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Dalla fabbrica alla cucina. Dalla polvere al pane. Dai fumi dell’altoforno al profumo dei prodotti tipici. Ma «non è una rinascita. Chiamatela riconversione. All’Ilva si muore, ci si ammala e non c’è futuro. Un’alternativa è possibile. Noi ci stiamo provando con grande entusiasmo». È iniziata una nuova vita per due ex operai dello stabilimento siderurgico: Cataldo Ranieri, di 50 anni, e Marco Tomasicchio, di 44, che in quella fabbrica hanno lavorato rispettivamente per 21 e 20 anni, prima di accettare l’incentivo all’esodo. Il loro ultimo giorno di lavoro in Ilva è stato il 31 gennaio 2019, ieri hanno aperto al pubblico la loro nuova attività di gastronomia, sia da asporto che da consumare sul posto, in uno dei luoghi storici del Borgo, l’ex bar Principe. Il locale si chiama “A casa vostra” e il motivo è presto detto: «quando parlavamo di chiusura dell’Ilva – raccontano – tanti colleghi ci dicevano: “E poi dove andiamo a mangiare, a casa vostra?”. Da qui è nata l’idea di offrire qualcosa di differente per l’economia della città». Per Ranieri e Tomasicchio, che hanno sostenuto con il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti la battaglia per la riconversione economica, la sfida è cominciata. «Non è stato facile. Ci siamo rimboccati le maniche e – confida Cataldo Ranieri - nonostante le tante difficoltà incontrate, per avere l’allaccio dell’acqua abbiamo dovuto aspettare 9 mesi ad esempio, adesso siamo qui. La gente che viene s’incanta, il locale piace molto». In bella mostra, sulla ringhiera del tramezzo, è appesa una tuta blu. Ma non c’è alcuna nostalgia del passato. «La situazione dell’Ilva – aggiunge l’ex operaio – la vedo tragica per i colleghi che vivono lo stesso stato d’angoscia che vivevo io quando ero all’interno. Quando il tuo destino è nelle mani altrui e nelle mani sbagliate purtroppo perché il governo, i sindacati, la politica, la magistratura, hanno deluso tutti. Per anni abbiamo detto ai colleghi: guardate che siamo 14mila, siamo un esercito e dobbiamo fare una scelta. Siccome sappiamo che nessuno metterà a posto questi impianti, per non essere licenziati chiediamo di programmare la chiusura della fabbrica, smantellare, bonificare, decontaminare. Potevamo fare tutto noi piuttosto che spendere tanti soldi pubblici e arrivare al punto di non avere né lavoro né salute».

Ranieri ha visto «l’incentivo all’esodo come una finestra da cui scappare. Il barcone affondava e insieme a un altro collega abbiamo deciso di rilevare questo locale storico di Taranto che aveva chiuso».

Marco Tomasicchio si sofferma sulla parola «riconversione». È il vero «obiettivo – sostiene – per costruire una storia diversa per questa città. Vogliamo realizzare un lavoro diverso, pulito, sostenibile, e avere anche l’appagamento di poter soddisfare le aspettative dei familiari e degli amici. Per noi è una rivincita e vogliamo essere un esempio per i colleghi che continuano a rischiare ogni giorno la vita in quel posto di lavoro. Devono avere il coraggio di abbandonare la fabbrica e investire in un futuro migliore e dignitoso per se stessi e per i propri figli».

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