Nord e Centro Europa, sia nei Balcani e sia nei corridoi meridionali. Opportunità provvidenziale per la Russia sempre più presente nello scacchiere mediterraneo e nel Medio Oriente (Eni ha ceduto il 30 per cento di un ricco giacimento offshore egiziano alla russa Rosneft) e importante interlocutore politico anche per la crisi libica con il sostegno aperto al generale Khalifa Haftar. Ritorna lo stretto intreccio tra energia e geopolitica e nel Grande Gioco l’Italia rischia l’emarginazione mentre l’Ue vedrebbe il fallimento della sua strategia aperta e innovativa di diversificare le fonti di approvvigionamento e di creare un mercato efficiente sulla base della trasparenza e della concorrenza tra operatori diversi e in competizione. Il Salento, per una coincidenza della storia e per la sua posizione geostrategica, è diventato crocevia comunitario cruciale tra il Mediterraneo e l’Europa. Zolla vivente di una creatura, l’Europa, ancora in formazione.

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