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In Puglia e Basilicata

L'intervista

Scardia: «Intento punitivo della legge Cartabia sciopero inevitabile»

Scardia: «Intento punitivo della legge Cartabia sciopero inevitabile»

Il presidente della sezione distrettuale leccese di Anm: «Per fortuna non mancano elementi positivi come sul caso porte-girevoli»

09 Maggio 2022

Fabiana Pacella

La data è stata definita, 16 maggio. L’Associazione Nazionale Magistrati si asterrà dalle funzioni giurisdizionali, per protestare contro il testo della riforma del Csm, che porta la firma della ministra Marta Cartabia, da poco approvato alla Camera. Pesa sulla riforma, va da sé, lo scossone Palamara ed oggi la magistratura s’interroga sui pro e i contro di quel testo facendone emergere le criticità. Dato singolare su scala nazionale quello che arriva da Lecce. L’Assemblea generale, come da prassi, è stata preceduta da quelle distrettuali. Nel distretto di Lecce, si è deliberato all’unanimità la contrarietà allo sciopero. Unico distretto in Italia ad aver deciso in questa maniera. Ne parliamo con Vincenzo Scardia, presidente della sezione distrettuale leccese di Anm e presidente di sezione della Corte d’Appello del capoluogo salentino.

Dottore, qual è il senso di questa posizione?

«L’impostazione di fondo - risponde Scardia alla Gazzetta - della natura punitiva della riforma dopo le note vicende Palamara e via discorrendo, non è sfuggita a nessuno. La riforma contiene certamente aspetti positivi ma ha in gran parte delle criticità che l’Anm ha evidenziato fin dal primo momento e che non sono state risolte nel disegno di legge approvato alla Camera».

Quali sono gli elementi più preoccupanti?

«La riforma non aiuta nella definizione rapida dei processi che è l’obiettivo principale cui aspiriamo noi e i cittadini. Secondo aspetto critico, non meno importante del precedente, è l’insieme delle forti limitazioni che subiscono i magistrati nel passaggio di funzioni. Ora il sistema prevede la possibilità, nel corso della carriera, di cambiare funzione da giudicante a requirente per quattro volte. Ora si prevede che la stessa possibilità si riduca a una volta soltanto, peraltro non sine die ma solo entro i primi 10 anni di carriera».

Che cosa significa, in soldoni?

«Significa introdurre di fatto una separazione delle carriere che mortifica il travaso, l’osmosi di esperienze e professionalità da requirente a giudicante e viceversa. Il pm si allontana così dalla cultura della giurisdizione perché si ingessa la possibilità di transitare da una carriera all’altra».

Che mi dice del nodo valutazioni, al centro di grosse polemiche?

«La vulgata comune è che i magistrati non siano soggetti a nessuna valutazione, ma non è così. Noi siamo infatti soggetti a valutazioni ogni quattro anni per sette volte, attraverso procedure di verifica della nostra professionalità lungo parametri specifici. Non è detto, come si pensa, che queste verifiche siano sempre superate. Cosa cambierebbe con la riforma Cartabia? È prevista creazione di un fascicolo per la valutazione di professionalità del magistrato, per cui annualmente si dovrà fare una raccolta di casi statistici da utilizzare in sede di valutazione quadriennale sull’esito dei provvedimenti. Si ancorano in sostanza la capacità del magistrato e la sua bravura agli sviluppi, nei gradi successivi di giudizio, dei suoi provvedimenti».

Questo significa ingessare l’interpretazione, l’evoluzione di un giudizio e la creazione di una giurisprudenza varia e più vicina al cittadino?

«Quando questa verifica statistica raggiunge un grado di “grave anomalia” questo dato si riverbera negativamente sul giudizio valutativo. Significa inseguire la vita di questi provvedimenti e il rischio evidente è che il singolo giudice abbia il timore di discostarsi dagli orientamenti giurisprudenziali consolidati e dominanti, perché questo potrebbe incidere negativamente su quel giudizio valutativo. La ricerca di spazi e di nuove forme di tutela e nuovi diritti che contrassegna l’evoluzione giurisprudenziale ne risentirebbe dunque in maniera forte. Una conformità di orientamento permanente comporta un evidente freno all’innovazione ed è un pericolo per i cittadini che non potranno avvalersi delle conquiste interpretative. Il dato quantitativo della produttività del magistrato prende il sopravvento su quello qualitativo, attraverso la riforma».

Ci sono anche degli aspetti positivi?

«Certo, diversi. Penso ad esempio al fatto che anche per le Procure della Repubblica viene introdotto il progetto organizzativo che fino ad ora aveva riguardato solo gli uffici giudicanti, in maniera da garantire il giudice naturale precostituito per legge. È stata fortunatamente abbandonata la soluzione, proposta in un primo momento, di affidare al sorteggio l'abbinamento dei candidati al Csm ai collegi elettorali, che avrebbe rafforzato, piuttosto che indebolito, il potere delle correnti, così come non è stato recepito il metodo di selezione dei candidati al Csm attraverso il cosiddetto sorteggio temperato, cui pure una parte minoritaria della magistratura s'era dichiarata favorevole. Inoltre, viene finalmente affrontato dal legislatore e risolto, sebbene con soluzioni non tutte condivisibili, l'annoso problema delle porte girevoli sul quale più volte l’Anm aveva sollecitato un intervento normativo. Vengono poste limitazioni sempre più incisive, secondo un criterio di gradualità, all’esercizio della giurisdizione per il magistrato che abbia partecipato a competizioni elettorali, ricoperto incarichi governativi o politici, fino al divieto perpetuo di tornare a fare il giudice od il pm. E di questo non può che beneficiare l'intera magistratura per la terzietà e l'immagine di imparzialità che sono i prerequisiti per la riconquista della piena fiducia che i cittadini debbono tornare a nutrire nei suoi confronti».

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