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In Puglia e Basilicata

Il reportage

A «spasso» nel rifugio antiaerei: i misteri della Lecce sotterranea

Lecce rifugio antiaerei

La salvezza sotto la villa comunale, col suo passaggio segreto fino alla sede della Prefettura

05 Marzo 2022

Toti Bellone

LECCE - La sirena, ad aria compressa, suonava da Palazzo Carafa, sede del Comune. Per paura di essere derubati, i più restavano chiusi in casa. Con i pochi averi in tasca, più coperte, candele e cerini, gli altri correvano nei rifugi antiaerei. Durante la Seconda guerra mondiale, a Lecce ce n'erano otto. All’interno ed a ridosso delle mura cinquecentesche. Sulla carta avevano posto per 8.290 persone, ma ne potevano entrare molte di più, e molte di più, in effetti, ne entravano, prima che nel cielo comparissero le sagome scure dei caccia bombardieri. Quelle stesse sagome, che oggi, fortunatamente solo in tv, stiamo vedendo a causa del conflitto divampato in Ucraina, in seguito all’invasione militare targata Russia.


SOTTO LA VILLA COMUNALE

Ai giorni nostri, restituito solo per un breve tratto, nel 1982, ne è arrivato uno soltanto. Tutti gli altri (piazze Delle Poste e Roma, piazzetta Tancredi, Corte Accardo, Rotatoria Questura, ex Arena Aurora, Croce Rossa fuori Porta Napoli) sono tombati. Si trova all’interno della Villa Comunale, e dal Comune ci autorizzano la visita, accompagnati, per motivi di sicurezza, da un esperto del Gruppo speleologico Ndronico.
Ad aprire il cancello è l’attuale presidente, Marcello Lentini. Con lui quattro socie del Gruppo e Dante Sacco, consulente tecnico Soprintendenza Nazionale Patrimonio Culturale Subacqueo. Il casco è obbligatorio. I camminamenti sono pieni delle tonnellate di detriti provenienti dai cantieri edili, che nei decenni si sono susseguiti dal lato orientale della Villa, dove andava sorgendo la città nuova. Li hanno gettati dai pozzi di areazione.


Dopo due ripide rampe di scale, la discesa ci porta cinque ed anche sei metri sotto il livello stradale. Il primo impatto è col buio pesto. Poi, le lucette dei caschi fanno la loro parte, ed il primo antro ci appare. È largo quanto basta, ma ben alto: sino a due metri e venti. Tutto scavato a mano, con picconi e pale, durante gli anni del Ventennio Fascista, anche dai prigionieri politici. Pochi metri e siamo costretti a procedere carponi. L’intralcio è dei detriti. E’ così anche in altre parti del quarto di Rifugio in qualche modo percorribile. Quello più vicino all’ingresso della Prefettura. Il resto si può anche fare, ma bisogna essere pronti a strisciare. In passato, Lentini ed i temerari del ‘Ndronico, intitolato al poeta romano Lucio Livio Andronico (Taranto, 284-200 a.C.) lo hanno fatto.


Mentre notiamo le scritte ed i segni dell’epoca (la pulizia del ricovero è affidata all’educazione del pubblico e le frecce che indicano le latrine), fili bianchi come le piante cieche dei Sepolcri a Pasqua, ci carezzano i capelli. Sono, assieme ad altre ben più spesse, i terminali delle radici delle piante e degli alberi della Villa. Col tempo e l’acqua piovana che riesce ad infiltrarsi nonostante i metri da percorrere, hanno bucato la roccia tufacea.
Nell’unico tratto dove i detriti non hanno trovato posto, ai lati del tunnel, sono due file di pietra lavorata per le sedute, numerate, dei rifugiati. In un’altra sezione, ecco le annunciate latrine ed i pozzetti dove finiva quanto in esse veniva depositato, e poi ancora, le stanze dei militari, del prefetto e di chi altri aveva titolo, ma anche le cucine ed il pronto soccorso.


UNA SINGOLARE VIA DI FUGA 

Un ramo del tunnel attraversa, sino ad inoltrarsi nel Palazzo dei Celestini, sede della Prefettura e dell’amministrazione provinciale, via XXV Luglio. Nella parte centrale, solo una decina metri non sono di roccia tufacea, bensì di terra. Un semplice banco di terra. Anche se sopra di noi ce n’è per altri cinque, sei metri, lo attraversiamo in fretta. Non si sa mai: all’improvviso, in barba ai divieti di transito, potrebbe passare un autoarticolato.
Lo facciamo, questo passaggio... pericoloso, pensando segretamente pure al peso dei carri armati che stanno percorrendo le strade attorno a Kiev, che dell’Ucraina è la Capitale, per raggiungere una rientranza, al di sopra della quale, si apre, in verticale, un passaggio comodo per una persona.
Oggi è chiuso, ci dice la nostra speciale guida, ma durante la Guerra, se scattava l’allarme bombardamenti per l’arrivo degli aerei degli Alleati, il prefetto o chi per lui, poteva calarsi direttamente nel Rifugio. Ed aggiunge, che per quanto ne sa, è collegato con l’ufficio di Gabinetto della Prefettura.


I BOMBARDAMENTI

Lecce non soffrì la tragedia delle bombe. A differenza di Leverano e Galatina, prese di mira perché c’erano gli aeroporti militari, che però si trovavano, e quello di Galatina si trova tuttora, lontani dal centro abitato. E dire che, almeno nel caso di Leverano, i leccesi danarosi si rifugiavano nelle Casine di proprietà sparse attorno alle campagne della vicina Magliano, senza sapere che i mezzi volanti dispensatori di morte, sarebbero passati proprio sopra alle loro teste, facendoli trasalire ogni volta.
In un caso, tuttavia, il lugubre fischio dei micidiali ordigni, si sentì pure nella città del barocco. Avvenne quando le bombe, o per meglio dire, una bomba, sì, una soltanto, ma capace di fare male, venne sganciata nella periferia nord prossima a Surbo. Accadde perché una cava di calce venne scambiata per acciaieria. Fortunatamente, non fece vittime, ma danni sì, e tanti.


CHE FARE DEL RIFUGIO

Bello sarebbe se potesse essere liberato dalle tonnellate di detriti che lo opprimono. Per farne un sito di interesse storico-architettonico da inserire nei già ricchi e stimolanti itinerari turistici cittadini, e dunque visitabile da tutti, scolaresche in testa, anche per metterle a conoscenza, attraverso l’illustrazione da parte di guide specializzate, del periodo storico in cui venne realizzato, e perché.
Nei tunnel e negli altri ambienti che lo costituiscono, potrebbero inoltre trovare posto mostre fotografiche e di pittura, e vista la temperatura esistente proprio per la collocazione sottoterra, una grande Cantina dove gustare i vini prodotti in Terra d’Otranto.
In realtà, di recuperare il Rifugio antiaereo, si è già parlato, ed un ambizioso progetto è da tempo custodito negli uffici comunali. Si tratta del progetto messo a punto dai professionisti dello stesso Gruppo speleologico ‘Ndronico (geometri, ingegneri, architetti, geologi), che con 650mila, avrebbe potuto ridare vita alla struttura. Quando venne realizzato, quattro o cinque anni fa, la copertura della spesa c’era pure, grazie alle finanze che la Regione Puglia era in grado di mettere a disposizione. Ma quelli ed altri denari, vennero utilizzati diversamente. Nel frattempo, il bando di riferimento è scaduto, ma se ne affacciano di nuovi, che potrebbero essere sfruttati proprio a vantaggio del recupero del Rifugio antiaereo della Villa. Con la speranza che venga utilizzato solo per fini turistici e giammai per ciò che nacque.

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