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TARANTO - Sembra giunto al capolinea il matrimonio - anzi la convivenza, trattandosi soltanto di un contratto di fitto che al verificarsi di certe condizioni si sarebbe tramutato in acquisto - tra ArcelorMittal e il Governo italiano. Stando ad alcune fonti solitamente ben informate, la multinazionale dell’acciaio sarebbe pronta a chiudere ogni rapporto con Ilva in amministrazione straordinaria, il soggetto giuridico con il quale firmò nel giugno del 2017 l’accordo - benedetto dall’allora ministro Carlo Calenda - per rilevare il complesso aziendale dell’Ilva.

Ci sarebbe un documento, con cifre e dati, all’attenzione del Governo che sul dossier ha delegato a trattare il presidente di Saipem Francesco Caio, con una agenda bruscamente interrottasi mercoledì scorso quando ArcelorMittal ha confermato, in un incontro al Mise aperto ai sindacati, la volontà di procedere a quasi 5mila esuberi tra il 2020 e il 2023, così dimezzando la forza lavoro. All’attenzione del Governo ci sarebbe una vera e propria proposta di risoluzione di ogni rapporto, con sul piatto un miliardo di euro: cifra alla quale ArcelorMittal arriva mettendo assieme la somma (500 milioni) per lo svuotamento del magazzino (fatto contenuto anche nell’esposto consegnato alla Procura di Taranto che infatti ipotizza l’appropriazione indebita aggravata: riconoscendo l’addebito e versando la cifra relativa anche il fronte penale perderebbe di rilievo), la fideiussione (90 milioni di euro) intestata a favore dell’Ilva a garanzia del pagamento dei canoni di fitto (15 milioni al mese), la rinuncia agli investimenti ambientali finora sostenuti (altri 400 milioni di euro).

La cifra che sarebbe stata ipotizzata da ArcelorMittal non corrisponde ai desiderata del Governo che in conto alla multinazionale metterebbe anche mancate manutenzioni (per 350 milioni di euro) e la penale vera e propria per la risoluzione anticipata del contratto (altri 500 milioni) ma la sensazione è che le parti - domani dovrebbe svolgersi un confronto ad hoc al Mise - non siano così distanti.

Tra Governo e ArcelorMittal, dopo la rottura di mercoledì scorso e prima di scadenze comunque cruciali (il 13 dicembre la decisione della magistratura sul prosieguo della facoltà d’uso per l’altoforno 2, il 20 dicembre l’udienza a Milano nel contenzioso civile tra amministrazione straordinaria e multinazionale) sarebbe maturata la convinzione che l’exit strategy conviene a entrambi. Al Governo per salvare il siderurgico e con esso il valore e la funzione dell’industria manifatturiera italiana, tentando - con il coinvolgimento di player finanziari e tecnici come Cdp, Snam, Saipem e Fincantieri - di garantire così buona parte degli attuali occupati. Ad ArcelorMittal per uscire da un bagno di sangue economico (il primo anno di Ilva sarebbe costato un miliardo di euro) e da una situazione che ormai si è deteriorata, con rapporti all’interno e all’esterno della fabbrica difficilmente gestibili e lontani anni luce dal clima di relativa fiducia con la quale la multinazionale fu accolta a Taranto dopo gli anni di gestione commissariale.

Ci sarebbe anche un timing (aprile 2020) per concludere il (ri)passaggio di consegne.
I sindacati erano e restano sul piede di guerra e stanno preparando la grande manifestazione che si svolgerà martedì in occasione dello sciopero di 32 ore di tutti gli stabilimenti ex Ilva. Lo sciopero inizierà domani alle 23 e si concluderà alle 24 dell'11 dicembre, una scansione decisa dalle organizzazioni sindacali per consentire agli operai di turno nella notte del 9 dicembre di partecipare alla manifestazione di Roma di martedì.

MISE: NESSUNA LETTERA DA MULTINAZIONALE

«Nessuna lettera arrivata dalla multinazionale Arcelor Mittal». Lo fa sapere il Ministero dello sviluppo economico in merito ad alcune indiscrezioni di stampa, puntualizzando inoltre che «con l’azienda non si è mai nemmeno parlato di una transazione economica per la sua uscita dallo stabilimento».

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