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Certo che è strano: un toscano, Maurizio Micheli, classe ’47, che dai Settanta spunta in tv, al cinema, e trascina l’Italia con personaggi di esilarante baresità.
«Siamo indivisibili io e Bari. E indissolubile, costante, anche in senso di frequentazione è il nostro legame. Dichiaro sempre di essere figlio di due città, Livorno, dove sono nato e dove i miei avevano origini familiari, e Bari, che mi ha formato, determinando ciò che sono diventato. Il trasferimento ha segnato la rotta di una vita intera professionale: senza di quello niente sarebbe stato».

Come è finito in questi paraggi?
«Mia madre era maestra elementare ma non insegnava, stava a casa. Mio padre era laureato in lettere classiche, e difatti ha obbligato me e i miei fratelli, il grande che da un po' è venuto a mancare, e il piccolo, medico con passione teatrale, a studiare le materie che amava. Era professore di latino e greco ma ebbe l’occasione di ricoprire l’incarico di responsabile del deposito della Mobil Oil di Bari. La Mobbbìl nella quale assunse in seguito ruolo dirigenziale quando nel ’68 andammo a Milano, con gran dispiacere e nostalgia per tutti quanti».

Così conobbe le cozze, il tuffo con sputo carpiato e il «psss-psss… soòola?» sibilato per strada alle ragazze.
«Tra le realtà di Bari quella che mi ha segnato di più è il Lungomare, un po’ meno via Sparano. Tanto che pure adesso che sarò a Villa Belvedere giovedì 9 ad Altamura con Uomo solo in fila – I pensieri di Pasquale, la sera prima ho già programmato la passeggiata “imbaccio” alle alghe. Avevo undici anni e le onde davanti. La nostra casa era a San Francesco all’Arena, il lido. E soltanto il ’62 traslocammo in centro, nel quartiere Murat. Fino al ’68 abbiamo abitato in via Marchese di Montrone 47, nel Palazzo Sylos Labini».

Peccato. Al civico 67 c’era il casino più rinomato di Bari, poi sepolto da quella ipocrita Legge Merlin inspiegabile.
«Ah vede?, mica lo sapevo. Anche perché nel ’58 avevano già chiuso le già chiuse case. Dalla seconda media ho studiato al Pascoli, ancora sul Lungomare, passando in seguito al liceo classico Orazio Flacco, nei piani superiori dello stesso stabile».

Leggendario. Quindi, pure lei là.
«Certo. Anche se, francamente, non ho mai amato studiare. Ero il contrario di Pasquale Bellini, mio compagno di banco per tre anni, docente, critico teatrale, sempre preparatissimo, bravissimo, formidabile».

Lo conosco. È «Quello col pizzetto».
«Sì certo, Pasquale ha il pizzetto, gli occhiali, sa tutto, ricorda tutto, cita tutto. Già allora era un intellettuale».

Mi domando se Quello col pizzetto già ostentava il pizzetto in età liceale.
«Be’, Bellini è nato con il pizzetto. Cioè lo ha avuto sempre, dalla nascita probabilmente. Pasquale dopo il diploma si iscrisse a Lettere superando brillantemente gli esami. Io a Giurisprudenza, ma stentavo, difatti in seguito lasciai e conseguii il titolo al Dams di Bologna. Nella mia testa, fin da giovanissimo, c’era tutt’altro che uno studio legale. Mio padre amava la lirica e mi portava al Petruzzelli. Ma soprattutto un bel giorno entrammo nel Piccinni per la stagione di prosa: e il luogo fisico, architetturale, il palco mi fulminarono. Da allora decisi che sarei stato un attore e incominciai a sognare proprio quel sipario. Entrai al Cut e fu il mio miracolo, perché di là in poi si avverò tutto quanto, compresi gli spettacoli al teatro Piccinni che più volte calcammo».

Cut, Centro universitario teatrale. Un monumento culturale pugliese, anche se composto d’aria.
«Un altro dei tanti motivi per i quali appena posso vengo a Bari, a stare, come si usa dire là. Che vai a fare a Bari? Niente, a stare. Dopo mi sono diplomato al Piccolo Teatro di Milano, ho lavorato con tutti i grandi, attori e registi, da Gassman e Sordi a Risi e Scola, Manfredi e Pozzetto, la Antonelli e Banfi, da Corbucci a Nanni Loy, Falqui e Trapani in tv, Lionello, Milva, Celentano. Ma il Cut mi ha generato, avevo diciott’anni. Formazione, dizione, recite, ricerca, i Quaderni, tutt’ cos’. Eravamo un gruppo fantastico».

Sono entrato in possesso di una reliquia epocale. Una foto del Cut al completo con lei al centro, Michele Mirabella vari, e in cui sulla destra compare Bellini con parrucca biondastra.
«Sì la parrucca!, ho capito, quella è della prima recita! Leonce e Lena di Büchner, 1966. Direttore del Cut era il grande Egidio Pani. Ricordo le dotte regie di Mirabella, altro mio compare fisso con Bellini a Bari. I fratelli Vito e Gianni Attolini, musicisti nostri come Rino Marrone. Bepi Acquaviva, Remigio Benni, poi inviato nei Balcani per l’Ansa, Rino Bizzarro, Pino Micol, Alfredo Musajo Somma, Walter Pagliaro, tanti altri che non sto a elencare. Figure straordinarie come Gino Ruggiero, che nel Piccinni, da custode, famiglia e tutto campava».

A proposito, lei con chi campa?
«Solo».

Non vive con Benedicta Boccoli, sorella di Brigitta?
«Sono stato sposato con un’altra attrice, Daniela Nobili, ho due nipoti e un figlio Guido di 42 anni. Ma io e Benedicta abitiamo ognuno nella propria casa. Perciò è la mia compagna da 24 anni. La convivenza uccide le coppie, troppo complicata».

Peraltro la Boccoli, come Sabrina Ferilli o Tullio Solenghi, a volte è anche professionalmente al suo fianco.
«Ho avuto, e avrò, se la situazione nei teatri dopo il virus diventerà meno infausta, una carriera variegata. Pensi che sono arrivato a 1250 repliche del mio one man show Mi voleva Strehler, dal 1978 cult intramontabile. Ma la fama vera, esplosiva, quella della gente che ti ferma a ogni metro per strada, in realtà proviene da Bari. Cioè dalle figure e dai linguaggi che lì mi hanno ispirato».

L’innamorato pazzo della Brunetta dei Ricchi e poveri, genialata fantastica.
«Sì, basta!, ora bbbasta, levatevi, la voglio a lei, sposami Brunetta, Brunetta! Lasciali a quegli altri Ricchi e poveri che ti vogliono staccare da me..!».

Non faccia così Micheli, mi fa piangere dalle risate. Soltanto lei mi provoca quest’effetto, a parte Dorian il mio fessissimo gatto.
«Va bbéine, finiamola».

Ricordo il parodistico Dino de Nitis, dj di Radio Bitonto Libera, città di Mirabella fra l’altro. La signora Anna Rosa di Fonzo, «Susy» in arte. L’avvocato Rocco Tarocco del Foro di Trani in «Fantastico 8» di Celentano fine anni Ottanta.
«Questa figura è legata ai miei tre anni di studente universitario a Bari, ma soprattutto al padre di un amico, legale di una certa notorietà. Qualunque cliente gli si presentasse diceva: emmè?, e allòura?! Gli hai rubato le cose? E tieni ragggione! È llloggico, che vuole questo mo?! E tu altro che hai fatto? La foca monaca? E me andasse al convento se è monaca. Ci hai sparato a quello? È morto? No? E allora..!».

Per non parlare del giornalista dallo slang piemontese-pugliese del «Commissario Lo Gatto» di Dino Risi e di «Sciambàgne» con Laura Antonelli in «Rimini Rimini».
«Se non avessi vissuto davvero a Bari, mai sarei riuscito a creare in modo credibile questi personaggi. Quando ci provano altri, pur bravi, fanno pietà. È impossibile. È una tipologia non replicabile se non sei come me il più puro barese di Livorno che sta».

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