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Dopo il caso del poliziotto penitenziario che si è sparato dopo aver ammazzato la moglie e le figlie di 12 e 18 anni

Orta Nova: «Se la famiglia di oggi fa più morti della mafia»

La famiglia «malata» uccide più della mafia. Non è una novità purtroppo, ma una amara constatazione che continua a lasciare sconcertati. La tragedia avvenuta a Orta Nova, nel Foggiano, dove un agente penitenziario ha ucciso la moglie e due figlie (18 e 12 anni) togliendosi poi la vita, è solo l’ultimo di una inesauribile serie di casi.

Nei primi 12 giorni del mese ci sono state cinque tragedie che vedono come vittime mogli o compagne, più una sesta nella quale il femminicidio, per fortuna, è stato solo tentato. In media, ogni due giorni una donna viene ammazzata dal compagno di vita, e non di rado, anche i figli della coppia finiscono nel mirino del genitore killer. A Orta Nova un terzo figlio è scampato alla furia del padre perché lavora lontano da casa.
Siamo di fronte a un autentico bollettino di guerra che non conosce soste, nonostante le iniziative, anche parlamentari, rivolte a definire nuove figure di reato, aggravanti e, all’avvio di campagne di sensibilizzazione per squarciare il muro di silenzio dietro il quale maturano e poi esplodono le tragedie.

Nella fattispecie, il caso di Orta Nova fa scattare l’allarme sulle problematiche psicologiche e relazionali che taluni lavori possono far scaturire o aggravare. Da parte di psicologi e sindacati degli agenti di custodia si fa presente come sia necessario vigilare di più sulle condizioni di salute mentale nei luoghi di lavoro, soprattutto quelli che comportano situazioni di stress dovute a interazioni sociali particolarmente complesse e pericolose. Come pure viene lanciato l’allarme sulle gravose condizioni di lavoro degli agenti penitenziari dovute, oltre che alla natura particolare dell’impiego , soprattutto al sovraffollamento carcerario, con le inevitabili conseguenze di possibili disagi. Proprio l’altro ieri un agente di custodia si è ucciso a Piacenza. Nei giorni scorsi, il Sappe, uno dei sindacati degli agenti di custodia, aveva evidenziato la carenza di personale nel carcere del capoluogo dauno.
Non si sa ancora, cosa possa aver scatenato la furia omicida e suicida dell’agente di Orta Nova, però va sottolineato come queste tragedie non conoscano confini. Riguardano ogni ambito sociale e lavorativo e colpiscono indifferentemente da Nord a Sud. Quindi sarebbe errato circoscrivere al lavoro dell’agente la fonte della tragedia, per quanto possa aver funzionato come aggravante.

Resta insoluto il problema di come prevenire la mattanza. Non tutti i drammi hanno campanelli d’allarme o manifestano i cosiddetti «reati spia»: stalking, maltrattamenti, percosse, violenze sessuali. Nel caso di Orta Nova chi conosceva l’agente di custodia lo descrive come taciturno, forse un po’ troppo chiuso in se stesso, ma non sembra che quanto accaduto possa essere ascritto alle cosiddette «tragedie annunciate»: tante volte si riscontrano tutti i «sintomi» di quello che poi drammaticamente viene ad accadere. Ma a volte, come ad Orta Nova, non è così. E l’esplosione di violenza colpisce come un fulmine a ciel sereno.

Ma, almeno nei casi in cui il processo di degenerazione dei rapporti familiari si evidenzi chiaramente, come non di rado avviene nelle separazioni particolarmente conflittuali, almeno in quei casi sarebbe possibile intervenire. Qui, però, anche le iniziative legislative messe in atto, come il Codice rosso sulla violenza di genere, vanno a cozzare contro le carenze di organico e strutturali di chi dovrebbe intervenire.
Chiedere aiuto e segnalare il disagio psicologico, proprio o di chi è vicino, non sempre riesce a evitare i drammi, ma resta ancora l’unica strada per cercare di prevenire lo scoppio della violenza. In attesa di una maturazione delle coscienze, auspicabile, ma difficilmente prevedibile.

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