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Fin da fine marzo, due mesi dopo la notifica dell’avviso di proroga delle indagini per bancarotta, Vito Fusillo aveva già manifestato l’intenzione di chiedere il patteggiamento e di parlare. Negli ultimi sei mesi l’imprenditore di Noci, intorno a cui gira l’inchiesta-bis sulla Popolare di Bari, si è trasformato nel «pentito» del sistema che faceva capo a Marco e Gianluca Jacobini: ha ammesso di aver truccato i conti delle sue aziende ma ha, soprattutto, accusato i vertici della banca («Erano i miei soci di maggioranza»), ma anche numerosi imprenditori e professionisti con cui ha avuto rapporti: lo avrebbero indotto a effettuare «operazioni tutte pregiudizievoli», oltre che a vendere case a prezzi di favore. Centinaia di pagine di verbali che puntellano le conclusioni raggiunte dal procuratore aggiunto Roberto Rossi e dal pm Lanfranco Marazia e che, con la discovery degli atti su cui si basano le misure cautelari scattate martedì, aprono uno squarcio importante.

Dopo tre interrogatori e un lungo memoriale, il 4 settembre il procuratore Rossi ha revocato la richiesta di arresto in carcere per Fusillo, rilevandone la «parziale volontà collaborativa». Domiciliari, dunque, per Gianluca Jacobini, per l’ex capo dei crediti Nicola Loperfido, per Giacomo Fusillo (figlio di Vito), per il commercialista Vincenzo Elio Giacovelli e per gli imprenditori Girolamo Stabile e Salvatore Leggiero, tutti accusati di bancarotta. Fusillo (e Marco Jacobini) restano fuori, ma con l’interdizione dalle attività professionali per 12 mesi.
Nelle sue dichiarazioni Fusillo ha raccontato di come, da semplice costruttore con la terza media, nel rapporto con gli Jacobini aveva cominciato a fare investimenti patrimoniali sempre finanziati dalla Popolare. I cui vertici, sempre a suo dire, gli avrebbero impedito di ricorrere al concordato preventivo per non vedere vanificati i crediti della banca. «Con Marco - ha detto - ci vedevamo ogni sabato mattina», prima in sede, poi a bordo della barca dell’ex patron ormeggiata al circolo Barion, infine nella masseria di Cassano.

E un capitolo molto importante sono i favori che Fusillo racconta di aver fatto agli Jacobini e agli altri dirigenti di Bpb, nella speranza che lo aiutassero a mettere a posto i suoi debiti. «Loro - mette a verbale Fusillo il 21 luglio - hanno avuto una serie di vantaggi già nei rapporti (...). Vuoi o non vuoi, gli abbiamo ristrutturato tutto un borgo a Cassano», cioè la masseria di Marco Jacobini, una vecchia costruzione con 200 ettari terreno. «Io - dice Fusillo - sono convinto che intorno ai 2 milioni abbiamo speso su quell’abitazione. E uno e quattro, uno e tre, uno e cinque sicuramente li abbiamo messi noi». Con quale tipo di accordo? «“Poi Dio vede e provvede” - risponde Fusillo -, e non ha provveduto a nulla. Lui lo sapeva che costava l’ira di Dio, non è che non lo sapeva, eh!». Stessa storia anche con Gianluca per la villa a Polignano. «Anche lì è successa la stessa storia: contratti bassi, lavori fatti da noi, cioè il materiale o eventuali... gli stati di avanzamento per coprire le perdite li facevamo noi». In tutto, dice Fusillo, altri «6-700 mila euro mai ripagati».

Soldi che però lui non ha mai chiesto: «No, non ho mai provato, perché anche questo faceva parte: “Domani vediamo come risolvere il problema”, ma questo era ripetuto, perché la stessa cosa ho fatto con la casa di Monachino (l’ex direttore generale, ndr), la stessa cosa ho fatto quando ha comprato le case Lorusso da me, cioè anche il direttore Lorusso (un altro manager della banca) comprò la casa, vendevo ad un milione e due, il prezzo lo fece Marco Jacobini, disse: “A Pasquale Lorusso gli devi dare un appartamento a 700 mila euro”, e così feci».
L’indagine della Procura di Bari, affidata alla Finanza, ipotizza che Fimco e Maiora, le due società di Vito Fusillo fallite un anno fa con 340 milioni di buco, abbiano ricevuto fino a 180 milioni di finanziamenti che ne facevano il principale cliente della Popolare. Il fascicolo conta complessivamente 15 indagati. Agli otto destinatari delle misure cautelari si aggiungono Emanuele e Giovanni Fusillo, fratelli di Vito, accusati di bancarotta così come Nicola Ancona, capo della Divisione business di PopBari (per la cessione di «Palazzo Trevi»), e il commecialista Nicola Vito Notarnicola, uno dei consulenti di Vito Fusillo (per una transazione fiscale). Il perito Michele Giannuzzi è accusato invece di falso materiale.

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