Anni fa mi appassionai a leggere, in un celebre settimanale, la rubrica di un giornalista che aveva un titolo che era tutto un programma: l’Antitaliano. La teneva Giorgio Bocca il quale vi denunciava, con caustica verità, tutti i vizi, i conformismi e le ipocrisie di un’Italietta pigra e politicamente trasformista, al punto da giustificare una dichiarata disappartenenza (antitalianità di facciata, però: nessuno come Giorgio Bocca soffriva l’incapacità di essere all’altezza degli ideali per i quali lui, ex partigiano, aveva rischiato la vita).
Antitaliano a modo suo lo è stato anche Umberto Bossi, che ci ha lasciato qualche giorno fa.
Ruvido e malinconico come Bocca, anche lui ha incarnato, fino al tratto discendente della sua parabola politica, una disappartenenza patria che era più di facciata che di sostanza. Simpaticamente alieno ai vertici e ai codici della politica, ha trascorso una vecchiaia molto ingrata, con la sola consolazione dell’amicizia di Bersani, come ha ricordato Giuliano Ferrara. Bossi forse non si meriterà la beatificazione politica ma sarà certamente ricordato per una cosa: aver posto la «questione settentrionale» in perfetta antitesi a una «questione meridionale», il che ha consentito, a chi è venuto dopo di lui, il superamento di entrambe – finalmente! – nella sintesi nazionale che è l’unica possibile.
Non esiste una questione nord o una questione sud indipendentemente l’una dall’altra: esiste il sogno di veder primeggiare l’Italia, unita, nel mondo. E in questo sogno ci ritroviamo tutti. Il modello città-contado delle Olimpiadi Milano-Cortina è stato un orologio perfetto che ha spaccato il secondo agli occhi del mondo.
Non è un unicum. E al sud come al nord si possono attrarre multinazionali, far nascere ecosistemi dell’innovazione dalle collaborazioni con le università. Si possono tagliare rami secchi. Forse non tutti lo sanno ma di visioni nazionali e di archiviazione di questioni meridionali si discettò, guarda caso, alla metà del secolo scorso, in un grosso convegno sulla scuola. Torna la scuola, epicentro di tutte le rivoluzioni culturali.
Chiudendo i lavori del IV Congresso Nazionale di Pedagogia avente a tema la scuola nel Mezzogiorno, il 23 ottobre 1958, Gaetano Santomauro, Giovanni Calò, Giuseppe Isnardi, Lamberto Borghi, Vittore Fiore e Cesare Revelli auspicavano l’inserimento della questione meridionale entro il quadro più ampio di una visione di sviluppo nazionale e internazionale dell’Italia.
Anche loro, come la Lega post bossiana, vedevano la sola emancipazione possibile in un progetto unitario per l’Italia. Anche loro contrastavano letture sociologiche che ponevano l’accento sul cardine concettuale delle cleavages Nord-Sud (con le loro categorie di arretratezza e vittimismo) e sulla sindrome da deficit di un Mezzogiorno perennemente in ritardo nel recupero dei suoi storici gap.
La scuola sta oggi contribuendo in modo fondamentale al progetto di sviluppo unitario del Paese soddisfacendo un gap enorme cui ha risposto guarda caso il riformismo di Valditara: la formazione tecnico-professionale di profili orientati al lavoro. Perché moltissime aziende chiedono questi profili. E al sud non se ne formavano abbastanza. Sarà forse un caso che le iscrizioni alla formazione tecnico-professionale nel sud per l’anno scolastico 2026/2027 sono cresciute più che in tutte le altre aree del Paese grazie al successo della nuova filiera «4+2» (istituti tecnici e professionali) nonostante la storica prevalenza dei licei nel Mezzogiorno? No, non è un caso.
Intelligenti pauca.















