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Muro di Berlino, quel tunnel della libertà di 126 metri scavato da un ragazzo di Vieste nel 1962

C'è una storia tutta pugliese nelle vicende lunghissime del Muro: ecco l'impresa di uno studente foggiano, Mimmo Sesta

Muro di Berlino, quel tunnel di 126 scavato da un ragazzo di Vieste

C’è una storia tutta meridionale nelle vicende lunghissime del Muro di Berlino. Una di queste è quella del giovane studente in ingegneria edile del Politecnico di Berlino, Domenico Sesta, di Vieste (Foggia), che con il suo amico Luigi Spina, di Gorizia, scosso per le vicende di tanti loro amici tedeschi che rischiavano la vita per oltrepassare il confine controllato dai Vopos e delle storie di tante famiglie divise, decisero di agire scavando un tunnel della libertà a Berlino. L’impresa riuscì, il 14 settembre del 1962. Ma la storia è tutta da raccontare.

La loro ricerca partì dagli archivi del catasto: dopo lunghi ed affannosi studi, trovarono il punto più adatto dove scavare il tunnel: nel quartiere del Wedding, nel nord della capitale, sulla Bernauerstrasse, solo 126 metri per raggiungere la libertà. Con la fede e l'entusiasmo dei vent'anni, Luigi e Domenico si misero all'opera, acquistarono con i loro pochi risparmi un furgone «Volkswagen» di otto posti per trasportare materiali e giovani amici all'interno di un vecchio stabilimento in disuso, da dove doveva partire il tunnel lungo 123 metri che, attraversando la strada e la striscia della morte, sbucava al numero 7 della Schonholzerstrasse. Il nucleo centrale della squadra, all’incirca dieci persone, era formato da amici e da gente che si conosceva bene e questo bastò a ridurre al minimo i rischi. Tutti furono ben consapevoli del carattere azzardato e complicato dell’impresa.

Berlino, infatti, poggia su un terreno argilloso e ricco di acque, ed il problema principale era costituito soprattutto dalle falde acquifere, che avrebbero potuto facilmente allargare il lungo cunicolo. Il prosciugamento, tramite delle pompe idrovore, più artigianali che propriamente industriali, restò sempre uno dei problemi tecnici da risolvere. Molti studenti dell'università tecnica di Berlino collaborarono saltuariamente alla lunga opera, mentre incombeva sull'eroico gruppo, come una spada di Damocle, l'intervento della Stasi e dei suoi numerosi informatori.

L’impresa fu così complicata da realizzare che ogni aiuto, anche per una sola notte o per poche ore, fu sempre accolto con gratitudine. Domenico e Luigi decisero di cercarsi un lavoro per mantenersi, nel frattempo avevano chiesto all’università l’autorizzazione ad assentarsi per un semestre, poiché l’impegno profuso per la galleria assorbiva, non solo, buona parte del tempo di cui potevano disporre ma anche delle loro energie fisiche. Gli studenti che percepivano borse di studio, si sforzavano di conciliare il lavoro sui libri con quello del tunnel, ma per riuscirci dovevano sacrificare tutto il loro tempo libero ed assentarsi a diverse lezioni. Poiché Mimmo, aveva l’incarico di fissare i turni di lavoro, era a conoscenza di tutti questi problemi.

Con Luigi, mentre gli amici pensavano a come risolvere i loro problemi finanziari, lessero per caso su un quotidiano berlinese un articolo sulle riprese per la realizzazione di un film intitolato Il tunnel. La storia del film, per quanto fosse possibile desumere dal giornale, sembrava alquanto banale. La notizia fece loro venire una idea: trovare il modo di far realizzare un documentario televisivo sulla loro impresa in corso. Dopo tutto, la loro era storia autentica, non una finzione. L’eventuale film avrebbe, tuttavia, dovuto rendere loro del denaro. Ne avevano urgentemente bisogno sia per proseguire gli scavi, sia per il loro sostentamento. Ritenevano che sarebbe stato, in ogni caso, giusto ed opportuno fare pagare in anticipo le riprese sui lavori in itinere del tunnel, in cambio della libera utilizzazione del materiale girato a termine del lavoro. Nel corso delle trattative, che si svolsero nei giorni successivi, i due esponenti della casa di produzione precisarono i termini di una loro offerta: le riprese nel cantiere del tunnel sarebbero state effettuate da tecnici del network radiotelevisivo americano della NBC (National Broadcasting Company). La responsabilità dell’intero progetto, tuttavia, sarebbe rimasta nelle loro mani.
Gli italiani per primi avevano dato l'esempio di come la resistenza al muro della divisione fosse possibile.

Luigi Spina e Domenco Sesta dovettero attendere ventisette anni prima di vedere cadere quel Muro. Purtroppo I primi giorni di agosto, ci si rese conto che, nonostante il massimo impegno, la galleria non sarebbe stata completata il 13 agosto, data fissata per abbattere l’ultimo diaframma, proprio nel giorno dell’anniversario dell’edificazione del muro e per questo fu posticipata al 14 settembre.

Per gli amici italiani e i loro compagni quel mese di agosto fu per, certi aspetti fatale, tutti avevano lavorato molto e duramente per completare la galleria, fin quasi allo stremo delle forze psico-fisiche, accadde però un episodio che li colpì profondamente: la morte di Peter Fechter. Peter un apprendista muratore di 18 anni, lavorava in un cantiere di Berlino est, non distante dal muro. Nessuno saprà mai se la sua fu una decisione improvvisa, oppure se fu proprio la vicinanza del cantiere al muro a farla lentamente maturare. Sta di fatto che Peter Fechter si avvicinò improvvisamente, in pieno giorno, con la tuta da lavoro addosso, agli sbarramenti del muro di Berlino. Aveva già superato il primo ostacolo, il reticolato di filo spinato, quando lo videro correre verso il muro e le guardie di frontiera della RDT gli intimarono di fermarsi ma Peter Fechter tentò ugualmente di arrampicarsi sul muro. Una delle guardie aprì il fuoco, alcuni proiettili del Kalashnikov colpirono il ragazzo. Gravemente ferito, cadde a terra ai piedi del muro. Non riusciva più a muoversi.

Abbandonato a sé stesso, ferito a morte continuava a gridare aiuto morirà dopo una lunga agonia mentre le guardie di confine che avevano sparato non accennarono minimamente ad accorrere in soccorso del moribondo rimanendo immobili ai loro posti. I tedeschi scongiurarono gli ufficiali americani di soccorrere il giovane, altrimenti sarebbe morto dissanguato ma, questi ultimi, risposero che non era un loro problema; gli alleati occidentali non avevano alcun diritto di intervenire nel settore orientale di Berlino. Potevano muoversi liberamente in quella parte della città, senza sottostare a controlli ma non assumervi iniziative.
Fu evidente che gli americani vollero evitare di innescare, con l’eventuale soccorso prestato a Peter Fechter, un incidente internazionale dalle imprevedibili conseguenze. Parecchio tempo dopo la sparatoria, due ufficiali delle guardie di frontiera orientali, si avvicinarono al muro sollevarono il corpo senza vita del ragazzo e lo trasportarono oltre i loro sbarramenti di confine. Nessuno potè vedere se e come Peter Fechter fu poi trasferito altrove. Il fotografo di un’agenzia di stampa, che si trovava per caso nelle vicinanze, riuscì a fotografare il ragazzo mortalmente ferito ai piedi del muro.

I costruttori del tunnel seppero, fin dal pomeriggio, dai notiziari radiofonici del crudele assassinio di Peter Fechter e appresero in seguito, dalla stampa, tutta la verità su quel terribile episodio accaduto proprio a ridosso del muro di Berlino, i ragazzi avevano all’incirca la stessa età del ragazzo ucciso o poco più. Domenico e Luigi, pensarono bene di concentrarsi sulla galleria perché, se il loro tunnel avesse avuto successo, le immagini dei lavori del tunnel e dei profughi che ne uscivano, filmate dalla NBC, sarebbero stata la migliore risposta possibile all’uccisione di Peter Fechter. Solo se la galleria fosse stata portata a compimento, l’opinione pubblica dell’est e dell’ovest, all’interno dei confini tedeschi e all’estero, nel vedere le immagini della NBC, avrebbe potuto constatare, fino a che punto di esasperazione e di paura il regime della RDT aveva ridotto gli abitanti della Germania orientale.

Gli uomini della NBC, intanto, con un collegamento radio, controllavano, da un alto edificio della Bernauerstrasse, lo spazio del numero 7 della Schonholzerstrasse, dove dovevano affluire i profughi. Dalle ore 10 del mattino fino alle ore 18 del fatidico 14 settembre, su una pianificata scadenza, i berlinesi dell'Est, guidati e diretti da Ellen Sesta, fidanzata di Domenico e che diventerà poi sua moglie, raggiunsero la cantina e, a carponi, il settore occidentale, percorrendo i 123 metri del tunnel, che si stava nuovamente allagando per la rottura di un tubo dell’acqua, motivo per cui il tubo potè essere utilizzato una sola volta. Dietro la porta della cantina e all'ingresso dello scivolo montarono la guardia con le armi a portata di mano Luigi e Hasso. I ragazzi avevano acquistato al mercato nero un fucile da caccia, che Luigi aveva trasformato in una "lupara", due pistole e una Machinenpistole tedesca. Se fosse intervenuta la Stasi sarebbero stati costretti a sparare per poter fuggire.

Allo sbocco del tunnel, nella cantina della Bernauerstrasse, i cineoperatori della NBC stavano compiendo il loro lavoro televisivo. Ormai i 29 berlinesi dell'Est, a bordo del furgoncino di Domenico e di Luigi avevano raggiunto l'appartamento già predisposto per la prima accoglienza sulla Ansbacherstrasse, dove Ellen era già giunta proveniente da Berlino-Est con la U-Bahn .

A mezzanotte stapparono le bottiglie di Sekt: «L’operazione buco» era perfettamente riuscita.

Il 14 Settembre 1962 il tunnel era pronto: in modo spettacolare fuggirono ventinove persone, da lì il nome del tunnel entrato nella storia come «Tunnel 29», da Berlino Est a Berlino Ovest. Dopo due giorni la «Rias» americana e la radiotelevisione «Freies Berlin», diedero la notizia al mondo. La NBC filmò tutte le fasi di scavo del tunnel, il filmato, dal titolo Il tunnel fu trasmesso negli Stati Uniti nel 1962, poi furono ceduti i diritti anche da emittenti televisive di altri paesi. Garry Stindt, nell’ufficio berlinese della NBC raccontò alla signora Sesta che il documentario fu visto da 35 milioni di americani, a quei tempi un indice di ascolto elevatissimo.

Nel settembre del 2000, trentotto anni dopo, assecondando un’idea del giornalista Henry Köhler, la redazione della rubrica televisiva tedesca «Spiegel TV» ha riportato alla luce, con grande dispiego di mezzi la galleria scavata dagli italiani, con l'aiuto dei partecipanti di allora ed è stato utilizzato per girare nello stesso anno il film tedesco Der Tunnel e nel 2004 il film italiano Il tunnel della libertà. L'emittente televisiva statunitense NBC aveva pagato per la rischiosa azione 50.000 marchi per i diritti cinematografici. I due ragazzi non ricevettero mai, neanche allora, i meritati riconoscimenti, solo qualche anno fa un lapide commemorativa a Vieste ricorda il suo giovane eroe.

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