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BARI - La Puglia ha superato il 30% di occupazione dei posti di terapia intensiva dedicati ai pazienti covid, mentre è salita al 44% l’occupazione dei letti di area medica. I dati ufficiali (è la rilevazione Agenas aggiornata a ieri sera) certificano quello che si sapeva da tempo: per quanto al di sotto della media nazionale, la Puglia ha ufficialmente superato le soglie di attenzione fissate dal ministero della Salute nell’ambito degli ormai famosi 21 criteri utilizzati per la classificazione dei territori. Le terapie intensive pugliesi vedono al momento (dato a ieri della Protezione civile) 182 ricoveri, che rappresentano il 31% della disponibilità dichiarata in fase di emergenza (587 posti), che comprende - lo ricordiamo - anche i posti cosiddetti semi-intensivi (Pneumologia e Malattie infettive): tiene infatti conto dei 160 posti di Rianimazione, dei 130 di Pneumologia e dei 244 di Malattie infettive dotati di supporto intensivo nelle strutture pubbliche, e di altri 47 posti complessivamente distribuiti nel privato. Il Piano che la Regione ha approvato la scorsa settimana ha portato i letti di Intensiva a 263 (di cui 219 nella rete pubblica), prevedendo un potenziamento generale che dovrebbe essere attivato entro fine mese. Lo stesso discorso vale per l’area medica, ovvero per quei posti covid riservati ai pazienti non critici: la Puglia ha fatto un enorme sforzo che entro fine mese dovrebbe portare ad avere a disposizione 1.090 letti tra strutture pubbliche e private. In Puglia i ricoveri non di Terapia intensiva erano (a ieri) 1.295. «La pressione sul sistema sanitario aumenterà ancora», ha scritto ieri su Facebook l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, assessore regionale in pectore alla Salute. «Se la curva epidemica ha raggiunto dimensioni critiche, il numero di nuovi casi giornalieri non solo continuerà ad essere alto, ma in presenza di un Rt superiore ad 1 continuerà perfino a crescere. Se il valore Rt è inferiore a quello della settimana mana precedente, crescerà meno di quanto crescesse la settimana precedente, ma continuerà comunque a crescere».

Anche se il parametro Rt (il numero di contagi secondari generati da ogni singolo caso positivo) sembra essersi stabilizzato (in Puglia l’ultimo dato Iss è pari a 1,4), questo non vuol dire che la situazione sia risolta: «Rt pari a 1,5 significa che ogni 2 casi nel giro di un periodo di incubazione se ne creano 3. Per avere un’idea di confronto, la normale curva di crescita di una stagione influenzale si sviluppa con valori di R intorno a 1,2. In questo momento, dunque, l’epidemia di covid sta crescendo ad un ritmo superiore a quello dell’influenza, con la differenza che l’influenza non necessita di tanti posti letto e terapie intensive». Ieri in Puglia sono stati registrati 1.044 nuovi casi positivi (ma a fronte di 4.425 test, sotto la media degli ultimi 10 giorni) e 36 vittime (19 in provincia di Bari, 2 in provincia Bat, 2 in provincia di Brindisi, 8 in provincia di Foggia, 2 in provincia di Lecce, 3 in provincia di Taranto). La discesa rispetto al numero record di sabato non induce comunque alla tranquillità. «Stiamo adeguando gli ospedali pugliesi ai nuovi scenari epidemiologici, che vengono periodicamente aggiornati», ha detto ieri il presidente della Regione, Michele Emiliano  presettisentando la riorganizzazione dell’ospedale San Paolo. «Questo grande lavoro è stato fatto e sta avvenendo su tutto il territorio pugliese nelle strutture ospedaliere pubbliche e in alcune strutture private accreditate che fanno parte della rete ospedaliera Covid della Puglia». La disponibilità di posti letto - e soprattutto la prevedibile dinamica del riempimento - è uno dei parametri che guidano le decisioni del Cts sulla classificazione dei territori: la Puglia finora ha evitato la zona rossa soprattutto in virtù dei bassi parametri epidemiologici, ma non va altrettanto bene per la rete ospedaliera e per la capacità di tracing sul territorio.

IL COMMENTO DI DECARO - Adesso, rispetto al lockdown della primavera in cui «ci siamo sentiti parte di una comunità, c'è più individualismo perché siamo stanchi del virus, le restrizioni si vivono in maniera diversa da regione a regione, da attività ad attività e ciascuno pensa alla propria libertà personale; ma un lockdown nazionale non sarebbe stato meglio». Lo afferma il presidente dell’Anci, e sindaco di Bari, Antonio Decaro, sul Corriere della sera dove chiede trasparenza sui dati del monitoraggio, spera che il Recovery non diventi il 'salvadanaiò dei partiti e sprona il governo a progettare il futuro.

L’Italia divisa in tre fasce? «Già a maggio noi sindaci avevamo chiesto parametri oggettivi che rispecchiassero i diversi territori. Se il sistema fosse stato messo a punto nella fase di riapertura, forse ci saremmo abituati prima. Ora dobbiamo fare i conti con parametri che peggiorano e restrizioni che aumentano, ma il momento degli allentamenti arriverà; i parametri sono oggettivi. Da un lato si responsabilizzano le regioni perché una parte dei parametri rispecchia l’offerta sanitaria e dall’altra si responsabilizzano cittadini e sindaci, perché l’indice RT dipende dai loro comportamenti. Ma lo stadio successivo è rendere trasparenti quei dati».

«Abbiamo contribuito a tenere il Paese dal punto di vista sociale, anche scendendo in strada in modo ruvido per far tornare le persone a casa - rileva - e quando c'era da mettere il piatto in tavola ci siamo assunti la responsabilità dei buoni per la spesa alimentare; le istituzioni devono stare insieme e dare messaggi univoci, altrimenti i cittadini pensano che le restrizioni siano politiche».

Sul Recovery fund «la nostra proposta» è «in dieci temi» e "si chiama Città Italia perché la ripresa inizierà dai Comuni, come sempre è stato nella storia dopo i periodi bui. Non chiediamo risorse da gestire noi sindaci, vogliamo che il governo ci ascolti. La digitalizzazione, ad esempio. Per un sistema di smart city servono infrastrutture, soprattutto al Sud, investimenti per i piccoli comuni dell’area interna e per le grandi città. La mia paura è che il Recovery diventi un salvadanaio per le iniziative dei singoli ministri e delle parti politiche. Bisogna disincentivare l’uso dei mezzi privati, abbattere la CO2 attraverso la forestazione urbana e i nuovi sistemi di riscaldamento, ridurre la dispersione idrica. Tutte riforme all’insegna dell’economia circolare che sono nelle nostre proposte. Adesso, o mai più». 

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