Lunedì 23 Marzo 2026 | 15:32

Una vittoria di Pirro per costruire la pace ed evitare il disastro

Una vittoria di Pirro per costruire la pace ed evitare il disastro

Una vittoria di Pirro per costruire la pace ed evitare il disastro

 
Carmen Lasorella

Reporter:

Carmen Lasorella

Una vittoria di Pirro per costruire la pace ed evitare il disastro

Il blocco dello Stretto di Hormuz e l’ultimatum di Trump all’Iran denunciano il fallimento fin qui dell’attacco americano, in una guerra del giorno per giorno

Lunedì 23 Marzo 2026, 13:46

Il blocco dello Stretto di Hormuz e l’ultimatum di Trump all’Iran denunciano il fallimento fin qui dell’attacco americano, in una guerra del giorno per giorno, tra proclami mirabolanti e danni smisurati, senza strategia. Un vantaggio tattico per l’Iran – per il momento- mentre le truppe di terra di Israele, sostenute dall’aviazione, si sono scatenate in una punizione collettiva contro i popoli e i paesi, che la circondano. Dopo i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, ristretti in territori rimpiccioliti, vuoti di futuro, con i valichi chiusi, sotto il pieno controllo di militari e coloni armati; nel mirino non sono finiti solo gli sciiti Hezbollah, ma i cittadini sunniti del Libano, scacciati dalle terre del Sud.

Le vittime e la devastazione, nel piccolo Paese dei Cedri, che da decenni vive le guerre degli altri, sono senza precedenti. Nel peggiore degli scenari, la guerra a pezzi di cui siamo testimoni da anni, con le accelerazioni determinate dalla sciagurata presidenza Trump, sembra avviarsi verso un coinvolgimento globale. La spregiudicata politica di Netanyahu, affiancato da suprematisti bianchi fondamentalisti, come a Washington, a cominciare da Israel Katz, ministro della difesa a Bezalel Smotrich, ministro delle finanze, vuole però arrivare fino in fondo. Ma fino in fondo a cosa? La supremazia nell’area al prezzo della distruzione totale di paesi interi, dell’annientamento e della deportazione dei popoli? Se gli americani hanno sottovalutato la resilienza iraniana, che con i missili lanciati da ultimo sulla base anglo-americana di Diego Garcia nell’Oceano Indiano, a 4000 chilometri di distanza, ha dimostrato di poter allargare il suo raggio di azione; ancora più irresponsabile appare il progetto israeliano, già che alimenta una resistenza a qualsiasi prezzo e a qualsiasi costo, ovunque, nel rischio permanente di minacce alla sicurezza di Israele, precipitata nei consensi e isolata a livello internazionale.

A questo punto, non conta neanche più la falsità delle ragioni dell’aggressione israelo-americana ovvero la minaccia della bomba nucleare che non era e non è nelle mani di Teheran, né l’obiettivo del rovesciamento del regime degli Ayatollah, che oramai l’hanno dovuto cedere ai Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, ancora più spietati e intrattabili: non sono le bombe straniere che travolgono le dittature. Come già la Storia ha dimostrato ottant’anni fa, per l’intera umanità il prezzo del delirio di un potere diventerebbe troppo alto. Non si può ripetere. Allora, di fronte alla sfrontata scelta di egemonia e alla politica predatoria senza se e senza ma, espressa da quelle che un tempo erano le democrazie occidentali di riferimento, al di fuori dell’Europa, la stessa Europa, intanto, dovrebbe andare oltre il gioco di rimessa, cui l’hanno costretta gli alleati, che le hanno tolto la scena e che la insultano. Se è vero che il soft power europeo e la forza della nostra diplomazia non sono paragonabili al passato, non sarà certo la scelta delle armi a garantire la sicurezza. Al dialogo servono le alleanze. Tutte quelle che si possono creare. Che arrivino dall’Asia, dal Caucaso, piuttosto che dagli altri quadranti internazionali.

La Cina sin dall’inizio dell’aggressione israelo-americana ha semplicemente detto: bisogna fermare la guerra. Non sta succedendo, ma i cinesi non sono rimasti con le mani in mano. Hanno rafforzato la propria rete con nuovi partner commeciali e con nuove strategie ad Est come a Sud. Sono impegnati in una politica energetica, che non differenzia solo i fornitori di gas e di petrolio, ma spinge sulla diversificazione delle stesse fonti di energia e le esporta. Oltre alle fonti fossili, di cui sono carenti, puntano sulla diffusione delle rinnovabili e del nucleare civile, gli ambiti in cui negli ultimi anni hanno investito tantissimo e che nel giro di poco tempo li vedranno diventare leader mondiali, scalzando gli Stati Uniti dal primo posto. Gli interessi legati al petrolio, purtroppo, esprimono al momento i valori dell’Occidente e non solo, per le ricadute sui mercati globali e sull’intera economia del pianeta (milioni di esseri umani rischiano di finire in povertà) ma sono altrettanto pericolose le minacce di Trump all’Iran, contro le centrali elettriche, gli impianti di approvvigionamento, le reti di trasmissione.

Il conflitto potrebbe implodere. Si è già diffusa la paura per le bombe MOP (Massive Ordinance Penetrator) sganciate di nuovo, dopo il giugno scorso, sul sito iranianio di Natanz, per l’arricchimento dell’uranio. Davvero i bunker sono rimasti intatti? Non c’è stata alcuna dispersione di materiale radioattivo? Ma la prossima volta? Le agenzie internazionali, dall’AIEA (Agenzia per l’energia atomica) all’OMS (Organizzazione mondiale della sanità), ammoniscono sul rischio di una catastrofe nucleare. Non andrebbe meglio alla coalizione che scendesse in campo (in acqua) per proteggere le migliaia di navi, imprigionate nel Golfo Persico.

Sarebbe, in ogni caso, una pesante ipoteca sui margini del negoziato che la situazione impone. Chiedere una tregua all’Iran per ripristinare il transito delle petroliere, (fino alla crisi in corso attraversavano almeno in cento al giorno lo stretto di Hormuz, mentre oggi non arrivano a dieci) fondata sulla forza e non su una ragionevole contropartita avrebbe scarso successo. Non attenuerebbero il caos provocato, vie alternative come quella appena aperta dall’accordo Iraq- Kurdistan iracheno, consenziente la Turchia, per il transito di 250 mila barili al giorno. Da Hormuz, ne passavano 20 milioni di barili, ogni giorno. Nè vanno, d’altra parte, nella direzione delle soluzioni complessive, i benefici di una moratoria sulle sanzioni a Mosca per le forniture di gas e petrolio russo o l’autorizzazione americana alla vendita del petrolio iraniano già in viaggio: milioni di barili, certo, ma per Teheran giusto un respiro.

L’urgenza, allora, resta la stessa, da perseguire comunque: costruire l’exit strategy per Trump, che porterebbe al traino Netanyahu, nonostante la sua irriducibilità, per arrivare alla fine del conflitto. Costruire, in sostanza, una vittoria di Pirro. La Storia ha conosciuto rese incondizionate, ma anche strategie nobilitate da principi umanitari, dinanzi all’enormità delle stragi che ne reclamavano la fine. Considerato che nella guerra di Trump e Netanyahu non ricorrono i primi due motivi, ne resta un terzo: lo stallo. Ovvero la guerra, che non finisce, che si estende, che sta incidendo sui costi e che rischia di farli impazzire, che porta al disastro economico. Uno stallo, inoltre, che consuma il tempo in vista delle elezioni di midterm in autunno negli Stati Uniti e nello stesso periodo in Israele. Anche la memoria corta della nostra era digitale non basterebbe a cancellare una catastrofe. Per tutto il resto, bisognerà riavvolgere nastro e disegnare un nuovo futuro.

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