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Omicio Calabresi il buio cala sul Paese

Omicio Calabresi il buio cala sul Paese

Il titolo: «La sfida criminale all’Italia»

18 Maggio 2022

Annabella De Robertis

È il 18 maggio 1972. È iniziata l’ora più buia dell’Italia repubblicana: quasi tre anni dopo l’attentato alla Banca nazionale dell’Agricoltura di Milano, consumatosi il 12 dicembre 1969, è ancora il capoluogo lombardo a macchiarsi di sangue. Il commissario Luigi Calabresi è stato ucciso con due colpi di pistola inferti alle spalle, davanti alla sua abitazione. «Una sfida criminale all’Italia democratica» titola La Gazzetta del Mezzogiorno, che pubblica in prima pagina, come gran parte dei quotidiani nazionali, anche le foto della salma della vittima e dell’auto, una Fiat 125 blu, su cui è fuggito l’assassino.

Nato a Roma nel 1937, Calabresi vince il concorso da vice-commissario di Polizia e nel 1968 diventa commissario aggiunto a Milano: qui segue diverse indagini, tra cui quelle collegate alla morte di Giangiacomo Feltrinelli, e alcune inchieste sulle Brigate rosse. Il giorno della strage di Piazza Fontana è tra i primi a entrare nella Banca dopo l’esplosione della bomba. Inizialmente privilegia la matrice anarchica dell’attentato, ma questo comporta l’inizio di un lungo calvario. Giovanni Valentini ricostruisce sulla Gazzetta gli ultimi mesi di vita del giovane poliziotto: «”Calabresi sarai suicidato”. L’inquietante minaccia perseguitava il Commissario da più di due anni. Non c’era manifestazione di piazza in cui i movimenti extraparlamentari di estrema sinistra rinunciassero a ripetere l’ossessiva intimidazione. Anche l’infamante soprannome di “commissario finestra” aveva la stessa origine: la vicenda Pinelli, l’anarchico che pochi giorni dopo la strage di piazza Fontana morì nel cortile della questura di Milano dopo essersi lanciato – secondo la versione ufficiale – dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi, durante un interrogatorio. La polizia sostenne la versione del suicidio. Per i “gruppuscoli”, invece, si trattò di un altro episodio della strage di Stato. Calabresi fu, per così dire, l’imputato principale di quell’accusa. Il settimanale di estrema sinistra Lotta continua avviò contro di lui una furibonda campagna diffamatoria».

A soli trentacinque anni, Luigi Calabresi lascia una giovanissima moglie, due figli maschi e un altro in arrivo: «“Non mollate, non mollate!” ripeteva tra i singhiozzi la vedova ai funzionari di polizia in ospedale. “Mi hanno ammazzato l’uomo migliore” ha detto in lacrime il questore di Milano». Ancora troppi, all’indomani del feroce omicidio, gli interrogativi a cui urge dare risposta: «Chi è stato? Chi può aver interesse a “far fuori” Calabresi? Una rappresaglia per la morte di Feltrinelli? Un complotto internazionale?».

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