Viviamo un momento di disorientamento dell’identità dei generi, che sta perdendo i punti di riferimento storicamente e culturalmente accettati. Con il politicamente corretto e la necessità di adottare un paradigma evoluto, senza discriminazioni e a favore della parità di genere e dell’inclusione, ci si ritrova smarriti nelle relazioni affettive e nella capacità di interpretare e vivere la relazione e la sessualità.
Non esiste più il galateo: l’uomo deve pagare e offrire la cena al primo appuntamento? Prendere l’iniziativa è corretto o è meglio attendere la partner? Se sbaglia, rischia di sembrare retrogrado, aggressivo o boomer; allo stesso modo, se si apre ed esprime i propri sentimenti, può sentirsi passivo e poco virile. Non esistono più regole simboliche condivise che rendano leggibili i gesti. Un tempo quei rituali avevano un valore comunicativo chiaro (pur con tutti i loro limiti patriarcali). Oggi lo stesso gesto può essere interpretato come cura, dominio, galanteria o sessismo, a seconda della sensibilità individuale e in assenza di confronto.
Molte donne sono più autodeterminate e consapevoli di ciò che vogliono e sempre più spesso si trovano nella posizione di dirigere la relazione e di ricercare svago e divertimento nella sessualità, quasi a voler recuperare un modello di liberazione oppresso per anni di storia e cultura moralistica. Altre donne, invece, desiderano un approccio più romantico, che rischiano di non trovare più. Il problema non è questa pluralità, ma l’assenza di spazi mentali e di dialogo dove dichiarare apertamente le proprie intenzioni senza essere svalutati.
Il risultato è l’iper-riflessione paralizzante: ogni azione viene filtrata dal timore di sbagliare identità prima ancora che relazione.
Tra i più giovani, sentimenti ed emozioni vengono sempre meno esplicitati; ci si sofferma molto poco anche sulla possibilità di definire una relazione affettiva intima, sia essa esclusiva o configurabile come fidanzamento. Nel dubbio, si ricorre all’appellativo “situazione” come anestetico relazionale, che esonera dalla responsabilità e dall’onere di definirla, con le conseguenze di coerenza che ciò richiederebbe, protegge le emozioni ed evita il rischio di rifiuto. Questo scenario ha una conseguenza precisa: relazioni a bassa intensità simbolica, dove il corpo è presente più della parola e il desiderio più dell’impegno. Attaccamenti evitanti e disorganizzati, che premiano l’autonomia e faticano a sostenere la dipendenza reciproca (John Bowlby; Mary Main).
Tuttavia, è evidente che lo scontro tra eccessi e il confronto tra polarizzazioni non consentono un approccio equilibrato e sano al cambiamento nella fase adolescenziale del nuovo paradigma relazionale. Dove mancano ruoli netti e predefiniti, è indispensabile la comunicazione esplicita e gentile, l’ascolto del limite, la capacità di tollerare l’ambiguità iniziale, oltre il giudizio e la burocrazia del consenso, in cerca di autenticità e reciprocità.
















