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La Corte dei diritti umani di Strasburgo, com’è noto, ha rigettato il ricorso presentato dall’Italia contro la sentenza che bocciava il cosiddetto «fine pena mai». Secondo i giudici europei, al detenuto non è possibile eliminare la speranza di un recupero sociale. L’ergastolo ostativo, in altre parole, sarebbe in contrasto con l’articolo 3 della Convenzione che vieta la tortura. Il caso nasce dal ricorso di Marcello Viola, accolto dalla Corte di Strasburgo, il boss condannato a ben quattro ergastoli. Tra le accuse, l’omicidio di Giuseppe Grimaldi, avvenuto nel 1991 nell’ambito della cosiddetta faida di Taurianova: i killer decapitarono Grimaldi e con la sua testa fecero tiro a segno in una piazza della città.

Al di là delle sorti del singolo, l’idea che mafiosi e assassini non debbano più rimanere in carcere a vita, ha fatto saltare sulla sedia moltissimi uomini dell’Antimafia. «Fatto salvo per qualche intellettuale, che probabilmente vive in un mondo irreale», commenta con estrema amarezza Giuseppe Volpe, capo della Procura barese.

Forse anche i giudici europei vivono in quel «mondo irreale»?
«Il problema è che noi conosciamo il mondo, vero, della mafia. Lo conosciamo noi, in Italia, ma non lo conoscono gli altri Paesi. Certe volte abbiamo difficoltà a far capire agli stessi Paesi dell’Unione cosa sia davvero il fenomeno mafioso».

L’idea è che anche il più spietato tra i mafiosi possa a un certo punto della sua esistenza decidere di cambiare.
«Basta che ci si intenda sul “cambiamento”. Ha ragione Gian Carlo Caselli quando dice che il giuramento mafioso dura tutta la vita, a meno che non si determini la rottura attraverso la collaborazione con la giustizia. Viceversa, che senso ha rivedere la condizione del detenuto se la validità del suo “patto” è per sempre?».

L’Europa sostiene che non è «forte» lo Stato che debba applicare l’ergastolo a vita.
«Ribadisco: l’Europa non sa che a volte la mafia può essere più forte dello Stato. All’estero ignorano la presa che le organizzazioni di stampo mafioso possono avere su territori, su determinati territori. E la Puglia è uno di questi».

Non crede che, al di là del business, dei guadagni, degli affari, quel patto mafioso abbia dentro ancora adesso una straordinaria componente culturale?
«Certo. La mafia è fondamentalmente un problema culturale. Ecco perché, in questa lotta, cerchiamo di coinvolgere a tutti i livelli le agenzie sociali, la scuola, la chiesa. Siamo destinati a perdere se non si rimuove il vulnus della cultura mafiosa diffuso in certi ceti».

Insomma, Procuratore, quello che la mafia non è riuscita ad ottenere con le stragi adesso se lo prende con una decisione della Corte di Strasburgo?
(Giuseppe Volpe sorride appena)
«Se prendiamo per buono il teorema della “trattativa”, riconosciuto valido dai giudici almeno nel primo grado di giudizio, questa, in effetti, è la sensazione. Negli anni Novanta, le stragi avevano l’obiettivo di modificare il 41 bis. L’esito della decisione della Corte di Strasburgo è di fatto un alleggerimento del regime carcerario duro. C’è oltre tutto un altro aspetto rischiosissimo».

Quale?
«Quello di affidare ai giudici della Sorveglianza, di volta in volta la scelta sulla base di valutazioni discrezionali. Un tempo la legge diceva che se sei mafioso e non collabori, quello è il regime carcerario che ti toccherà per il resto della vita. Non c’era da tornarci su. Oggi il giudice dovrà valutare caso per caso».

Ma se non collabora, in che modo potrebbe cambiare la condizione del condannato all’ergastolo? Cosa significa, secondo i giudici europei, «comportarsi bene»?
«Beh, prendiamo proprio il caso di Viola: mentre era in carcere si è laureato in Medicina. Il problema è che non ha mai abiurato alla sua appartenenza mafiosa».

Si può essere mafioso e magari anche colto...
«Faccio il caso di uno dei figli di Vito Martiradonna, che abbiamo intercettato nell’ambito delle inchieste sulle scommesse illegali. Ad una persona dice: “A noi non interessa chi sa premere il grilletto, ma chi sa digitare sulla tastiera di un computer”. Ed ecco l’interesse del clan per gli studenti, per i “cervelli”».

Perché, in verità, la mafia ha cambiato pelle.
«Sì. La mafia è cambiata. Tocca alla società sana erigere muri per evitare che si infiltri ovunque».

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