Mercoledì 25 Marzo 2026 | 16:14

I grandi vincitori, la Costituzione e i giovani al voto

I grandi vincitori, la Costituzione e i giovani al voto

I grandi vincitori, la Costituzione e i giovani al voto

 
Gianni Di Cagno

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Gianni Di Cagno

Lavoro e cittadinanza: votare «sì» al referendum è una scelta di civiltà

Tra l’inevitabile affollamento sul carro dei vincitori, e il tentativo dei perdenti di far finta di niente, forse è necessaria un po' di chiarezza.

Mercoledì 25 Marzo 2026, 13:55

Chi ha vinto il referendum, e chi lo ha perso? Tra l’inevitabile affollamento sul carro dei vincitori, e il tentativo dei perdenti di far finta di niente, forse è necessaria un po' di chiarezza.

Per prima (scusate un po' di retorica, ma quando ci vuole ci vuole) ha vinto la Costituzione della Repubblica. Che ha dimostrato, ancora una volta, la propria resilienza contro ogni tentativo di stravolgerla: ieri del centro-sinistra renziano, oggi del centro-destra meloniano. Il che non significa, ovviamente, che la Costituzione sia intangibile. Ma certamente significa che la maggioranza dei cittadini non intende assecondare proposte di riforma costituzionali figlie della sola maggioranza di governo. La Costituzione, insomma, deve continuare ad essere un bene di tutti, una Carta in cui la stragrande maggioranza dei cittadini possa riconoscersi. È questo il primo insegnamento del voto referendario, e sarà bene che tutti i prossimi aspiranti costituenti lo tengano bene a mente.

In secondo luogo, hanno vinto i giovani. Quando tra i ragazzi dai 18 ai 28 anni il NO prende la percentuale più alta di voti (58,5%), il verdetto è inequivocabile. Significa che una fetta non secondaria del mondo giovanile ha votato per la prima volta in vita sua - vuoi per ragioni anagrafiche, vuoi per scelta - e si è mobilitata a difesa delle ragioni del NO. In un’epoca in cui i giovani vengono presentati come disinteressati all’impegno, e a quello politico in particolare, questo nuova realtà giovanile sarà un dato da tenere ben presente.

Infine, ha vinto l’idea stessa di indipendenza della magistratura. In un contesto in cui il terzo potere dello Stato (la Magistratura) è stata presentata dal secondo (l’Esecutivo) come fonte di ogni nequizia (dai bambini nel bosco alla liberazione di clandestini e stupratori), i cittadini hanno dimostrato di avere ben chiara la differenza tra il merito di determinate sentenze e il valore dell’indipendenza dei magistrati; e di preferire un giudice che può sbagliare, ma che può essere corretto, a un giudice asservito al potente di turno (sia esso una maggioranza politica, ovvero un potentato economico o mediatico).

In questo senso, non c’è dubbio che ha perso la maggioranza di governo, che non solo si è compattamente schierata per le ragioni del SI, ma lo ha fatto - specie negli ultimi giorni e per bocca financo della Presidente del Consiglio - utilizzando le argomentazioni più becere contro i magistrati, determinando così un panorama di macerie istituzionali che da domani bisognerà cercare di rimuovere. Per questo, è a dir poco stupefacente che il principale artefice della contro-riforma costituzionale non senta il dovere di dimettersi: un minimo di decenza istituzionale, infatti, vorrebbe che il Ministro della Giustizia – quel Nordio che ha accusato il CSM di metodi «paramafiosi» – lasci (insieme alla sua Capo di Gabinetto) quel ruolo cui ha dimostrato di non essere adeguato.

Infine, hanno perso le Camere Penali. Che da trent’anni hanno fatto una bandiera di quella separazione delle carriere che il referendum ha una volta per tutte giubilato. E che hanno portato l’avvocatura penale italiana a un passo dall’alterità non solo rispetto ai magistrati, non solo rispetto agli altri avvocati, ma anche rispetto alla larga maggioranza del popolo italiano. Un esito disastroso, che è stato (forse) evitato solo grazie all’impegno dei tanti avvocati che - malgrado gli insulti via social, e non solo … - si sono schierati a favore delle ragioni del NO.

E adesso? Adesso bisognerà mettere mano ai veri problemi della Giustizia italiana, gravemente malata di lentezza e di incertezza; una malattia di cui non sono certo primi responsabili i magistrati (come presentati dai fautori del SI), ma rispetto alla quale i magistrati non possono neppure chiamarsi fuori (malgrado alcuni lo pretendano). Soprattutto, bisognerà avviare una riflessione sul valore della democrazia rappresentativa. Perché l’elevata partecipazione al referendum dimostra ancora una volta che una parte consistente dell’elettorato non si è disaffezionata all’impegno politico in generale, ma si mobilita solo su questioni specifiche che ritiene giuste, mentre è refrattaria a votare rappresentanti cui conferire deleghe in bianco. Il che, apre un interrogativo non da poco circa il futuro della democrazia: che o è rappresentativa, o non è.

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