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L’ultima incornata  dello Zar  Maiellaro. «De Laurentiis, spingi il Bari in serie A»

L’ultima incornata dello Zar Maiellaro: «De Laurentiis, spingi il Bari in serie A»

«La truppa Vivarini ha le carte per la B, e la società deve portare la città in alto dove merita»

 «Ho visto Maiellaro...Innamorato son», cantava prima lo stadio Della Vittoria, poi il San Nicola. Un coro che riprendeva quello dedicato dal San Paolo di Napoli a Sua Maestà Diego Maradona. Sembrava che tremasse il cielo quando Bari si infiammava per le invenzioni del suo genio.

Ed oggi che il calcio è fermo, la mente corre a quei giorni. Chiunque sia vicino ai quaranta ed ha i colori biancorossi nel cuore, non può non essere stato trascinato dal talento immenso dello «Zar» (119 presenze e 26 reti con i galletti, dal 1987 al 1991 con una promozione in A e due salvezze nel massimo campionato), magari anche da quel pizzico di sregolatezza che forse gli ha impedito di essere nell’Olimpo del calcio, dove per capacità, tecnica ed ispirazione avrebbe potuto accomodarsi. Pietro, 56 anni, è nella sua Lucera, pensa a tanti progetti, ma racconta come in questo periodo in tanti lo abbiano idealmente riportato in campo.

Pietro Maiellaro, dica la verità: quante telefonate ha ricevuto nel periodo del lockdown?
«Roba da non crederci. L’affetto nei miei confronti non è mai mancato, ma nell’ultimo periodo sembrava davvero che dovessi giocare la domenica. Tantissime persone, prese dall’astinenza da calcio, hanno rivisto vecchie partite, riprovando le emozioni di quei tempi. E devo ammettere che mi sono lasciato coinvolgere volentieri».

Magari ha avuto modo anche lei di tracciare un bilancio del suo percorso?
«Sono sempre stato consapevole di quanto valevo e di ciò che, forse, non ho raccolto per mie responsabilità. Mi è mancata la nazionale: l’ho sfiorata e non ho coronato il sogno di acciuffarla perché il ct Azeglio Vicini trovò una scusa per non convocarmi dopo che saltai una gara per un problemino fisico. È’ pur vero che la concorrenza all’epoca nel mio ruolo portava i nomi di Baggio, Mancini, Zola. Oggi il livello è diverso: in tanti arrivano in azzurro con tre buone prestazioni. Ho ammesso tante volte il mio errore: essere andato via da Bari. Lì avevo trovato la mia dimensione ideale, avevo tutto. Ho giocato in città importanti, mi sono divertito, ma il Bari è stata la squadra della mia vita».

Su cosa poggia questo legame così forte con i colori biancorossi?
«Il Bari mi ha portato in serie A, mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con grandi campioni, la gente mi ha fatto sentire speciale. Se fossi rimasto, forse saremmo davvero riusciti ad acciuffare quel sogno chiamato Europa».

Pensa che il calcio debba ripartire?
«Davanti alla tragedia causata dalla pandemia, il calcio mi è mancato poco. Tuttavia, il Paese sta riprendendo gradualmente ogni attività ed è giusto rimettere in pista in campionati. Ho apprezzato la posizione della Figc: no alle soluzioni a tavolino, solo il campo può essere giudice di una stagione. Come si può paragonare, ad esempio, il percorso del Bari con quello di compagini appartenenti ad altri gironi? Sono certo che, se si tornerà a giocare, la truppa di Vivarini ha grandi chance di ottenere il salto in B».

Il presidente Luigi De Laurentiis le ha svelato l’idea di ricostruire la storia biancorossa attraverso il coinvolgimento di leggende come lei o Igor Protti. Che effetto le ha fatto?
«Sono stato onorato di tale attenzione. Speriamo che abbia un seguito. Senza dimenticare gente come Giovanni Loseto, Giorgio De Trizio, Angelo Terracenere. Loro, oltre essere stati grandissimi calciatori, sono nati qui. Hanno il Bari nell’anima. Noi risponderemo a qualsiasi chiamata, ma prima il presidente De Laurentiis ha una missione: portare il Bari in serie A. Nel posto che spetta ad una piazza unica».

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