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BRINDISI - «No» alla Tap. È questa la posizione del Meet Up 5 Stelle Uniti per Brindisi che in una articolata nota spiega i motivi della chiusura. «In Italia si discute di Tap già dal 2009. I Governi Berlusconi, Monti e Letta si erano già dati da fare per appoggiare il progetto sin dal suo concepimento, senza interpellare in alcun modo le comunità locali. Anche se Tap ha sempre smentito qualsiasi rapporto con gli affaristi della politica italiana, in quegli stessi anni rappresentanti del governo si prodigavano, invece, in viaggi d'affari in medio oriente per stringere accordi commerciali».

Questo il preambolo storico. In Puglia dicono i pentastellati «si è giocata una "finta" partita sul territorio, perchè le decisioni sono sempre state prese solo ed esclusivamente dal Governo centrale. Oggi i giochi sono già praticamente conclusi nonostante i continui ed inutili teatrini del presidente Emiliano o la presunta opposizione del Sindaco Consales».

Ma quali sono davvero gli interessi e i player in campo? «Tap è un acronimo che nasconde una società anonima svizzera nata nel 2007 controllata oggi dalla compagnia di Stato azera Socar, dalla British Petroleum, dalla norvegese Statoil (ognuna con un pacchetto pari al 20% delle azioni), dalla belga Fluxys (16%), dalla francese Total (10%), dai tedeschi di E.On (9 %) e dalla svizzera Axpo (5 %). Colossi che da anni stanno piazzando pubblicità su siti Internet e giornali pugliesi per cercare di spiegare alla popolazione locale la bontà del progetto.

«Il percorso del gasdotto», ha spiegato il sottosegretario allo Sviluppo economico Claudio De Vincenti, «si svilupperà lungo la Grecia e l’Albania per approdare in Italia. Sarà lungo 800 chilometri circa, di cui 105 sottomarini nel mar Adriatico, e trasporterà 10 miliardi di metri cubi l’anno, ma la società prevede di raddoppiarli». Una volta arrivato a San Foca, a poca distanza da Otranto, il progetto prevede la costruzione di un «microtunnel per l’attraversamento della linea di costa lungo circa un chilometro e mezzo, una condotta interrata in terraferma di 10 chilometri e un terminale di ricezione» da edificare all’interno delle campagne di Melendugno.

«La pipeline - continuano i cinquestelle - dovrebbe collegarsi infine alla rete nazionale gestita da Snam nel Comune di Mesagne in modo da poter far arrivare il gas del caucaso anche nel resto d’Italia e d’Europa. Ma tutto questo per cosa? Quali saranno i vantaggi per la popolazione locale? Le bollette del gas diventeranno meno care? Ci sarà occupazione per i Pugliesi? Tap non porterà nulla di tutto ciò. È un'opera assolutamente inutile. Non garantisce risparmio economico, non garantisce posti di lavoro, non porta alcun vantaggio alla popolazione salentina. Inoltre precisiamo che in relazione a quanto sbandierato dal Presidente Emiliano, Enel ha già affermato che non sarà prevista nè oggi nè mai una riconversione della Centrale Federico II a gas.

Attendiamo quindi con ansia l’audizione in V commissione Ambiente promossa già nel Novembre scorso dal nostro consigliere regionale Gianluca Bozzetti; siamo curiosi di sentire le argomentazioni di Tap, Enel e Regione Puglia nelle sedi preposte circa la fattibilità di tale proposta o se, come immaginiamo, sarà solo uno dei tanti proclami di una campagna elettorale perpetua condotta dal Presidente Emiliano». Ricadute negative.

«I danni sull’ambiente e sul business del turismo prodotti da questo tubo - fa notare il Meet Up - rischiano, quindi, di essere enormi. Ad oggi sono diverse decine tra associazioni e comitati schierate con il movimento No Tap, che da anni protesta contro la costruzione dell’opera a San Foca. Tra emissioni, condotte, tunnel e terminal, secondo un contro-studio preparato da un pool di esperti coordinati dal professor Dino Borri, ordinario del Politecnico di Bari, rischia di mettere a rischio migliaia di ulivi (che la Tap dice di voler ripiantare), l’assetto idrogeologico della costa, una spiaggia e un’oasi protetta, senza parlare dell’ecosistema che vede, tra le specie a rischio, cetacei e tartarughe caretta caretta. Tra Ilva di Taranto, carbone a Brindisi, la Puglia è una delle zone più avvelenate d’Italia, e i residenti sono preoccupati per possibili nuove fonti d’inquinamento, per non parlare dei possibili rischi di esplosione. La riconversione, secondo nostro parere, deve avvenire, ma non ancora nella direzione dei fossili, bensì nelle più ecosostenibili fonti rinnovabili».

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Commenti all'articolo

  • FSLep

    08 Gennaio 2016 - 08:08

    Vi ho votato per due volte... Tentare di trasformare un tunnel sotterraneo in un'opera paragonabile ad una "centrale nucleare" significa ritenere l'opinione pubblica una massa di imbecilli. In tutta la Puglia esiste una rete di gas sotterranea, ma non la vediamo a parte i cartellini gialli in superficie: perchè a Melendugno deve essere così "catastrofico"? Avete altri fini, vergognatevi!

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