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Volley, parla Fanizza: «I miei azzurrini pronti per la pallavolo di alto livello»

La parabola vincente del coach di Francavilla, Vincenzo Fanizza

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LECCE - Vincenzo Fanizza, davvero i suoi azzurrini non hanno messo in tasca nemmeno un euro dopo l’oro ai Mondiali di volley under 19 conquistato contro la Russia venerdì scorso sera a Tunisi?
Puntella a voce: «Da-vve-ro». Pausa.

Frustrante o pedagogico, essere i più forti pallavolisti al mondo e non aver nemmeno un gruzzolo per un week-end con la fidanzatina?
Risatina. «Me lo hanno fatto notare i ragazzi sull’aereo del ritorno. Uno di loro mi ha detto: “Se fossimo stati calciatori…”»

E lei?
«Ho risposto che ci divertiamo lo stesso. La chiave è lì. Se si smette di divertirsi è finita, anche se ricevi soldi».

Vincenzo Fanizza, 50 anni, brindisino di Francavilla Fontana, non ha più niente da dimostrare. Come primo allenatore, a gennaio 2018 ha preso in mano gli azzurrini sotto i 19 anni. E venerdì scorso li ha portati sul tetto più alto, dopo 22 anni di oblio, e dopo aver conquistato a fine luglio gli European Youth Olympic Festival (Eyof), vetrina europea per saranno famosi. Nel 2016 ha alzato in cielo il Trofeo delle Regioni. Tutto questo per dire che Fanizza mastica pane e pallavolo dalla fine degli Anni Ottanta. Un catechismo professato sempre nelle sagrestie giovanili, soprattutto tra Taranto e Squinzano, fino alla panchina adulta della A2, dal 2012 al 203, a Castellana Grotte, nella «Materdomini» di Michele Miccolis, un dirigente che sulla babyprateria popolata di pentiti del calcio in cerca di altra gloria sportiva ci investe (e ci ricava) da sempre. Prima della A2, allenava solo per passione: lavorava in un’azienda. Poi, solo pallavolo. Anche perché in famiglia bagher e palleggio sono sempre state spartiti gustosi: la moglie Stefania, 46 anni, anche lei lavora in un’azienda, non si è mai messa mai di traverso; il primo genito Alessandro, 14 anni, è palleggiatore e, al Trofeo delle Regioni, indossava la fascia di capitano della Puglia; l’altra figlia, Paoletta, 13 anni, studia da Ofelia Malinov (palleggiatrice della nazionale) a Mesagne. Mite ma ostinato, Vincenzo. Il merito più grosso è forse quello di aver riattivato il settore giovanile di mezza regione proiettandolo fuori dal sepolcro di cartone dove i club l’avevano conficcato.

E lungo la strada della resurrezione che lo ha portato a guidare anche la pattuglia azzurra prevalentemente nordica, Fanizza ha già consegnato alle cronache due talenti di casa nostra. Il primo: Nicola Cianciotta, 18 anni compiuti ad aprile. Fino a quattro anni difendeva i pali delle giovanili del Bitetto, la squadra di calcio del suo paese. Si rivolse all’amico Loris Occhiogrosso, già nel circuito Materdomini, per alzare la saracinesca sopra il nastro della rete piuttosto che davanti ai bomber. Fanizza lo accolse a Castellana, gli cancellò i sogni da Donnarumma e lavorò sul dono naturale dei centimetri: Nicola, 195 cm, è stato premiato come miglior centrale ai Mondiali. A ottobre farà la A2, con la Materdomini, a Castellana.

Porte sempre aperte, alla FanizzaLand. Passata la soglia, però, si getta la chiave. Per innamorarsi solo del favoloso mondo della pallavolo. È stata questa la traiettoria anche di un altro azzurrino mundial, Piervito Disabato, 18 anni festeggiati a febbraio, di Altamura. Quasi un predestinato. Ha iniziato a 13 anni. Suo padre era il presidente di un club di palalvolo. Il male del secolo l’ha costretto a lasciare un vuoto non solo in famiglia. Per quanto scartavetrato dal dolore della morte del padre, Piervito, lungone di 188 centimetri, ha continuato a schiacciare i problemi e mettere giù i palloni della vita: è il capitano della nazionale che ha vinto l’oro, venerdì scorso. Giocherà nella Lube-due, in A3. Ma è in «prestito», perché il cartellino è rimasto nelle mani di Michele Miccolis.

Conclusione: con la cura liturgica di Vincenzo Fanizza, la Puglia ha smesso di importare giocatori e ha imboccato la direzione inversa.

L’oro degli azzurrini è un tagliando assicurativo anche per la nazionale maggiore. Accelera il ricambio, o no?
«È una medaglia che fa bene a tutto il movimento. Sono ragazzi di 18 anni, dovranno prima misurarsi con la juniores. Ma è chiaro che per questi ragazzi si apre una buona prospettiva specie se si considera che la nazionale maggiore ha gente come Juantorena, Lanza e qualche altro che orami è prossimo a lasciare»

Nomi?
«Tommaso Stefani, opposto di 212 centrimetri, Alessandro Michieletto, schiacciatore di 209 cm, Federico Crosato, centrale di 202 cm e Tommaso Rinaldi schiacciatore di 201 cm, hanno già raggiunto parametri fisici e qualità importanti per la pallavolo di alto livello».

Quale è stato il momento in cui ha creduto di poter stupire?
«In un torneo di fine luglio giocando proprio contro la Russia. Abbiamo perso 3 a 2 chiudendo il tiebreak a 13. Mi sono detto: per perdere così, il gruppo è davvero forte».

La chiave del 3 a 1 alla Russia nella finale che è valsa il titolo iridato?
«Abbiamo lavorato tantissimo sulla battuta, è il primo fondamentale d’attacco e ti consente di gestire meglio muro e correlazione con la difesa. E poi siamo tra le poche nazionali con quattro giocatori sopra i due metri. Sull’uno a uno, non era facile ripartire, dopo essere stati raggiunti. Invece siamo partiti benissimo nel terzo set, è lì è stata la svolta. Non abbiamo lasciato nulla in difesa e siccome la difesa è il termometro della squadra, quando ho visto che Michieletto si è lanciato oltre il tabellone dall’altra parte del campo pur di recuperare una palla, e a rischio di farsi malissimo, beh, lì ho avuto la quasi certezza che il resto sarebbe andato bene».

Alcune voci la indicano come allenatore di un club della A1 femminile. Il futuro prossimo?
«Sono mesi che viaggio. Per ora voglio godermi la famiglia, che per me è la prima nazionale. Sono 26 anni che alleno nel maschile, non ci sono club femminili all’orizzonte, per ora. Mai dire mai. Attendo con serenità il consiglio federale del 15 settembre. Sono fiducioso. Anche se non del Sud dobbiamo dimostrare sempre di più di altri».

Nessuna squadra in Superlega. Solo due club pugliesi in A2, appena altri due in A3. E realtà blasonate come Taviano e Gioia che spariscono dai palcoscenici nazionali. Non siamo messi bene, non trova?
«Ma tutti i club hanno mantenuto il settore giovanile. In B ci sono molte realtà piene di ragazzi promettenti e con squadre attrezzate per fare il salto. Penso al Bari, ma anche a Taranto, Tricase, Casarano. In A2 con il campionato a dodici squadre e le retrocessioni il livello è salito. Ma anche qui abbiamo giovani nostri come Giovanni Gargiulo, 20 anni, anche lui un prodotto della Materdomini».

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