Nell’elaborazione della Costituzione italiana, modello di sobrietà espositiva ed insieme di ricchezza di contenuti democratici, le parole vennero singolarmente soppesate con una attenzione ed uno scrupolo pari solo all’elevatezza culturale ed alla sensibilità politica dei legislatori del 1948.
Vi era, infatti in tutti, pur con le diverse sensibilità culturali ed ideologiche che vi concorsero, la diffusa consapevolezza che le espressioni utilizzate avrebbero costituito la pietra angolare nell’edificazione della nascente Repubblica Italiana e ciascuna di esse avrebbe contribuito a definirne il carattere democratico, pluralista, solidale e pacifista che si intendeva attribuirle.
Tuttavia, forse mai come nel caso dell'articolo 11 della Costituzione, purtroppo spesso citato in questi tristi giorni di conflitti, una sola parola, precisamente un solo verbo all’indicativo, è stata capace di condensare ideali di libertà, valori di rispetto delle persone e dei popoli e prospettive di pacifica cooperazione internazionale.
Questa è la parola «ripudia».
«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà dei popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Il ripudio non intende esprimere un semplice disconoscimento, un rifiuto, una negazione, un’opposizione o un rigetto. È qualcosa di più, capace di riassumere in termini netti la ripugnanza etica per atti di offesa alla vita dei popoli ed, insieme a ciò, la scelta politica e strategica della cooperazione internazionale verso orizzonti di pace.
L’espressione fu il frutto di profonda riflessione all’interno dell’Assemblea Costituente, alla quale concorsero personaggi del calibro di Dossetti (che aveva originariamente proposto l’espressione «rifiuta») Togliatti, Lussu, Moro, Treves, Pertini ,Assennato, oltre al presidente Ruini. Essa assunse la connotazione definitiva («ripudia») a partire dall’intervento del deputato Amerigo Crispo, il quale osservò che la frase «L’Italia rinunzia alla guerra» non riproducesse esattamente «il concetto di repugnanza morale per una guerra di conquista o di offesa alla libertà degli altri popoli», e si dovesse quindi esprimere una più netta riprovazione e, nel contempo, un impegno positivo ed un forte sentimento democratico.
L’espressione «rifiuta», che era stata già approvata in Commissione, venne così sostituita da quella attuale «ripudia» il 24 marzo 1947 nel corso dei lavori in Assemblea, per essere confermata nel testo definitivo in sede di approvazione finale.
Non può sfuggire, peraltro, che questa espressione, già così forte, si arricchisce ulteriormente di pregnanza se letta nel contesto della disposizione costituzionale «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» e poi «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni», nonché entro quel complesso di principi e valori incentrato sulla dignità della persona, sull’eguaglianza, libertà e solidarietà che connotano il quadro costituzionale. Non di meno, appare oggi stupefacente quanto una sola parola, possa dare senso a tutto il resto con la sua straordinaria potenza evocativa.
La parola «ripudio» richiama oggi, più che mai, una storia terribile ed insieme un percorso di libertà e di rispetto dei popoli, una sensibilità verso il valore insopprimibile della vita. Ancor di più, indica una strada da percorrere; quella del dialogo tra le nazioni per la soluzione delle controversie internazionali che il Presidente Mattarella, con la sua autorità istituzionale ed il suo prestigio personale, ci ricorda in ogni suo lucido messaggio.
















